Castel Morrone ha circa 4000 abitanti ed è situato tra i Colli Tifatini, ai piedi del Monte Castello, distante circa 10 km da Caserta: una delle tradizioni più particolari di questo piccolo Comune sono le maschere del giorno di Carnevale, con anni e anni di tradizioni alle spalle. Chi poteva parlarci meglio di questa usanza se non due cittadini storici del luogo? Vi presentiamo Domenico, detto Zì Mimì, e suo figlio Antonio Caruso.
Perché le maschere sono così importanti a Castel Morrone?
Zì Mimì: «Questa è una tradizione molto vecchia ed è bella per noi morronesi perché rappresenta una festa. Una festa carnevalesca dove sono tutti uomini, che a volte si travestono anche da donna e da qui il nome “maschera”. Ci sono delle storie che vengono raccontate, degli sceneggiati, dei canti e c’è la quadriglia che è il ballo tipico delle Maschere morronesi».
Le storie che vengono raccontate sono tutte uguali o simili?
Zì Mimì: «No no, abbiamo diversi racconti. Ci sta ad esempio: a legg, a zez, la brunetta, i dodici mesi, i dieci figli..»
Antonio: «Sì, il carnevale di Castel Morrone, da come l’ho vissuto io fin da piccolo con papà, è praticamente lo “sfogo della gente”. Il mondo si gira un po’ al contrario: il povero può vestirsi da ricco, il ricco può vestirsi da povero e anche l’uomo da donna. La donna vestita da uomo non si usa, all’epoca non esisteva, è una tradizione che ormai avrà più di 100 anni. Mio padre è stato un mazziere storico, dopo la rinascita avvenuta grazie al Maestro Giovanni Tariello, il quale ha riportato questa tradizione, quasi scomparsa, in scena».



Hai parlato di sfogo, è anche legato all’epoca, giusto? Una tradizione che nasce in un periodo diverso dal nostro, con delle regole sociali diverse…
Antonio: «Esatto, con le maschere le persone potevano essere quello che volevano e non dovevano “seguire le regole”. Oggi il mondo è diverso».
C’è il pericolo che la tradizione possa perdersi di nuovo?
Antonio: «Certo! Io sono convinto che una tradizione se non migliora, se si perde l’intenzione, se si perde la passione, meglio che vada persa. Diventerebbe l’ombra di ciò che era, una farsa di ciò che era realmente. Un altro scalino difficile è l’aspetto musicale, le persone prima erano abituate a cantare, cantavano in campagna, cantavano tra vicini, si cantava “a fronne”, cioè senza base musicale. Adesso nessuno lo sa fare più».
E ritornando alla struttura della danza…
Antonio: «In pratica due mesi prima, si riuniscono all’incirca venti ragazzi, con un “mazziere” che li guida e che è il detentore del sapere di queste maschere, dall’abbigliamento al ballo, ed è la figura di riferimento. Si gira due domeniche prima di carnevale nelle piazze, si balla la quadriglia che è un ballo aragonese ma trasformato, e si fanno gli sceneggiati. Noi abbiamo la fortuna di avere più di uno: cinque più una scomparsa che si chiamava “Carneval n’galer”. Ci sono due scritte proprio a Castel Morrone: “la brunetta” e “a legg”; altre sono “condivise” anche in altre zone.
La più recente è “a legg” che riprende un po’ la storia di “iss, ess e u malament” di Mario Merola. Finisce in maniera un po’ strana, inoltre i temi sono un po’ particolari: oggi sarebbero identificati come stalking e femminicidio, ma per l’epoca erano considerati ovviamente in maniera diversa. Invece, le storie “i dodici mesi” e “i dieci figli” hanno temi meno cruenti».
E non è tutto: nel 2025 avete portato le maschere a Venezia!
Antonio: «Venezia è stata un’esperienza bellissima, già essere invitati è un onore. Noi abbiamo avuto 10 minuti di esibizione sul palco, ma dico solo che quando abbiamo finito non siamo riusciti a scendere dal palco, un successo enorme! Fotografie! Sono stato una giornata intera a fare fotografie… con giapponesi, indiani, cinesi…».
E possiamo dire che è orgoglio per voi?
Antonio: «Certo, possiamo dire che è un orgoglio essere morronesi!»


