Il rapporto della Gen Z (i nati negli anni 1997-2012) con il concetto di “tempo libero” è alquanto paradossale. Si tratta della generazione che passa più tempo sugli schermi: tra reel, doom scrolling, film e serie in streaming e gaming, si arriva a una media di circa 7-9 ore al giorno (di cui 5 solo sui social, secondo SQ Magazine). Troppo? Sicuramente, ma è qui che sta il paradosso: gli zoomer sono i primi a rendersene conto.
Trattandosi della prima generazione “nativa” dei social, la Z non può fare altro che assecondare, anche a malincuore, la deriva sempre più digitalizzata del mondo. Ed è proprio lo screentime elevato ad aver portato i membri della Gen Z a differenziarsi così tanto dalle altre generazioni nella gestione del tempo libero. Se i boomer/Gen X preferiscono la TV tradizionale e la socializzazione offline, mentre i Millennials solo di recente si stanno allontanando dalla “hustle culture” (valore personale di pari passo all’impegno sul lavoro), gli zoomer sono quelli più attivamente alla ricerca di un equilibrio tra digitale e analogico.
In vetta alla classifica, per i Gen Z, spiccano la musica e il gaming. A seguire le attività artistiche/creative, il contatto con la natura e lo sport, la lettura, il collezionismo e la cucina. Per la Gen Z, poi, l’hobby non è solamente un modo per staccare la spina e “decontaminarsi” dalla dopamina istantanea dei social, ma è anche un’opportunità per costruire la propria identità e sentirsi parte di una community. Ci sono i “gamers”, i “gym bros”, i “climbers”, “booktokers”, “plant parents” e qualsiasi altra etichetta possa indicare gli amanti di un certo tipo di attività. Non a caso gli zoomer spesso condividono sui social ogni risultato ottenuto nel loro tempo libero, che siano i progressi fatti in un videogioco, in palestra o un disegno appena ultimato.
E in questo contesto si inserisce anche un’altra tendenza: la riscoperta dell’analogico. Non solo nella fruizione dei media (DVD e vinili al posto di Netflix e Spotify) ma anche, appunto, negli hobby. In tantissimi infatti si stanno appassionando a giardinaggio, uncinetto, ceramica, falegnameria, pasticceria e in generale ai cosiddetti “grandma hobbies”. Una sorta di reazione fisiologica di “analog wellness” in contrapposizione allo stress da social che colpisce sempre più giovani.
Per fortuna la Gen Z sembra anche essere la generazione che ha più a cuore il proprio benessere mentale (nonostante sia anche quella con maggiori livelli d’ansia, stress e disturbi psicologici secondo l’UNICEF); quindi, se lavorare a maglia vuol dire anche fare del bene a se stessi, allora possiamo dire solo una cosa: mamma, prestarmi l’uncinetto perché quel maglioncino non si filerà da solo.


