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Claudio Di Biagio tra web e cinema: l’intervista per YPO

Claudio Di Biagio, autore della webserie Freaks, conduttore radiofonico e regista di Andarevia e del fan film Dylan Dog: Vittima degli Eventi, ci ha concesso un’intervista. Abbiamo parlato del rapporto tra web e cinema, di piattaforme streaming, di comunicazione e molto altro.

Claudio Di Biagio: dal web ai lungometraggi

Partiamo con la domanda più banale del mondo: quali sono stati gli autori e le opere di riferimento per il tuo percorso?

«In realtà non c’è un autore di riferimento per la regia o la sceneggiatura. Quanto più, secondo me, è un percorso fatto di piccoli passi. Il primo approccio che io ho avuto alla comunicazione dell’audiovisivo è stato quando avevo 12/13 anni e ho iniziato a vedere Buffy l’Ammazzavampiri, in cui ho sempre trovato un rifugio emotivo. Dentro ci sono un sacco di dinamiche di messa in scena, di narrazione e di evoluzione dei personaggi che mi sono portato dietro e di cui ho fatto tesoro. Secondo me, più che altro, sono le persone che mi hanno fatto vedere i film. Secondo me è molto importante: avere a che fare con persone che ti stimolino e che ti diano la strada giusta per entrare in questo tipo di mondo da spettatore. Forse il film che ho visto in adolescenza che più mi ha colpito è stato American Beauty».

Il tuo primo grande passo è stato YouTube. All’epoca avevi già in mente di lavorare per il cinema?

«Ancora non ho avuto la possibilità di fare l’ “opera prima” al cinema. Non vivo per quello, nel senso che mi piace fare regia e sceneggiatura, ma più vado avanti nella vita e più mi rendo conto che l’ambizione e la voglia a tutti i costi di arrivare a un punto nel tuo lavoro è una cosa che ti rovina e basta e non ti fa godere quello che hai e quello che ti succede nel lavoro e, soprattutto, fuori dal lavoro».

Tu che hai vissuto entrambi i mondi, pensi che negli anni il cinema abbia assorbito elementi dal web?

«Il cinema è molto lontano dal web, secondo me. Non lo considera, e se lo considera lo fa in modo farlocco, sbagliato, non leggendolo veramente bene. Non c’è mai una vera spinta da parte di un ente cinematografico per raggiungere e sfruttare in modo positivo il pubblico del web. Ogni volta che vengono sfruttati, in modo sbagliato, talenti e progetti del web, va a finire male. Non perché non funzionino necessariamente, ma perché semplicemente ci vorrebbe una gestione diversa di questo “link”».

Pensavo, per esempio, alla commedia italiana degli ultimi anni, che sembra strutturata in modo tale da essere “repostabile” a piccoli pezzi sui social.

«Io non credo che in sceneggiatura loro scrivano delle cose che possano essere “spillolabili”. Forse sì, forse ormai il pensiero è anche un po’ automatico. Però in realtà riesci a spillolare anche Totò. Secondo me è una cosa automatica. Sì, vengono sfruttati, vanno anche virali, ma non è necessariamente il motivo per cui la gente va al cinema, anzi. È completamente casuale, come è casuale la viralità. Non c’è quasi mai la costruzione di una comunicazione fatta bene in Italia di un film».

Secondo te il web può insegnare qualcosa al cinema oppure no?

«Sicuramente la cosa che il web NON può insegnare al cinema è come portare le persone al cinema tramite un profilo Instagram. Lì c’è il doom scrolling, c’è la gratuità e c’è il fatto che tu non debba necessariamente alzarti e andare al cinema. Il web sicuramente sa intercettare un pubblico, ma lo fa per un’altra cosa.

Il cinema è una dimensione diversa secondo me, per quanto ci siano sicuramente dei punti di collegamento e si possano passare dei concetti. Ma è molto difficile capire cosa possa insegnare il web al cinema. Forse a comunicare un tipo di racconto, ma poi in realtà è un po’ colpa anche del web se il cinema non ha più una presa: l’appiattimento di tutto quello che vedi, la velocità con cui lo vedi e il fatto che la maggior parte delle cose tu le possa vedere direttamente sui social hanno reso meno magico l’andare al cinema».

Per quanto riguarda le piattaforme streaming, pensi che rispetto al cinema possano dare qualcosa in più?

«Sono convinto che si possa vedere dove ti pare qualsiasi cosa, con tutte le conseguenze del caso. Ci sono delle robe meglio godibili in sala, altre che puoi vedere tranquillamente su uno schermo di 5 pollici. È tutta una questione di comunicazione. L’esperienza dovrebbe essere estremamente legata a quello che stai vedendo e a dove dovrebbe essere visto. È un’educazione che tu non puoi richiedere al pubblico, ma che tu devi impartire al pubblico».

Comunicazione e metodo

Riguardo alla tua di comunicazione, secondo te come si è voluta negli anni?

«È più una comunicazione umana. Preme sul fatto che farsi mangiare dall’ambizione e dal dovercela fare a tutti costi è una stronzata che viene dalla società in cui viviamo, e di conseguenza non ti aiuta in nessun modo. Ho capito, andando avanti negli anni, quello che mi interessa “essere”, più che “fare”».

Hai collaborato anche con Università per corsi di regia e di scrittura. Come ti approcci ai tuoi studenti?

«Cercando di passare un metodo, facendo capire loro che sono il primo che sta cercando di fare qualcosa e che non ha assolutamente le risposte in mano. Ma che piuttosto prova in qualche modo a fare capire quali possono essere le difficoltà e tutte le dinamiche che devi considerare. E quindi provo a parlare in modo totalmente sincero, senza costruire in loro anche l’ansia e l’angoscia di dover “riuscire” e dover “fare”. Secondo me è molto importante questo, perché se dovessi decidere qualcosa da farmi insegnare sarebbe sicuramente un’etica collegata alla vita e soprattutto al lavoro. È molto importante permeare questo concetto all’interno di quello che dici, e cioè “non siete il vostro lavoro”, per quanto la creatività possa essere un lavoro incredibile. Perseguite il vostro obiettivo ma non fatevi mangiare da esso e dalla vostra ambizione».

Per molti l’arte nasce da una “mancanza” o un “bisogno personale”. Quando questa mancanza viene colmata, in che modo l’autore si interfaccia alla sua opera e qual è la differenza con uno spettatore qualsiasi?

«Lasciami dire che non è sempre vero che l’opera d’arte, od opera creativa, nasce dalla “mancanza”. Ci sono anche delle opere o dei progetti che nascono semplicemente perché hai avuto un’idea. Secondo me la maggior parte delle persone che dicono questa roba qua un po’ se la raccontano. Nessuno ha bisogno della tua opera artistica. È un po’ più complicato di così: il cinema è comunque un mercato e questo è da considerare sempre.

Quando fai qualcosa te ne distacchi per una questione pratica, perché probabilmente stai pensando al prossimo progetto, ed è come mettere al mondo un “figlio del mondo” e non un figlio tuo. Ed è lo stesso concetto che penso dei genitori: non deve esserci un senso di proprietà verso tuo figlio, così come verso un film. Non è più tuo. Lo fai perché tu hai bisogno di farlo, ma poi hai anche bisogno che quella roba non rimanga solo tua ma che diventi di qualcun’altro. E in quel momento tu puoi solo osservare mentre cresce, invecchia e muore. A me questo non mette ansia. A me interessa molto vedere come possa funzionare qualcosa che ho fatto all’interno di un discorso di pubblico e di audience. Quasi mai mi è capitato di dire “ah cavolo, la vorrei rifare”».

A questa concezione ci sei arrivato nel corso del tempo oppure la pensavi così già con Freaks?

«Sono nervoso anche oggi quando leggo delle cose stupide. Però non c’entra niente con l’accettazione di un progetto o meno. È semplicemnete che rosichi, e ci sta. L’ho capito da subito io, proprio perché ho avuto un impatto bello grosso con il pubblico. Non ti riguarda se l’opera che hai fatto funzioni o meno verso il pubblico. In caso, da quello ne puoi ricavare degli spunti per il prossimo. Puoi ragionare e sapere che cosa piaccia o meno al tuo pubblico, e poi sta a te decidere se accontentare quel tipo di volontà oppure no».

Riguardo agli altri ambiti in cui hai lavorato, cosa hai imparato da queste esperienze?

«C’è solo un minimo comun denominatore in tutto ciò che faccio, cioè cercare un metodo matematico e logico da applicare alla creatività. Progettare qualcosa di creativo secondo me deve seguire degli schemi estremamente matematici, per quanto uno pensi invece che il genio e la sregolatezza siano alla base di tutto; in realtà no, specialmente in sceneggiatura. Per esempio adesso che sto facendo il mio primo gioco da tavolo, da lì prendo molti spunti per la sceneggiatura e viceversa, perché comunque è matematica, è logica, è algoritmo. Sicuramente non c’è un pacchetto di cose, ma cerco di applicare lo stesso metodo logico matematico a tutto quanto».

Nella tua carriera hai deciso di esplorare altri ambiti per crearti uno spazio all’interno di essi oppure per pura curiosità?

«Tranne alcune eccezioni, in realtà la maggior parte delle cose le ho fatte perché mi servivano dei soldi per stare in piedi mentre aspettavo che qualcuno mi facesse fare un film. Questo fino ai 26/27 anni. Poi ho capito che fare regia non vuol dire fare un film al cinema e basta, ma vuol dire tantissime altre cose, idem la sceneggiatura. Comunque la maggior parte delle cose che faccio le faccio principalmente per i soldi, e in questo mi diverto anche perché riesco a fare dei progetti che mi piacciono e allo stesso modo mi arrivano anche dei soldi e questo mi permette – quando posso – di decidere cosa fare.

Si lavora per i soldi. Per passione tu faresti comunque molto meno rispetto a quello che fai, anche se il tuo lavoro ti piace. E chi dice di no si fa semplicemente ingannare dal sistema in cui viviamo. Questo non vuole dire deturpare l’arte o abbassare il livello di quello che tu puoi creare. Anzi: se avessi più soldi potrei avere molto più tempo per creare per bene le cose che voglio scrivere e che voglio dirigere senza dovermi intanto impelagare in 100mila progetti».

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