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YPOSTA: Settimana di dimissioni

Tra le dimissioni di lunedì Starmer, i mille problemi di Sanchez e l’esiziale dibattito in Francia sull’aria condizionata, la settimana è stata decisamente rovente per molti leader di tutto il mondo. Anche perché nel golfo Persico per Trump la situazione si fa sempre più ingarbugliata. Per non perdersi niente di tutto questo caos, c’è YPOSTA, la rubrica di Young Popular Opinion, che prova ad evitarvi attacchi di panico e a raccontarvi gli eventi più importanti della settimana in maniera semplice ed ironica (per quanto possibile). Speriamo di riuscirci (soprattutto per gli attacchi di panico). Potrete ricevere questo articolo direttamente sulla vostra casella postale tramite una newsletter, che verrà inviata ogni domenica. Per riceverla direttamente, basta inserire la vostra mail qui.

Golfo senza fine

Stati Uniti ed Iran, ancora loro. I due paesi erano riusciti a trovare un accordo di base (parecchio svantaggioso per gli Stati Uniti), per cominciare il negoziato per l’accordo vero e proprio. Le famose trattative sono cominciate questa settimana. E se avete avuto delle difficoltà a capirci qualcosa, tranquilli. Non siete voi ad essere diventati improvvisamente scemi. In realtà è oggettivamente difficile capire cosa sta accadendo. Le dichiarazioni dei due attori (poco credibili) sono sempre controverse e provocatorie. In molti casi delle bugie belle e buone. Per esempio secondo Trump, sempre vittima del suo incontenibile ottimismo, l’Iran aveva accettato le ispezioni sui siti nucleari dei tecnici dell’agenzia internazionale per l’energia nucleare. Gli iraniani, però, subito dopo hanno smentito. E più o meno la settimana è andata avanti così. Le dichiarazioni spavalde di uno, smentite immediatamente dall’altro. Insomma come spesso accade quando c’è di mezzo Trump, molto fumo e nessun arrosto.

Navi indisciplinate

Venerdì però qualcosa è successo. Naturalmente non riguarda l’accordo, anzi. Gli Stati Uniti infatti hanno ripreso a bombardare l’Iran. Nello specifico hanno colpito alcuni siti missilistici iraniani. Il raid è stata la risposta ad un attacco, avvenuto sempre in settimana, da parte dell’Iran ai danni di una imbarcazione taiwanese, la Ever lovely, “colpevole” di aver provato ad attraversare lo stretto di Hormuz senza seguire le “indicazioni” dei guardiani della rivoluzione. Può sembrare una scaramuccia, ma non lo è. Gli iraniani vogliono mostrare la loro capacità di controllare lo stretto. Per loro il controllo dello stretto di Hormuz è una questione di vita e di morte (e non stiamo utilizzando un eufemismo). Infatti fin quando l’Iran mantiene il controllo dello stretto di Hormuz, gli Stati Uniti ci penseranno almeno un paio di volte prima di avventurarsi di nuovo in allegre operazioni militari. Inoltre, sempre grazie al controllo dello stretto, i negoziatori iraniani possono sedersi al tavolo delle trattative con una relativa tranquillità. E non credo che l’Iran, tra 60 giorni, sarà disposto a perdere un simile “asset”, anche se Trump è convinto del contrario. Ma lui è un sognatore. Insomma se qualcuno aveva pensato che con l’accordo della scorsa settimana, la crisi del golfo Persico si sarebbe conclusa, si sbagliava e non di poco. La storia andrà avanti ancora per un po’.

Un accordo “quasi” importante

Parlando di accordi, in settimana ne è stato firmato uno, per davvero. L’accordo è “abbastanza” serio ma non troppo. Mi spiego meglio. Venerdì Libano ed Israele hanno finalmente siglato a Washington un accordo di pace, per rendere un pò più credibile la fragilissima tregua in corso tra i due paesi (lo so. Nessuno si era accorto della tregua). In ogni caso il risultato sembra notevole, in quanto, per la prima volta, Israele e Libano si riconoscono come Stati sovrani confinanti. Il documento sancisce l’intenzione di concludere (almeno formalmente) la guerra e di risolvere le dispute future solo tramite colloqui bilaterali diretti, mediati dagli Stati Uniti. Il Libano si impegna in modo “risoluto e irreversibile” a riprendersi il monopolio statale sull’uso della forza, attraverso il disarmo di tutti i gruppi armati non statali (naturalmente si sta parlando di Hezbollah) e lo smantellamento delle loro infrastrutture militari. In cambio Israele promette di ritirare l’esercito dal Libano. Il ritiro dovrebbe avvenire progressivamente, man mano che l’esercito libanese (LAF) riprenderà il pieno controllo del territorio. Al momento sono state definite due “zone pilota”, in cui testare il piano. In questo profluvio di promesse, gli Stati Uniti, forse per paura di fare brutta figura, si sono impegnati a coordinare una coalizione di partner internazionali, per sbloccare aiuti umanitari e finanziamenti volti alla ricostruzione del Libano. Speriamo non finisca come col Board of Peace di Gaza…

Tutto bellissimo. Purtroppo però nessuno ha pensato di avvisare Hezbollah. E dato che una tra le condizioni imposte dall’Iran per la pace nel golfo Persico (e la riapertura di Hormuz) è proprio la sopravvivenza di Hezbollah (grande alleato dell’Iran), fare un accordo in cui si prevede la distruzione di Hezbollah va parecchio contro la già delicatissima trattativa tra Stati Uniti ed Iran. Insomma la situazione è sempre più confusa.

Il Regno disUnito

Rimaniamo su situazioni critiche ed anche parecchio incancrenite. Lunedì c’è stato l’epilogo di una storia ormai finita già da qualche settimana. Un po’ questa, diciamocelo tranquillamente, l’avevamo vista arrivare, Sapevamo ormai da un mese abbondante, ma forse anche di più, che il destino di Keir Starmer, Premier del Regno Unito era più o meno segnato. A lui toccava decidere solo come e non se farsi da parte. Avrebbe potuto decidere se farsi da parte attraverso delle pacifiche dimissioni, evitando sanguinose faide interne al proprio partito, quello laburista (esattamente come era accaduto all’epoca al partito Tory), oppure lottare fino alla fine e perdere comunque contro il nuovo che avanza. Alla fine Starmer, magari non proprio un buon Primo Ministro, ma sicuramente una brava persona, ha scelto la prima strada. Quindi ha evitato devastanti lotte interne, ed ha scelto di farsi da parte attraverso delle pacifiche dimissioni. Lunedì, commosso, ha rassegnato le dimissioni. In questo modo si sono spalancate le porte al nuovo che avanza, l’ex sindaco di Manchester Andy Burnham. Se ci seguite ormai lo sapete, Burnham ha vinto le elezioni suppletive all’interno del collegio di Makerfield, quindi è ufficialmente un parlamentare ed è ormai lanciatissimo verso la leadership del partito laburista. Quindi, per via della legge britannica per cui il leader del partito con la maggioranza dei seggi all’interno della Camera dei Comuni è automaticamente anche il primo ministro del paese, Andy Burnham tra qualche giorno sarà il nuovo Primo Ministro del Regno Unito. E con lui siamo a sette in 10 anni. Davvero complimenti agli inglesi, capaci negli ultimi anni di fare impallidire persino l’Italia e la prima repubblica.

Settimana di dimissioni: anche Larry non ne può più
Persino Larry, il gatto della residenza del primo ministro inglese, non ne può più di questi premier che vanno e vengono

Burhnam Who?

Andy Burhnam, essendo ormai un esponente politico di lungo corso è molto noto all’interno del Regno Unito. Ha la fama di essere un politico abbastanza camaleontico (o trasformista, come diremmo noi), tanto che girano anche un po’ di barzellette sul suo conto (di cui non faremo menzione, per non partire subito col piede sbagliato. Su internet però se ne trovano tante…) Comunque il ragazzo pare in grado di adattarsi un po’ a tutte le stagioni. Una specie di Giuseppe Conte all’inglese, anche se spero, per il bene del Regno Unito, di no. Anche perché già la Brexit è stata una sciagura. Avere pure un primo ministro simile a Giuseppe Conte sarebbe davvero troppo, persino per loro.

Promesse

Comunque al momento Burhnam, forse senza che ce ne fosse la reale necessità, si è già avventurato nel terreno scivolosissimo delle promesse impossibili di stampo populista. Meno tasse, pensioni più alte, fate, unicorni e tutto il campionario ormai noto. Purtroppo negli anni scorsi abbiamo già sentito e risentito queste cose e non è mai andata molto bene. Magari lui è l’uomo giusto. Ciò detto, mi sembra necessario ricordare la difficile (ora sto usando un eufemismo) situazione del Regno Unito. Paese al limite dell’ingovernabilità ed in avanzato stato di decomposizione per via dei populismi più estremi. Per quello che vale, noi gli auguriamo ogni bene. Continueremo a seguire le vicende di questo paese, ormai un piccolo laboratorio politico per tutto l’occidente. Perché, in realtà, ciò che sta accadendo oggi nel Regno Unito, piaccia o meno, potrebbe accadere da qui a pochi mesi o in poche anni, in tutto il resto d’Europa, anch’essa preda di incontrollabili pulsioni populiste.

Settimana di dimissioni: i 6 primi ministri UK degli ultimi 10 anni
I 6 primi ministri del Regno Unito fatti fuori negli ultimi 10 anni

L’irriducibile Sanchez

Chiudiamo quindi la pagina della politica estera con l’annosa vicenda Pedro Sanchez, ormai assediato da scandali giudiziari e alleati in rivolta. In settimana il suo ex ministro dei trasporti, Abalos ed il suo collaboratore Koldo Garcia sono stati condannati in via definitiva a 24 anni e 19 anni di carcere rispettivamente. Corruzione, organizzazione criminale, malversazione di fondi pubblici e traffico di influenze illecite, insomma nulla di nuovo soprattutto per noi italiani. In pratica i due “pilotavano” gli appalti pubblici verso i loro amici imprenditori, in cambio di molti soldi.

Ora sicuramente in Spagna è in corso un duro scontro tra politica e la magistratura (un po’ come dalle nostre parti, anche secondo i partiti spagnoli la magistratura sarebbe politicizzata). Ed anche per via di questo scontro, Sanchez sarebbe vittima di un certo accanimento da parte della magistratura. Quindi molto probabilmente alcune delle inchieste ai danni di Sanchez sarebbero conseguenza di questo accanimento (parlo delle indagini nei confronti del fratello e della moglie. Anche lei tra l’altro in settimana è stata rinviata a giudizio e le è stato ritirato il passaporto per il rischio di fuga). Però molto probabilmente gran parte delle inchieste non è conseguenza di questo accanimento, ma logico sviluppo giudiziario di illeciti commessi da amici e collaboratori di Sanchez, durante questi quasi 8 anni di governo ininterrotto (per la serie il potere logora chi ce l’ha).

Il potere logora…

Ed ormai si è superato ogni limite della decenza. Tra improbabili acrobazie politiche, per non fare esplodere l’alleanza con Podemos e gli altri partiti regionali che reggono (a fatica) il suo governo di minoranza, ed inchieste giudiziarie che vengono giù come se piovesse, la situazione del governo Sanchez è ormai oltre la disperazione. Non riesce a fare una legge di bilancio da più di 3 anni ed i provvedimenti prodotti sono quasi sempre il risultato di necessità di natura politica. Il bene degli spagnoli viene dopo. Sarebbe quindi arrivata l’ora di rimettere il mandato nelle mani del Re e portare la Spagna ad elezioni, prima della fine naturale della legislatura. Esperienze precedenti mostrano quanto l’attaccamento alla poltrona sia controproducente nel medio periodo. Quando infatti arriva il tempo delle elezioni (e prima o poi arriva) gli elettori tendono pesantemente a penalizzare i leader politici troppo “innamorati” del potere. E se Sanchez non fa qualcosa, ed anche in fretta, il prossimo anno, quando la Spagna andrà comunque ad elezioni, potrebbe ricevere una brutta sveglia.

“Emergenza caldo”

Nonostante le dimissioni di Starmer, le difficoltà di Sanchez e le tensioni sempre molto forti nel golfo Persico, la notizia, per distacco, più battuta della settimana è stata l’eccezionale ondata di calore ha colpito soprattutto l’Europa. Credo ce ne siamo resi conto un può tutti, anche senza leggere il giornale. Negli ultimi giorni svariati record sono stati distrutti. La Francia ha fatto segnare il giorno più caldo della sua storia eccetera…

Ecco però quello che mi ha colpito personalmente di questo caso è come si è parlato dell’intera vicenda. Abbiamo raccontato soltanto il caldo, come se questo fenomeno fosse completamente staccato da noi, dalle nostre scelte e dalle nostre azioni. L’altra parte del racconto, più in voga fino a qualche anno fa, secondo cui il caldo è in buona parte conseguenza del riscaldamento globale e quindi responsabilità nostra ce la siamo dimenticata.

Condizionatori in Francia

Parliamo di quanto faccia caldo e di come proteggersi dal caldo, senza però menzionare mai il problema vero, cioè il riscaldamento globale che sta rendendo queste ondate di calore più intense e lunghe. A rappresentare tutto ciò plasticamente ci ha pensato il grottesco dibattito sviluppatosi in Francia attorno all’aria condizionata. Il Rasseblement National (partito di destra francese guidato da Marine Le Pen), da sempre impegnato a negare il riscaldamento globale, ha cominciato un’improbabile crociata per installare più condizionatori in Francia. Dico improbabile perché sempre loro continuano a negare il riscaldamento globale, eppure ora parlano della necessità di installare più condizionatori. Insomma da un lato si mostrano vicini ai bisogni dei cittadini, ma, allo stesso tempo, “dimenticano” le ragioni per cui questi condizionatori devono essere installati.

Cambiamenti

Adesso non bisogna essere un elettore particolarmente sveglio per riuscire a capire questa contraddizione. A meno di non essere in cattiva fede. Questo è il punto. Perché se si è in buona fede, una volta compresa la contraddizione (alla portata persino dell’italiano medio), dovrebbe arrivare il momento in cui poi bisognerebbe fare qualcosa per cambiare. E cambiare, purtroppo, non significa soltanto installare un condizionatore. Il condizionatore infatti serve solo a chi sta all’interno di un edificio, mentre rende la situazione peggiore per chi rimane fuori ed anche per il nostro pianeta. I condizionatori non fanno troppo bene all’ambiente, banalmente perché aumentano i consumi di energia. E dato che noi per produrre energia inquiniamo, maggiore energia significa maggior inquinamento. E quindi un pianeta sempre più caldo. Quando però si arriva a questa conclusione, cioè quella secondo cui noi dovremmo cambiare qualcosina del nostro stile di vita, affinché queste ondate di calore possano ridursi, a quel punto le cose si complicano. Il cambiamento infatti piace moltissimo fin quando rimane qualcosa di teorico. Quando invece bisogna renderlo reale e quindi, come direbbe Gandhi, “dobbiamo diventare il cambiamento che vogliamo vedere”, il cambiamento piace decisamente meno. Ed allora cominciamo ad trovare mille scuse pur di non cambiare. E così facendo la situazione non farà altro che peggiorare.

Quindi preferiamo fare la parte degli scemi (che ad alcuni riesce davvero benissimo), pur di non cambiare. Quindi dopo aver eliminato tutta il racconto in merito al riscaldamento climatico ed alle nostre responsabilità, ci stiamo serenamente rassegnando al caldo, come se fosse ineluttabile. Naturalmente così facendo i prossimi anni saranno sempre più difficili. Ma al momento ciò sembra importare molto poco.

Ciao Emma

Grande evento della settimana è stata la pubblicazione della prima intelligenza artificiale made in Italy. Per gli amici Emma, chatbot lanciato dall’azienda Egomnia. I risultati sono stati parecchio scadenti. L’azienda ha ritirato il chatbot qualche giorno dopo, in quanto era soltanto un esperimento. In ogni caso chi ha avuto la fortuna di provarlo, si è fatto parecchie risate. Emma infatti dava risposte molto originali, mostrando una visione del mondo piuttosto controversa. Al di là di facili sghignazzi nostrani (contro anche un po’ la fastidiosa e pomposa retorica del made in Italy, che, dopo 4 anni di governo Meloni, ha anche stufato) questo esperimento ci ha dato la plastica dimostrazione di quanto sia difficile ed impegnativo (per certi aspetti quasi impossibile) competere sull’intelligenza artificiale con i grandi giganti americani o cinesi.

Settimana di dimissioni: Emma e le sue originali risposte
Meraviglioso esempio delle originali risposte del Chatbot Emma

Uno dei principali limiti di Emma era nei suoi 550 milioni di parametri (i parametri determinano la capacità di memorizzazione, la logica e la sfumatura del linguaggio di un’intelligenza artificiale). Scritto così può sembrare tanto. Ma solo per dare un’idea di ciò di cui stiamo parlando, pensate che le intelligenze artificiali “piccole” lavorano con 7-8 miliardi di parametri. Insomma c’è tanta strada da fare e difficilmente la percorreremo. Per sviluppare quella roba li, servono soldi (davvero moltissimi soldi), infrastrutture e know how. Noi al momento non abbiamo nessuno di questi 3 elementi.

Altre notizie della settimana

Un violento terremoto ha devastato il Venezuela. Per fortuna la grottesca lite Trump Meloni è finita con un nulla di fatto. In Italia dopo aver costruito le case di comunità, forse, abbiamo trovato anche i medici disposti a lavorarci dentro. I droni ucraini stanno mettendo sempre più in crisi i russi in Crimea.

Per questa settimana è tutto. Se volete rimanere in contatto con noi, possiamo continuare a “vederci” su questa newsletter, basta iscriversi inserendo qui la vostra mail. Buona domenica!

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