È in uscita il 6 febbraio via Factory Flaws Looking for affection, l’album d’esordio di georgia, georgia. Cantautrice veronese classe ’99, Giorgia inserisce all’interno delle dodici tracce dell’album tutte le emozioni e le incertezze tipiche dei periodi di profondo cambiamento e crescita, che passano attraverso relazioni sbilanciate e si traducono nel bisogno di essere visti e amati.
Noi di YPO abbiamo ascoltato Looking for affection in anteprima e abbiamo avuto il piacere di chiacchierare con georgia, georgia, che ci ha parlato dell’album, dell’industria musicale e dei suoi sogni. Ecco come è andata!
Chi è georgia, georgia?
«Mi chiamo Giorgia, in arte georgia, georgia, e sono una cantante indie emergente. Ho iniziato questo progetto qualche anno fa molto spinta dal mondo musicale che stavo ascoltando in quel periodo, l’indie-folk americano. In particolar modo Phoebe Bridgers è stata una grandissima ispirazione per me – da lei infatti ho anche tratto il mio nome d’arte, come omaggio a una delle sue canzoni, Georgia. I suoi testi mi hanno molto colpita e mi hanno spinta ad andare più in profondità rispetto a quello che fino a quel momento avevo scritto, e a rendermi molto più onesta e vulnerabile. Questa cosa l’ho trovata anche molto liberatoria, perché ci sono tante cose che nella vita farei fatica a dire in altro modo».
Parliamo di Looking for affection…
«È nato negli ultimi due, tre anni, spinta a scrivere da una serie di – purtroppo – storie finite male, relazioni un po’ disfunzionali, e avevo notato che c’era un pattern nelle cose che succedevano, mi ritrovavo a finire sempre nelle stesse situazioni. Nel frattempo ho iniziato anche ad andare in terapia, e quindi a cercare di sviscerare il perché di tutte queste dinamiche. Il disco è stato il frutto di queste cose, quindi i turbamenti e tutte le emozioni forti che stavo sentendo, ma anche la parte un po’ più razionale della cosa, l’analisi di quello che stava succedendo, dei miei errori che inizialmente non ammettevo nemmeno a me stessa. Poi ho dovuto fare i conti anche con quello che sbagliavo io. È stato un percorso di crescita. Tutto il disco vuole essere un viaggio attraverso questi ultimi anni della mia vita, questi errori e che cosa ho imparato. Trovo molto dolce per me stessa la traccia finale (after all, ndr) che è proprio questo, il frutto di tutti gli insegnamenti. È un po’ riguardarsi indietro e dire: ok, questo è successo, le cose sono andate così, però magari non tutto è stato un male».
L’album è completamente in inglese. È stata una scelta presa naturalmente o in qualche modo ragionata? Qual è il rapporto tra i sentimenti che tu esprimi e la lingua in cui li esprimi?
«Non è stata una scelta ragionata e anzi è stata una scelta molto discussa. Ho dovuto un po’ combattere per riuscire a mantenere i pezzi, che sono sempre nati in inglese, e a non doverli snaturare o per forza tradurre in italiano, perché purtroppo ho trovato molta resistenza in generale nel settore musicale. Una delle poche realtà che invece mi hanno accolta proprio così per come ero è stata Factory Flaws, con cui poi ho iniziato a uscire con i pezzi. Mi sono nati così, è stato tutto molto naturale. Dato che negli ultimi anni ho ascoltato prevalentemente musica in inglese le mie influenze erano queste, era una naturale continuazione del mio amore per la musica e dei miei ascolti poi nella scrittura. E in realtà il fatto di non parlare nella mia lingua madre mi faceva sentire quasi più al sicuro, più tranquilla nel dire cose pesanti o molto intime, dei dettagli particolari della mia vita. Dirli in italiano mi avrebbe fatto sentire molto più vulnerabile, invece così era quasi come un prendere le distanze dalla cosa e mi dava la libertà di essere anche più onesta».
Il rapporto con l’industria
Il brano di apertura è slow down, in cui parli di aspettative su se stessi, del confronto con gli altri, del bisogno di rallentare in certi momenti, mentre in after all c’è una sorta di riaccettazione, un far pace con i propri trascorsi. Questa cosa si rispecchia sia nella vita personale che nella vita artistica? Cosa significa essere una ragazza di 26 anni e un’artista emergente che cerca di scoprire se stessa e di scoprirsi attraverso l’industria musicale di questo momento?
«Beh sì, sicuramente c’è un parallelismo anche in questo percorso. Ho iniziato da poco, il mio primo singolo è uscito due anni fa, quindi all’inizio era tutto una novità, un po’ di stress, una serie di paure, di dubbi… e poi nel tempo in realtà sono riuscita a trovare il mio equilibrio e accettare il fatto che ognuno va col suo ritmo, le cose se devono succedere, succedono, quindi questo mi aiuta ad affrontare tutto con molta serenità».
All’inizio del percorso c’è più fame o c’è più timore?
«Timore no, non me lo sento. Fare musica è sempre stato un sogno nel cassetto e non l’ho mai preso molto seriamente fino a qualche anno fa, quando ho iniziato effettivamente a lavorare sui miei pezzi, a cercare una distribuzione. Il mio percorso di vita era stato totalmente un altro, e quindi [il progetto musicale] è nato, non dico per gioco, però comunque con leggerezza. Come artista emergente purtroppo non può essere il tuo lavoro e la tua fonte primaria di sostentamento, ma non mi crea paura, fa in modo che resti comunque la mia passione, la mia valvola di sfogo, me la fa vivere sempre con leggerezza. Mentre se fosse un lavoro a tempo pieno ci sarebbe un po’ più di aspettativa, un po’ più di ansia. Poi chiaro, essere un’artista emergente comporta dei limiti, delle sfide. Però pian piano».
Cosa significa la collaborazione con altri esperti del settore nella realizzazione di un album?
«Questa cosa è stata importantissima. Io purtroppo non ho mai studiato musica, a parte qualche anno di lezioni di canto, però mi sento sempre quasi una sprovveduta quando mi devo interfacciare con gli esperti del settore che magari ne sanno moltissimo più di me. Ho fatto tantissimo affidamento sul mio produttore, con cui ho lavorato su tutti i pezzi che ci sono nel disco. Il rapporto con lui è molto stretto dal punto di vista della creatività, della creazione dei pezzi. È proprio, mi sento di dire, un cinquanta e cinquanta. E io assolutamente faccio affidamento su tutte le persone intorno a me che sono nel settore da molti più anni, ne sanno molto più di me. Ci siamo molto spalleggiati a vicenda, specialmente io e lui (il produttore, ndr). Si chiama Daniele Cocchi, in arte Violea».
Looking for affection, oltre i tecnicismi
Secondo te, del tuo album in uscita, Looking for affection, che cos’è che piacerà di più? E cosa vorresti invece che trasmettesse?
«Secondo me piacerà un insieme di cose, sia il sound che secondo me è molto fresco e originale rispetto alle cose che si sentono in Italia per la maggiore in questo momento, ma anche il songwriting, per le persone che come me stanno molto attente ai testi. Secondo me ci sono delle cose interessanti e anche divertenti. [Con l’album vorrei dire] di non farsi prendere dalle difficoltà o dalle emozioni negative del momento, perché comunque con il tempo si riesce a capire che spesso anche queste esperienze non erano del tutto negative, magari portano anche qualcosa di buono. E invece dal punto di vista relazionale, amoroso… di farsi valere, di non accettare meno di quello che si merita».
C’è un brano dell’album a cui sei particolarmente affezionata?
«Sì, senz’altro. La focus track in uscita insieme al disco. Si chiama soft tongue. È una di quelle a cui sono più affezionata. Infatti è stato l’ultimissimo brano su cui abbiamo lavorato per tergiversare, per rimandare un po’ perché c’era tanta aspettativa, perché è un brano a cui tengo tantissimo. È uno di quelli in cui mi sono messa un po’ più a nudo, mi sento più vulnerabile, anche ogni volta che lo suoniamo live. Insomma, è sempre un momento molto emozionante per me e spero che piaccia».
È questa la canzone che sei più emozionata o che semplicemente hai più voglia di cantare live, oppure c’è un’altra canzone che non vedi l’ora di poter cantare davanti a tutti?
«Questa sicuramente è sempre un bel momento durante gli show. Ce n’è un’altra a cui sono molto affezionata. È uno degli ultimi pezzi, si chiama runner up. Forse perché è un po’ ispirata anche al mio album preferito, ai Fleetwood Mac, in particolare a Rumors. Mi sento di aver proprio incanalato la sensazione che provavo in quel momento nella melodia e nel testo della canzone, quindi ogni volta a suonarla mi sento sempre molto trasportata».
Parliamo di sogni…
Hai un sogno musicale nel cassetto? Si può dire o sei scaramantica?
«Ma dai no, scaramantica non troppo (ride, ndr). Un sogno musicale, una cosa che mi piacerebbe tanto, è andare in radio con i miei pezzi. Deve essere una cosa emozionante sentire una mia canzone e sapere che sta arrivando in questo momento a tantissime altre persone».
Tu hai avuto anche delle esperienze come opener. A questo proposito, qual è tuo opening dei sogni? Per chi vorresti aprire un concerto? Sogna in grande.
«Olivia Rodrigo. Chappell Roan».
E invece il featuring dei sogni?
«Vabbè, Phoebe Bridgers, è mia madre, cosa devo dire (ride, ndr)».
Torniamo a georgia, georgia…
Convinci tutti ad ascoltare il tuo album attraverso motivazioni validissime e poco modeste.
«Uno, perché secondo me è una cosa che non avete mai sentito prima. È una musica che in Italia sta ancora un po’ prendendo piede, e se volete essere quelli che supportavano una piccola artista emergente dall’inizio, ascoltatelo. Due, perché seppur parli per la maggior parte di amore e di rotture, secondo me lo fa in una maniera comunque originale e anche sotto una chiave non scontata».
Perché dobbiamo prestare attenzione a georgia, georgia?
«Dobbiamo prestare attenzione al mio progetto perché sta crescendo, sta cambiando, e nella musica italiana forse manca un elemento come me, che faccia una musica così, questo pop un po’ alternative e con delle influenze americane. Secondo me ci manca».
Quindi è chiaro: sentiremo sicuramente ancora molto parlare di georgia, georgia.
Ricordiamo che il suo album d’esordio Looking for Affection esce il 6 febbraio su tutte le piattaforme e siamo tutti prontissimi ad ascoltarlo!


