David Lynch, il genio dietro cult e capolavori come Twin Peaks, Velluto Blu e Mulholland Drive, ci ha lasciati esattamente un anno fa a causa di un enfisema polmonare diagnosticato nel 2024. Conosciuto dai più come regista per cinema e televisione, in realtà la sua arte – nel corso del tempo – ha toccato anche altri media al di fuori dell’audiovisivo. Meno celebri, infatti, sono i suoi quadri e i suoi progetti musicali. Un artista a 360 gradi, dunque, ma diverso da qualsiasi altro autore per un motivo semplice: è inutile cercare di capirlo; ha più senso, invece, capire perché non può essere capito.
Gli esordi con la pittura
La carriera artistica di David Lynch non inizia col cinema, ma bensì con la pittura. Negli anni ’60 si forma alla Pennsylvania Academy of the Fine Arts, dando vita alle sue prime opere: dei mosaici geometrici chiamati Industrial Symphonies. Sperimenta anche con la macchina da presa per lavori ibridi: il primo, Six Men Getting Sick, è una videoinstallazione che attira l’attenzione di un mecenate, il quale produce il successivo “corto” di Lynch, ovvero The Alphabet, da molti considerato il vero punto di partenza della sua filmografia.
Tra gli anni ’70 e ’80 dipinge tra un film e l’altro, a periodi intermittenti. Già in queste prime opere pittoriche si possono notare degli elementi caratteristici: colori scuri, spesso nero totale, forme distorte e temi di violenza o disagio.

Successivamente l’arte pittorica di David Lynch inizia ad assumere una forma più “concreta” ma paradossalmente anche più respingente. Si vedono spesso figure umanoidi grottesche, elementi ricorrenti come fiammiferi, fuoco o case, scritte su tela e una “matericità” persistente, la quale quasi invoglia chi guarda ad andare oltre l’occhio e a toccare i quadri per immergersi in quel mondo tanto oscuro quanto affascinante.
Intanto le ispirazioni di Lynch si fanno sempre più palesi. Innanzitutto Francis Bacon, che il regista considera “il migliore, il numero uno, un eroe”. Poi Pollock, Hopper e il maggior esponente del surrealismo, Magritte. Tutte queste suggestioni, poi, si riverseranno anche nelle opere audiovisive di Lynch, con alcune inquadrature che replicano quasi esattamente i dipinti di questi maestri.

Dagli anni 2000 in poi l’attività “pittorica”, per usare un termine riduttivo, si intensifica. Nel 2007 idea le sue mostre più celebri: The Air Is on Fire, dove vengono esposti schizzi, dipinti e fotografie di nudo ritoccate per diventare disturbanti, e Fetish.
Tutti lavori, quelli di Lynch, che portano su tela il concetto chiave alla base dei suoi più famosi capolavori audiovisivi. Andare oltre l’analisi tecnica è completamente superfluo: Lynch non pensava le sue opere, ma le “sentiva” e probabilmente nemmeno lui aveva idea di cosa significassero. Una “poetica dell’ inconsapevolezza” che, ancor più del lato estetico, accompagna – e forse addirittura genera – la sua filmografia.
Il cinema di David Lynch
David Lynch può essere considerato uno dei più grandi rappresentanti dell’idea “platonica” di autore. Non il detentore di una verità assoluta rispetto allo spettatore, ma piuttosto il primo spettatore dell’opera stessa e mezzo attraverso il quale l’arte si manifesta a noi.
È così sin dal suo esordio sul grande schermo: Eraserhead, del 1977. Una pellicola che mette in scena le paure e le angosce della paternità senza andare alla ricerca di logica o senso. C’è anche tanto gusto per il grottesco, che esplode poi in The Elephant Man (1980), la storia vera di John Merrick, uomo afflitto da una sindrome che lo rende deforme. Il protagonista è una sorta di Mostro di Frankenstein lynchiano: alla ricerca di affetto e di un posto nel mondo, ma respinto dalle altre persone a causa del pregiudizio.

Dopo la parentesi di Dune (1984), primo adattamento cinematografico del romanzo di fantascienza di Frank Herbert – che sul grande schermo avrà più fortuna decenni dopo grazie al regista Denis Villeneuve – nel 1986 arriva Velluto Blu. Un noir immerso in atmosfere sempre più oniriche e grottesche, dove Lynch indaga e mette in scena le forme più distorte dell’animo umano e dell’eros. Elementi che si sposano anche con la storia d’amore shakespeariana di Cuore Selvaggio (1990), con Nicolas Cage e Laura Dern. Un road-movie atipico, sospeso tra Il Mago di Oz e la violenza estrema.
Ma le pellicole che più rappresentano il cinema di David Lynch sono indubbiamente quelle della “trilogia dell’onirico”: Strade Perdute (1997), Mulholland Drive (2001) e Inland Empire (2006). In questi film Lynch gioca con la mente dello spettatore attraverso la sfera del sogno. Ma non lo fa alla maniera dell’Inception di Nolan: nessuna razionalizzazione, nessuna matrioska cervellotica che non lascia nulla a parte qualche mal di testa. La sensazione dopo la visione è quella che si prova quando ci si sveglia di soprassalto dopo un incubo. Le immagini, man mano che riprendiamo coscienza della realtà, diventano sempre più nebbiose fino a scomparire dalla nostra mente; rimane solo la sensazione in sé.

Un impatto viscerale, capace di toccare corde sempre diverse a seconda di chi guarda. Lo spettatore viene spinto a una vera e propria autoanalisi quasi psicanalitica mossa dal turbamento. Perché questo film mi mette a disagio? Perché questa scena in particolare?
Twin Peaks : l’incubo su piccolo schermo
Una doverosa parentesi va riservata a Twin Peaks. Con questa serie-tv, ideata dalla coppia David Lynch-Mark Frost e andata in onda per la prima volta nel 1990, la televisione cambiò per sempre. Innanzitutto venne sdoganato il concetto di “serialità orizzontale”: Twin Peaks, a differenza della maggior parte degli altri show dell’epoca, non aveva episodi autoconclusivi, ma un’unica storia divisa in più puntate. Un altro merito di questa fiction è l’aver unito il genere della soap-opera al thriller investigativo. Questo perché Lynch sfrutta la domanda alla base di tutto, “chi ha ucciso Laura Palmer?”, come pretesto per aprire una finestra su quella strana cittadina nello Stato di Washington e raccontarci le gioie, i dolori e gli amori di ogni personaggio. Rimane così attaccato al televisore sia lo spettatore generalista che il cinefilo più navigato.

Dopo l’enorme successo della prima stagione, con la seconda David Lynch abbandonò il progetto a causa di divergenze con la produzione, la quale lo costrinse a rivelare l’assassino di Laura Palmer nei primi episodi, gli unici diretti da lui insieme agli ultimissimi. Lynch, però, si ri-appropriò della sua opera con il lungometraggio Fuoco Cammina con Me, del 1992. In questo film viene raccontata l’ultima settimana di vita di Laura Palmer, ma con toni decisamente diversi rispetto allo show televisivo. La pellicola inizia con un televisore che esplode, un messaggio chiaro: questa non è TV, questo è il cinema di David Lynch. Scompare poi la patina soap e viene lasciato spazio al thriller-horror, più che mai disturbante e capace di gettare ombra su alcune realtà consolidate in America, come il nucleo familiare tradizionale e la vita di periferia.
Nel 2017 c’è il ritorno di Twin Peaks, con la terza stagione. Un certo personaggio lo disse apertamente all’Agente Cooper nel finale della seconda: “I’ll see you in 25 years”. Ma, ancora una volta, David Lynch va contro qualsiasi aspettativa. Non si tratta del solito revival fuori tempo massimo che ha come unico obiettivo cavalcare l’onda della nostalgia fine a sé stessa. Anzi, tutto l’opposto: se con Fuoco Cammina con Me il regista aveva ripreso le redini di Twin Peaks, con la third season distrugge tutto. Ogni certezza viene meno, ogni episodio è un incubo febbrile dove lo spettatore non riconosce nulla di quello che aveva amato nelle prime due stagioni. È proprio una sentenza, quella di Lynch: Twin Peaks è morto, fatevene una ragione. E poi tutto si conclude con un urlo. Un urlo capace di spaccare la realtà in mille pezzi.

La musica di David Lynch
Chiudiamo il quadro con la sua carriera musicale, molto spesso parallela ai film. Inizia già negli anni ’70 a comporre per i suoi corti, per poi continuare con lungometraggi come Eraserhead e Inland Empire. Storico è il sodalizio con Angelo Badalamenti, autore della colonna sonora di Twin Peaks e gran parte delle pellicole di Lynch, oltre che partner del regista per l’album Though Gang del 2018.

Gli album in studio di Lynch sono in totale quattro: Blue Bob del 2001, Crazy Clown Time del 2011, The Big Dream del 2013 e il già citato Tough Gang. Tutti progetti che completano il suo profilo artistico: non solo pittore o regista, ma anche – attraverso la musica – capace di adattare il suo essere a svariati linguaggi e farli suoi.
La musica di David Lynch si manifesta come un caleidoscopio di influenze: dall’industrial al jazz, dall’elettronica al rock. Non solo un sottofondo per i suoi altri lavori, ma una cassa di risonanza per amplificare sensazioni e turbamenti inconsci, tra voci distorte, sound psichedelici e testi surreali.
E a un anno dalla sua morte, David ci manca sempre di più. Come i più grandi artisti ha lasciato un vuoto incolmabile nell’arte tutta, non solo nel cinema. Nessuno potrà mai prendere il suo posto ed è giusto così; piuttosto le sue opere potranno ispirare le nuove generazioni di pittori, registi e musicisti per spingerli ad andare oltre certi costrutti che limitano l’arte. Addio David, ci rivediamo nella Loggia Bianca.


