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God of War è diventato God of Woke?

God of War: Laufey, prossimo capitolo della storica saga PlayStation di Santa Monica Studio, è stato annunciato nell’ultimo State of Play di Sony lo scorso 2 giugno. Le polemiche non sono affatto mancate. I videogiocatori si sono infatti divisi a causa del main character di questo nuovo titolo. Non più Kratos, ma sua moglie: la gigantessa jötunn Laufey (o “Faye”). C’è chi è entusiasta per questa boccata d’aria fresca, e chi invece teme la deriva woke.

Il “gender-swap” nei videogiochi

Negli ultimi tempi molti videogiocatori, in particolare maschi, lamentano un ricorso sempre più frequente a forme di “gender-swap” nei videogiochi. Per “gender-swap” si intende il cambio di sesso di un personaggio in un’opera di finzione. Lo stesso personaggio può passare dall’essere maschio a femmina o viceversa (per esempio Stormfront: maschio nel fumetto The Boys e femmina nella serie TV). Oppure un protagonista può essere sostituito in quanto tale da un altro personaggio del sesso opposto. Gli esempi in ambito videoludico sono innumerevoli. Abbiamo Ellie in The Last of Us Part II che subentra a Joel, Atsu che fa lo stesso con Jin Sakai in Ghost of Yōtei (seguito spirituale di Ghost of Tsushima), o ancora Ciri che sarà la protagonista di The Witcher IV al posto di Geralt di Rivia. Ma perché accade questo?

I motivi sono molteplici, ma quello principale – e anche il più banale – è il tentativo da parte dei publisher di allargare il target di riferimento dei titoli. Se per anni i videogiochi sono stati un passatempo prettamente maschile, per fortuna di recente le cose sono cambiate. Secondo le ultime stime la percentuale di gamers di sesso femminile si aggirerebbe intorno al 42-48% del totale (contando anche i settori mobile e casual). Un dato importante che sicuramente ha spinto le aziende, e quindi gli sviluppatori, a cambiare approccio nei confronti del pubblico.

Ciò ha portato a un naturale incremento di protagoniste – piuttosto che protagonisti – nei videogiochi, anche in saghe inizialmente pensate per i maschietti. Certo: le icone femminili videoludiche non sono mai mancate (basti pensare a Lara Croft o Bayonetta). Ma anch’esse – nella maggior parte dei casi – furono create per compiacere il pubblico maschile e sono figlie di un’epoca totalmente diversa dalla nostra.

Icone femminili nei videogiochi. Da sx a dx: Lara Croft (Tomb Rider), Chun-Li (Street Fighter), Bayonetta (Bayonetta)

Oltre a ciò entrano in gioco anche motivi politici, che secondo molti forzerebbero l’inclusione femminile (e non solo) nei videogiochi e nell’intrattenimento audiovisivo in generale. In particolare possiamo parlare del tanto controverso DEI (Diversity, Equity, Inclusion). Si tratta di un framework aziendale che promuove diversità, equità e inclusione all’interno delle aziende e dei loro contenuti. Molti investitori privati, infatti, decidono di orientare le proprie scelte di investimento proprio in base al DEI e a criteri detti “ESG” (Environmental, Social, Governance). Ciò porterebbe publisher e sviluppatori a porre più attenzione a temi quali equità di genere, minoranze, LGBTQ+ e ambientalismo proprio per rispettare il DEI, acquisire più punti ESG e quindi attrarre investitori.

In questo contesto sono nati perfino degli studi di “narrative consultation” per aiutare gli sviluppatori a intraprendere questo tipo di strada. Il più famigerato è Sweet Baby Inc. (SBI), fondato nel 2018 e al centro di numerose polemiche. SBI si occupa di sceneggiatura, character development, “sensitivity reading” e consulenze riguardo l’inclusività. Nel suo portfolio può vantare titoli come God of War: Ragnarök (2022), Alan Wake 2 (2023), Marvel’s Spider-Man 2 (2023), Assassin’s Creed Valhalla (2020) e Marvel’s Wolverine (in uscita questo settembre). Non ci sono per ora conferme riguardo a un loro coinvolgimento in God of War: Laufey.

In ogni caso lo zampino di SBI o altre realtà del genere all’interno dei videogiochi non è per forza sinonimo di narrazione carente, anzi: la maggior parte delle persone che ci lavorano sono comunque professionisti del settore. Il fatto che spesso calchino la mano su determinate tematiche, andando anche a togliere spazio a quella che dovrebbe essere la direzione narrativa originale e più coerente dei singoli giochi, ha però portato una buona fetta di appassionati a odiare Sweet Baby Inc. e tutto ciò che ci ruota intorno. Dopo le polemiche, già dal 2025 il numero di studi e publisher che hanno fatto affidamento su SBI è calato drasticamente. Famoso è il movimento online nato dalla piattaforma Steam “Sweet Baby Inc. detected”, che segnala tutti i giochi che hanno collaborato con SBI per boicottarli.

Il gender-swap può essere infine letto come un tentativo degli sviluppatori di comunicare in maniera facile (e anche furba) novità e cambiamento in una saga. Questo avviene soprattutto quando l’impalcatura ludica rimane pressoché la stessa rispetto ai capitoli precedenti. Probabilmente non sarà il caso di Laufey: i 20 minuti di gameplay mostrati sembrano molto promettenti e la trama parte da un incipit interessante.

In ogni caso la povera Faye, interpretata da Deborah Ann Woll (la ricorderete nel ruolo di Karen Page nelle serie TV di Daredevil) negli ultimi giorni si è trovata al centro di una quantità spropositata di polemiche e meme. Dalla semplice storpiatura del titolo del gioco, che è diventato God of Woke oppure God of War: Laundry, a sequenze fake di gioco realizzate con l’IA dove si vede la protagonista cucinare, lavare i piatti e svolgere le faccende di casa. Poi, oltre alla già citata questione del gender-swap, ce n’è stata un’altra ancora più delirante. Secondo alcuni ci sarebbe stato un imbruttimento del volto di Faye rispetto a quello dell’attrice. C’è chi si è perfino prodigato nel “sistemare” le fattezze della protagonista per renderla più attraente. Insomma: il videogiocatore medio è una persona molto matura.

God of War: Laufey diventa God of War: Laundry in un meme virale

Anche David Jaffe, director dei primissimi due God of War (che non è un grande fan del recente “ciclo norreno” della saga) ha aspramente criticato il nuovo capitolo.

L’evoluzione di God of War

L’intera saga di God of War rappresenta uno dei più grandi esempi moderni di evoluzione videoludica, sia sul piano del gameplay che dello storytelling. Il primo titolo della saga di Santa Monica Studio, uscito nel 2005 per PlayStation 2, era un hack ‘n’ slash puro ambientato nell’antica Grecia. La trama è semplice: il soldato spartano Kratos, sconfitto in guerra, invoca il Dio Ares affinché gli doni la forza necessaria per trionfare. Ares accoglie le sue preghiere e lo trasforma in un guerriero ancora più potente e spietato di prima, armandolo con le Lame del Caos. Kratos miete vittime tra i nemici ma, a causa della furia indotta dal Dio, arriva a uccidere anche la moglie Lysandra e la figlia Calliope. Le loro ceneri poi andranno a ricoprirgli la pelle come monito.

God of War (2005), Santa Monica Studio

Kratos diventa quindi il “Fantasma di Sparta” e giura vendetta prima contro Ares e poi l’Olimpo intero. Nel corso della “trilogia greca”, andata avanti fino al 2013 (a cui vanni aggiunti i due spin-off per PSP Chains of Olympus e Ghost of Sparta, oltre al prequel per PS3 God of War: Ascension), Kratos porta avanti la sua sanguinaria missione, trucidando un Dio dopo l’altro fino a Zeus. Il combat di questi capitoli risulta frenetico e divertente anche se non particolarmente complesso. Lo stesso vale per la trama: capace di arrivare ad alti picchi di epicità ma pensata per un pubblico di ragazzini. Rimane in ogni caso una delle IP più iconiche e apprezzate della storia di PlayStation.

Nel 2018 però le cose cambiano: esce God of War per PS4, soft-reboot diretto e co-scritto da Cory Barlog. Sono passati decenni, forse secoli, dal finale di God of War III e Kratos non si trova più in Grecia. Ora è al Nord, in Scandinavia, e ha una moglie (Faye), un figlio di nome Atreus e un’invidiabile barba da boscaiolo. La “saga norrena” inizia proprio col funerale di Faye, le cui ceneri dovranno essere sparse da Kratos e Atreus sulla montagna più alta di Midgard (uno dei nove Regni della mitologia norrena, quello popolato dagli uomini). Parte così un viaggio padre-figlio che tratta temi come paternità e redenzione con toni decisamente più posati, maturi e introspettivi rispetto ai capitoli precedenti.

God of War (2018)

Kratos e Atreus visiteranno alcuni dei nove Regni, incontrando creature della mitologia e divinità come Freya e Baldur, quest’ultimo il villain principale del gioco. Anche il gameplay viene rivoluzionato: action-adventure con elementi RPG e un combat decisamente più stratificato e vario. Il titolo fu accolto decisamente bene da pubblico e critica, arrivando anche a vincere il premio di Gioco dell’Anno ai The Game Awards.

Il seguito, God of War Ragnarök del 2022, amplia ancora di più narrazione e gameplay. Kratos e Atreus dovranno avere a che fare con il Fimbulvinter (il “Grande Inverno”) e il “Crepuscolo degli Dei”, e al contempo affrontare divinità come Heimdall, Thor e Odino in persona. Nato probabilmente come “accorpamento” del secondo e del terzo capitolo di quella che doveva essere, nei piani di Santa Monica, un’ intera trilogia norrena, Ragnarök è stato percepito da molti come un’ulteriore evoluzione sul fronte ludico rispetto al titolo immediatamente precedente, ma non su quello narrativo. Si sente la mancanza della penna di Barlog (qui solo in veste di supervisore sul lato creativo), soprattutto nell’atto finale. Si tratta comunque di un titolo estremamente valido e ben accolto, che chiude l’arco di Kratos in maniera soddisfacente e fa ben sperare per il futuro della saga grazie al personaggio di Atreus.

God of War Ragnarök (2022)

Da citare è anche il DLC gratuito di Ragnarök: Valhalla. Il contenuto scaricabile mescola il combat del gioco principale a meccaniche roguelite, mentre la narrazione intima e riflessiva mette un punto alla storyline di Kratos.

Cosa aspettarsi da God of War: Laufey

Il gameplay mostrato all’evento di Sony lo scorso 2 giugno lascia presagire tutta una serie di importanti novità per God of War: Laufey. L’avventura sarà parallela agli eventi di God of War (2018) e Ragnarök, e vedrà Faye risvegliarsi, dopo il suo funerale, nell’Everywhen, una sorta di Aldilà degli Dei. La storia sarà strettamente interconnessa agli ultimi due capitoli della saga (chi li ha giocati sa che Faye, nonostante sia morta, ha un ruolo cruciale nel viaggio del marito e del figlio).

Tra i nuovi personaggi introdotti spiccano gli antagonisti Sekhmet, Dea della guerra egizia, e Begtse, divinità della guerra mongola/tibetana. Ci sono anche un cubo parlante gelatinoso di nome Phranque e un nastro incantato di nome Rue, che protegge la spada che Faye userà come arma nel gioco. In molti speculano, data l’ambientazione, su un possibile ritorno delle divinità greche.

Lato gameplay la formula seguirà la strada dei due titoli precedenti (action-adventure in terza persona), ma già dalle sequenze mostrate si può notare come Faye abbia uno stile di combattimento estremamente diverso da Kratos: più veloce, agile e magico. Per quanto riguarda il lato artistico, il titolo sembra graficamente spacca-mascella e molto ispirato nelle imbientazioni e nel design dei personaggi. Nonostante le polemiche e la mancanza di una data d’uscita, dunque, una buona fetta di videogiocatori è già in hype.

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