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YPOSTA: settimana di tregua, forse

La precaria tregua esplosa in settimana tra Iran e Stati Uniti non inganna il petrolio, che si fa pagare ancora caro e neppure Israele che continua a tirare giù bombe come se piovesse. In Italia Meloni rompe gli indugi e va per un clamoroso all-in. Per non perdersi niente di tutto questo caos, c’è YPOSTA, la rubrica di Young Popular Opinion, che prova ad evitarvi attacchi di panico e a raccontarvi gli eventi più importanti della settimana in maniera semplice ed ironica (per quanto possibile). Speriamo di riuscirci (soprattutto per gli attacchi di panico). Potrete ricevere questo articolo direttamente sulla vostra casella postale tramite una newsletter, che verrà inviata ogni domenica. Per riceverla direttamente, basta inserire la vostra mail qui.

La quiete prima/dopo la tempesta

Dopo più di un mese di guerra a tutto spiano, finalmente un po’ di tregua. Forse. Un’oretta prima, infatti, della distruzione della civiltà iraniana promessa da Trump, è arrivato l’accordo tra la Repubblica Islamica e gli Stati Uniti, mediato dal Pakistan. L’accordo naturalmente non riguarda la fine della guerra. Purtroppo su quello siamo lontanissimi, come vedremo. E non ci sono stati neppure grossi passi in avanti. Iran e Stati Uniti continuano a chiedere cose assolutamente inaccettabili per l’altra parte, anche prima di una guerra breve ma drammatica e costosissima in cui entrambi si dichiarano vincitori.

L’accordo, per ora, è una semplice sospensione delle ostilità di un paio di settimane. Poi si vedrà. Tra l’altro l’accordo non riguarda uno tra i più stretti alleati del regime iraniano, cioè Hezbollah. Infatti Israele continua a bombardare il sud del Libano come se non ci fosse un domani, facendo arrabbiare iraniani ed americani. Questa sorta di tregua comunque, evidentemente piuttosto precaria e selettiva, ci regala l’opportunità di tirare un può le somme. Insomma chi ha vinto, chi ha perso cosa e perchè. Entrambe le parti, Iran e Stati Uniti, si dichiarano vincitori. Evidentemente qualcuno sta mentendo. Mentre qualcun altro, Israele, pare non aver nessuna intenzione di fermarsi.

La guerra per gli Stati Uniti

Per gli Stati Uniti è stato un mezzo disastro. Dei quattro obiettivi che si erano dati (uccidere la guida suprema, eliminare il programma nucleare iraniano, causare una sollevazione popolare e fare cadere il regime), soltanto uno (il primo) è stato raggiunto. Tra l’altro durante le primissime ore dell’attacco. A rendere il tutto ancora più grottesco c’è il dettaglio (non proprio marginale) per cui Ali Khamenei (vecchia guida suprema) è stato sostituito dal figlio (Mojtaba Khamenei, pare anche lui con un piede e mezzo nella fossa) ancora più radicale del padre. Tutto il resto del mese passato a bombardare è stato praticamente “garbage time”: un lungo e costoso tempo spazzatura, utile solo a far salire il prezzo del greggio. (Per gli americani all’incredibile cifra di 4$ al gallone. Dovrebbero venire a farsi un giro in Europa, per capire quanto è dura la vita). Ma non solo. L’attacco è costato agli americani soldi (tantissimi), qualche alleato (ma per Donald questo sicuramente non è un problema) e più di qualche elettore. La popolarità di Trump, già in crisi prima del conflitto per via dell’Ice, infatti continua a calare.

Tregua: Donald Trump
Donald Trump

Un Epstein per l’Iran

Personalmente però credo sia stata Melania, questa volta, a darci la misura del disastro di questa guerra. La First Lady in settimana ha mandato un messaggio al Congresso in cui ha preso le distanze da Jeffrey Epstein e dai famosi Epstein files. Per dissipare ogni dubbio in merito ad un suo coinvolgimento (e a quello di Donald) ha suggerito al Congresso di iniziare delle audizioni, sotto giuramento, delle vittime di Epstein. Questo ci dice qualcosina su quanto il caso Epstein sia tutt’altro che concluso. Ma ci dice molto su come stia andando la guerra.

Secondo molti americani, infatti, Trump avrebbe attaccato l’Iran per spostare l’attenzione dagli Epstein files. Ora le cose stanno andando così male con l’Iran che Trump e famiglia sono costretti a tirare fuori ancora una volta la storia di Epstein, per spostare l’attenzione dalla guerra. Ma queste sono soltanto supposizioni di menti malpensanti.

La guerra per l’Iran

Ma se Atene piange, Sparta non ride. La Repubblica islamica certamente è riuscita a raggiungere il suo (e direi anche unico) obiettivo: sopravvivere all’attacco (cosa assolutamente non scontata). Ed ha raggiunto (o almeno così pare) anche un obiettivo “bonus”: appropriarsi dello stretto di Hormuz. (Cosa assolutamente illegale secondo il diritto internazionale, dato che è uno stretto naturale. Ma ormai avete capito che il diritto internazionale è praticamente carta straccia). Ed in verità anche sul piano della comunicazione è andata bene. La parte dei cattivi l’hanno fatta Stati Uniti ed Israele (paesi molto adatti a questo ruolo), mentre il regime iraniano è riuscito persino a recuperare un pò di credibilità dinanzi agli iraniani. Insomma tutto bene. Non proprio.

Il paese, infatti, ha subito danni enormi. Scuole, ospedali, caserme, infrastrutture energetiche “legali” o meno “legali”. Quasi nulla è stato risparmiato dai bombardamenti di Israele e degli americani. E serviranno generazioni per riparare ai danni fatti da un attacco breve ma devastante. Quindi certo la repubblica islamica è ancora in piedi, ma è più debole rispetto ad un mese fa.

Insomma, come molto spesso succede, le guerre le vince chi non le fa (anche se questo è un può un caso limite. Il conflitto infatti sta danneggiando anche tutto il resto del mondo). Mentre per chi le fa, c’è da mettersi d’accordo su chi ha perso di meno. Ma questo lo lascio decidere a voi.

La guerra per israele

Israele ha molte cose che non vanno, inutile girarci attorno. Però sicuramente non difetta per coerenza. Lo stato ebraico è stato il principale sponsor dell’operazione contro l’Iran e di interrompere le ostilità non ci pensa neppure, anzi. Netanyahu è rimasto molto deluso da Trump e dalla sua tregua. Quindi per tirarsi un po’ su di morale, ha deciso di bombardare il sud del Libano come se non ci fosse un domani. Ed in verità se i bombardamenti sul Libano dovessero proseguire ancora con la stessa intensità degli ultimi giorni, probabilmente per il Libano non ci sarà un domani, per davvero. L’azione però ha fatto arrabbiare, oltre all’Iran ed al suo alleato americano (o presunto tale) anche i francesi. Ma tutto ciò non sembra turbare Israele, che tira dritto come un treno.

Un accordo impossibile

Ieri sono cominciate ad Islamabad (capitale del Pakistan) le trattative tra Iran e Stati Uniti per un accordo di pace. La delegazione americana è guidata dal Vicepresidente JD Vance (che sin dall’inizio si era opposto alla guerra contro l’Iran). Assieme a lui ci sono gli onnipresenti Jared Kushner e l’inviato speciale Steve Witkoff. Per l’Iran i capi delegazione sono il Presidente del Parlamento Mohammad Bagher Ghalibaf ed il Ministro degli Esteri Abbas Araghchi. I due dovrebbero rappresentare le diverse fazioni interne (politiche e militari) ed i relativi interessi.

Piuttosto che niente, meglio piuttosto

Meglio non farsi troppe illusioni, però. La trattativa è complessa. Le due parti sono lontanissime, ed in verità è difficile immaginare come possano ridurre le “distanze”, soprattutto perché, considerandosi entrambi vincitori, sia Iran che Stati Uniti saranno poco disposti a fare grandi concessioni. Il primo punto in agenda è l’ormai famigerato stretto di Hormuz. Gli USA vogliono ripristinare la libera navigazione, mentre l’Iran non ci pensa neppure. Il controllo dello stretto potrebbe permettere al regime di incassare un pò di soldi. Teheran non vuole mollare il suo programma nucleare. Continua a ritenere la bomba atomica la sola assicurazione sulla vita del regime. Quindi insiste sul diritto all’arricchimento dell’uranio, mentre gli Stati Uniti puntano a restrizioni severe e permanenti.

Per rendere il tutto ancora più complesso, l’Iran chiede anche lo sblocco immediato dei fondi all’estero, la fine delle sanzioni economiche, l’interruzione dei bombardamenti israeliani in Libano ed un unicorno. (L’unicorno è la parte semplice). Soltanto la voglia matta di Trump di sgattaiolare da questa pessima situazione in cui si è ficcato e la speranza del regime iraniano di sopravvivere sono le sole ancore a cui aggrapparsi di un negoziato davvero difficile.

Naturalmente sarebbe irrealistico pensare ad una trattativa per una pace definitiva immediata. Vero che Trump è un inguaribile ottimista, ma sarebbe esagerato persino per i suoi standard. In realtà le trattative puntano ad un accordo in grado di estendere la tregua e continuare i negoziati tecnici, evitando la ripresa dei bombardamenti, una volta superate le due settimane.

Il rilancio di Meloni…quasi

In settimana si è tenuta anche la richiestissima ed attesissima informativa parlamentare della Presidente del Consiglio Giorgia Meloni. Purtroppo a causa di una discutibile scelta in merito all’orario di inizio (13.05), sia la Camera dei deputati sia il Senato della Repubblica erano semi deserte. Confidiamo però sul fatto che i nostri deputati e senatori abbiano seguito con estremo interesse l’informativa (tra l’altro da loro stessi richiesta), tra un piatto di bucatini e un petto di pollo.

Tregua: Meloni parla alle camere
Meloni parla alle camere

Non che qui si voglia difendere deputati e senatori, però, a dire il vero, chi ha scelto di andare a mangiare non si è perso nulla di sconvolgente. La Presidente del Consiglio ha ribadito la sua volontà di voler portare a termine la legislatura e di dare nuovo impulso all’azione di governo (che in verità nessuno ha visto negli ultimi 4 anni). Insomma nulla di nuovo. Se non fosse per la guerra nel golfo Persico.

Chiari di luna

Meglio essere netti: per la già disastrata economia italiana i prossimi mesi saranno molto difficili. La riduzione dell’offerta di materie prime, per via del conflitto nel golfo Persico, causerà (in realtà già sta causando, ma andrà peggio) una fiammata inflattiva (secondo alcuni come nel 2022, dopo l’invasione russa dell’Ucraina) ed il conseguente rallentamento economico. Rallentamento economico da cui sarà difficile “difendersi”. Politiche monetarie espansive infatti porterebbero ad un ulteriore aumento dell’inflazione (ingigantendo quindi il problema). Politiche fiscali espansive, invece, sono proprio fuori dalla nostra portata, dato che siamo indebitati fino al collo. Ed allora perché Meloni, già in crisi di consenso, vuole rimanere al comando di una nave destinata ad essere preda di una drammatica tempesta?

Effetto Covid

Prima dell’arrivo della pandemia da Covid-19, l’allora Primo Ministro, Giuseppe Conte, non se la stava passando bene. Il suo governo zoppicava, mentre il consenso lentamente scivolava via. Poi arrivò la pandemia, e tutto cambiò. Il paese, in piena emergenza, si strinse attorno al suo condottiero che, con coraggio e tenacia, affrontava l’epidemia senza risparmiarsi. Furono mesi difficili per tutti, sicuramente anche per Giuseppe Conte. Da un punto di vista prettamente politico, però, la pandemia per lui fu una benedizione. Quei mesi rafforzarono la sua leadership, e gli permisero di recuperare parte del consenso sperperato nei mesi precedenti.

Probabilmente Meloni vuole provare a fare la stessa cosa. Vuole condurre la nave durante la tempesta, diventare il simbolo di un paese che, in emergenza, resiste. Qualora poi le cose dovessero andare male (scenario tutt’altro che improbabile), non sarà complicato accusare l’Europa cattiva ed invidiosa di voler impoverire l’Italia e gli italiani. (Un must di questo paese degli ultimi 30 anni, almeno). Vedremo se sarà capace di navigare in tempesta, oppure se la tempesta la sbranerà.

Altre notizie della settimana

La missione di Artemis II si è conclusa con successo. Gli astronauti sono tornati sani, salvi e carichi di meraviglie dallo spazio. Ma questa era soltanto la prova generale, “the best is yet to come”. Il principale candidato alla Presidenza di Francia, Jordan Bardella, è stato fotografato in compagnia dell’erede della dinastia dei Borbone (proprio i nostri Borbone), Carolina. Ciò sta facendo discutere molto e sognare anche qualcuno. Oggi si stanno tenendo delle importantissime elezioni in Ungheria. Orban (di cui abbiamo tanto scritto) rischia di perderle, dopo 16 anni. Ciò potrebbe cambiare profondamente l’Ungheria ed anche l’Unione Europea.

Per questa settimana è tutto. Se volete rimanere in contatto con noi, possiamo continuare a “vederci” su questa newsletter, basta iscriversi inserendo qui la vostra mail. Buona domenica!

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