Ryan Murphy esce con un nuovo colpo! Dopo una carriera ricca di successi, il registra poliedrico ritorna con l’ennesima true crime story, la miniserie: “Monsters: the Lyle and Erik Menendez Story“. Il processo che ha stravolto Hollywood negli anni ’80 aveva tutte le carte in regola per diventare un prodotto in pieno stile Murphy. Camp ma allo stesso tempo crudo nei temi, la storia di due ragazzi affascinanti, ricchissimi e con una vita apparentemente perfetta diventano di colpo gli assassini dei propri genitori.

La classica docu-serie crime distribuita su Netflix con il cursore che va avanti e indietro nel tempo durante il corso dei suoi nove episodi. Questa formula vincente ha generato un successo in termini di streaming e pare che proprio tutti abbiano visto la serie, persino i fratelli Menendez.
La vera vita dei Menendez
Nella serie Netflix vediamo raccontata la vicenda attraverso gli occhi dei ragazzi, in un mix tra passato e presente. I “monsters” protagonisti di questa storia prendono forma episodio dopo episodio, in un susseguirsi di suspance, dolore e sangue. Il 20 agosto 1989, José e Mary Louise “Kitty” Menendez furono uccisi a colpi di arma da fuoco nella loro casa di Beverly Hills. Quasi sette anni, tre processi e molte migliaia di ore di copertura televisiva dopo, i loro figli, Lyle ed Erik Menendez, furono giudicati colpevoli dei loro omicidi e condannati all’ergastolo senza possibilità di libertà condizionale.
Gli omicidi dei Menendez sono diventati uno dei casi criminali più famosi della fine del XX secolo a causa di un potente mix di drammi familiari: legami con Hollywood, testimonianze drammatiche e capacità della TV via cavo di coprire le onde radio. Mentre si svolgeva il procedimento giudiziario, non c’erano dubbi che Lyle ed Erik avessero ucciso i loro genitori; il perché lo avessero fatto era un’altra storia.

La famiglia Menendez sembrava essere un modello perfetto del sogno americano, almeno per gli standard degli anni ’80. José, il padre dei ragazzi, era nato a Cuba, emigrato negli Stati Uniti da adolescente dopo la rivoluzione cubana degli anni ’50, al college conobbe Mary Louise Anderson, una reginetta di concorsi di bellezza che tutti chiamavano Kitty, e la sposò all’inizio degli anni ’60. Dopo aver pulito piatti e dormito nella soffitta del cugino, Josè guidò le operazioni statunitensi della società di noleggio auto Hertz e ha trascorso i primi anni ’80 come capo della RCA Records contribuendo alla firma di band come Duran Duran.
I fratelli Menendez sembravano adattarsi anche loro all’ideale platonico degli Stati Uniti dell’era Reagan. Lyle era una stella del tennis e sembrava destinato a una carriera nel mondo degli affari come il padre che adorava apertamente. Erik si rivelò ancora più bravo nel tennis, aiutato dall’intervento ossessivo di suo padre, e diventò un giocatore di livello nazionale. Non avevano altra scelta che avere successo. José era conosciuto come un padre intraprendente che faceva lavorare i suoi figli fino all’osso sia nello sport che in tutto il resto delle loro vite.
«Sembrava che José fosse così competitivo e stesse facendo tutto il possibile per cercare di migliorare Erik», ha detto l’ex allenatore della squadra di nuoto dei fratelli al Los Angeles Times nel 1990. «Ma era così prepotente, che ebbe l’effetto opposto. Erik aveva molta meno fiducia in se stesso perché tutto ciò che faceva non era mai abbastanza buono».
L’epilogo
Nell’agosto del 1989, Jose e Kitty Menendez mentre guardavano la televisione nel soggiorno della loro casa di Beverly Hills, furono sparati a morte dai propri figli. Al momento dell’omicidio i ragazzi avevano 18 e 21 anni. Due giurie si bloccarono nel 1994 dopo che Lyle ed Erik Menendez testimoniarono di aver sparato ai loro genitori per legittima difesa, dichiarando di aver temuto che i loro genitori li avrebbero uccisi per evitare che emergessero le storie sui loro, ancora presunti, abusi.
Affermano ancora oggi che José Menendez avesse sottoposto i fratelli ad abusi fisici e sessuali per anni mentre la loro madre, dipinta come un’alcolizzata instabile, non avesse fatto nulla per fermarlo. L’accusa confermò la premeditazione dell’omicidio con l’obiettivo di rivendicare il patrimonio multimilionario dei loro genitori. Nel secondo processo, il giudice Stanley Weisberg limitò le testimonianze relative alle loro accuse di abuso sessuale. Nel 1996, la giuria li dichiarò colpevoli di omicidio di primo grado dopo una deliberazione durata cinque giorni e un processo durato 20 settimane.
La serie di Murphy e Brennan

Gli showrunner Murphy e Brennan sono ambigui nella serie, usando vari punti di vista riguardo l’argomento. Qui nella dici-serie le testimonianze del primo processo dei cugini Andy Cano e soprattutto Diane Vander Molen sono enfatizzate al punto giusto per far capire le intenzioni degli autori. Sono convinti che quel terribile omicidio nascondesse un movente non legato all’eredità, quanto piuttosto a quegli abusi che Lyle ed Erik decisero di vendicare in modo così orribile e raccapricciante in un’ottica di “imperfect self-defense”.
Dov’è la verità? Quella processuale la conosciamo già. Tuttavia, la qualità principale di questo documentario è quella di sapere spiegare molto bene come Erik e Lyle vengano rivalutati dagli USA col tempo.
Il giudizio sui Fratelli Menendez, oggi, sarebbe cambiato nella percezione del popolo americano dal 1990, e ciò anche grazie agli interventi di famosi opinionisti come Oprah Winfrey.

Le condanne di Erik e Lyle Menendez, incarcerati più di tre decenni fa, saranno oggi riviste. Il procuratore distrettuale della contea di Los Angeles George Gascon ha affermato che c’era «un obbligo morale ed etico» di rivedere le prove presentate dai fratelli l’anno scorso. Il tutto, forse grazie al rinnovato interesse pubblico per gli omicidi da quando è stata pubblicata la serie tv Netflix.
C’è chi li sostiene nelle accuse contro il padre di abusi. C’è chi pensa che sono in realtà due sociopatici.
La reazione dei veri Lyle ed Erik
Ad oggi la verità è ancora avvolta nel mistero. Ciò che sappiamo con certezza è che i creatori della serie hanno ricevuto una lettera da parte dei fratelli Menendez, con tanto di firma di amici e famigliari. Il motivo risiede nelle imperfezioni nella narrazione degli eventi, che viene criticato in quanto non congeniale alla realtà. Ma, soprattutto, vieta altamente criticata e smentita la scelta degli autori di narrare una relazione incestuosa omosessuale tra i due fratelli, come causa ulteriore della riscoperta omosessualità di Erik.
Erik Menendez ha stroncato la serie, in una dichiarazione condivisa da sua moglie, Tammi Menendez, su X, dicendo che creava un ritratto fuorviante di lui e di suo fratello.
«Ci sono palesi bugie dilaganti nello show» e ha accusato il co-creatore Murphy di aver intenzionalmente distorto i fatti che circondano il loro crimine. Murphy è stato provocatorio nella sua risposta affermando che la reazione dei fratelli è stata “finta indignazione” e che lo show «è la cosa migliore che sia capitata ai fratelli Menendez in 30 anni di prigione».
WOW ragazzi! Che colpo di scena!
Lo spettacolo del dramma
Ma perché siamo tutti così affascinati dal true crime?
Ormai lo sappiamo bene, il true crime è diventato un vero e proprio business. YouTube offre milioni di canali su questo tema, come non mancano podcast e documentari. Questa passione per le storie drammatiche e spesso cruente sembrerebbe accumunare le nuove generazioni. Siamo quindi tutti destinati a una lenta discesa nella follia?
Non temete, la scienza come spesso accade, sa darci una risposta.
Il cervello umano è attratto da ciò che non conosce; queste storie nutrono quindi la nostra curiosità verso gli aspetti più oscuri e celati della società. Altro aspetto che entra in gioco è la catarsi: la possibilità di sfogare emozioni forti, quali rabbia, tristezza e persino dolore all’interno di un ambiente protetto. Ed è qui che si spiega anche la maggioranza del pubblico femminile tra gli appassionati di true crime: per chi sperimenta il pericolo nella realtà giornaliera, può diventare un sollievo riuscire a prendere il controllo delle medesime emozioni nel conforto delle mura domestiche, generando una sensazione di relax.
di Miriam Finocchiaro e Sara Ginevra Marra


