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YPOSTA: una settimana di schiaffi

Dopo mesi di proclami trionfali e bullismo sistematico, per Trump arrivano i primi schiaffi. In Italia il governo non se la passa molto meglio tra il redivivo caso Almasri e la legge di bilancio, economicamente irrilevante, ma mediaticamente forte. Infine a Belen (Brasile) è tutto pronto (o quasi) per la COP30, che apre i battenti la prossima settimana.

Per non perdersi niente di tutto questo caos, c’è YPOSTA, la rubrica di Young Popular Opinion, che prova ad evitarvi attacchi di panico e a raccontarvi gli eventi più importanti della settimana in maniera semplice ed ironica (per quanto possibile). Speriamo di riuscirci (soprattutto per gli attacchi di panico). Potrete ricevere questo articolo direttamente sulla vostra casella postale tramite una newsletter, che verrà inviata ogni domenica. Per riceverla direttamente, basta inserire la vostra mail qui.

Schiaffi per Trump

Martedì 4 novembre, negli Stati Uniti, si sono tenute delle importanti elezioni locali e statali. Per zio Donald è stata una serata da dimenticare. Tutto quello che poteva andare male, è andato male. A New York (la casa di Trump) ha vinto, tra l’altro con un notevole margine, Zohran Mamdani, un socialista democratico progressista. Per Trump la personificazione del male assoluto. Mandami non solo è molto più a sinistra di Trump (e fin qui non c’è da sorprendersi), ma è molto, ma molto, più a sinistra di quasi tutti i democratici. Praticamente un bolscevico. Il suo successo non solo modificherà i rapporti di forza tra i repubblicani ed i democratici, ma probabilmente sposterà un po’ più a sinistra gli stessi democratici. Ma si sa, quando piove, diluvia. E per Trump le brutte notizie non si limitano a New York.
​Martedì si votava anche per i governatori di New Jersey e Virginia, ed anche lì giù botte per Donald. Il New Jersey rimane “blu” grazie alla vittoria della democratica Mikie Sherrill, mentre la Virginia passa dai repubblicani ai democratici, grazie alla vittoria di Spanberger. Tra l’altro la Virginia continua a tenere attiva la sua striscia “anti mainstream”: è dagli anni 70 infatti che lì vince il candidato del partito opposto a quello del presidente in carica.

Mandami vince a casa di Trump
Mamdami in campagna elettorale. Foto Ansa

It’s not the end of the world

Nonostante New Jersey e Virginia siano stati in cui i democratici, di solito, se la cavano bene, il risultato di martedì è rilevante. Infatti i democratici hanno vinto con distacco, migliorando il risultato ottenuto alle elezioni presidenziali di un anno fa. E ci sono riusciti dicendo le stesse cose che dice Trump, senza però la faccia cattiva. In campagna elettorale i candidati democratici (nei posti in cui hanno vinto) hanno parlato del costo della vita e di servizi ai cittadini. Insomma problematiche vicine all’elettore medio. E se queste elezioni erano un esperimento, in vista delle ben più importanti elezioni di metà mandato, è sicuramente riuscito. Ora c’è da fare tesoro della lezione ed andare alla riscossa. La campagna elettorale è già cominciata.

Perdere non piace a nessuno, tantomeno a Trump (celebre per non accettare la sconfitta con sportività), ma non credo sia il caso di farne un dramma. Forse il presidente dovrebbe farsi un esame di coscienza su quanto fatto finora (spoiler: non accadrà), ma il risultato di martedì non è sorprendente. Negli Stati Uniti, e non solo, il partito di governo un po’ per volta, disperde parte del proprio capitale politico, mentre l’opposizione tende a guadagnare consensi (ovviamente se si riesce a fare opposizione in maniera anche solo decente. Riferimenti al PD sono assolutamente casuali). Quindi il risultato di martedì si inserisce in una dinamica assolutamente consolidata della politica americana. Certo ora per zio Donald è tempo di darsi una mossa. Ha ancora un anno per recuperare parte di quei consensi perduti e siamo curiosi di vedere cosa si inventerà, questa volta, per realizzare l’ennesimo “come back”.

Notizie sparse

Alte temperature, basse aspettative

Lunedì prossimo prenderà il via COP30, la trentunesima Conferenza delle Parti della Convenzione Quadro delle Nazioni Unite sui Cambiamenti Climatici (UNFCCC). SI tratta dell’incontro globale più importante per discutere le azioni (per ora piuttosto inefficaci) contro il riscaldamento globale.
​La conferenza si terrà a Belém do Pará, in Brasile. Si è scelta questa città, considerata la “porta dell’Amazzonia”, per porre l’attenzione sulla protezione della foresta pluviale, della biodiversità e sul ruolo delle popolazioni indigene. Insomma sul forte valore simbolico di questa scelta nulla da dire. Ci sarebbe molto da dire invece sotto tutti gli altri punti di vista. Belem infatti non era pronta per tutto questo. Mancano alloggi per le delegazioni, i prezzi sono schizzati alle stelle, tanto che alcune delegazioni o non riusciranno a partecipare all’evento oppure dovranno andare a ranghi ridottissimi. Ma non credo sarà una grande perdita per loro, perché visti i tempi che corrono, le aspettative su questa conferenza sono bassissime. India, Usa, Cina e Russia (assieme “valgono” il 50% delle emissioni globali di CO2) neppure si presenteranno. L’Unione Europea, che alle COP si presenta come attore unico, in extremis ha raggiunto un accordo. Ma da soli non si va da nessuna parte.

Chi non muore si rivede

Martedì in Libia è stato arrestato Najim Osama Almasri, il capo della polizia giudiziaria del paese. Accusato di aver torturato 10 persone e di averne uccisa 1, Almasri è noto dalle nostre parti per via dell’arresto fantasma avvenuto a Torino ad inizio anno. Su mandato della Corte penale internazionale, infatti, Almasri era stato arrestato dalle forze dell’ordine italiane il 19 gennaio. E fin qui tutto regolare. Martedì 21 gennaio, però, le cose prendono una strana piega. Il generale libico viene liberato e rimpatriato in Libia su un volo di Stato, per decisione del governo italiano. I modi controversi e le spiegazioni sciatte, confuse e contraddittorie di Meloni & Co. fecero esplodere il “caso”, da cui il governo non si è ancora del tutto ripreso. Ora che comunque Almasri è in carcere in Libia, per una lotta di potere all’interno del paese, forse possiamo andare avanti e dedicarci a cose più rilevanti.

Anche per questa settimana è tutto. Se volete rimanere in contatto con noi, possiamo continuare a “vederci” su questa newsletter, basta iscriversi inserendo qui la vostra mail. Buona domenica!

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