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Perché tutti fanno podcast?

Un tempo tutti volevano aprire un canale YouTube. Poi tutti hanno iniziato a imparare i balletti di TikTok. Ora non è un’uscita degna di nota se durante la serata qualcuno non ha detto “oh, ma se ci aprissimo un podcast?”.

I podcast e i videopodcast sono entrati nella nostra quotidianità lentamente, attraverso pochi podcaster che attiravano l’attenzione di tutti. Poi, d’un tratto, aprirsi un podcast è rientrato nel corso naturale delle cose per chiunque volesse professarsi esperto in qualcosa o credesse di avere le carte in regola per parlare a un pubblico vasto. Insomma, un po’ come quando nel 2015 gli youtuber hanno iniziato a scrivere libri. A quanto pare tutti hanno bisogno di dire qualcosa, pure chi in realtà non ha niente da dire.

Il trend dei podcast

Sembra quasi paradossale che nell’epoca dello scrolling, quella fatta da video di 15 secondi guardati in x2, ci siano così tante persone disposte ad ascoltare qualcuno che parla ininterrottamente per un’ora e mezza. Eppure funziona. Funziona perché in un mondo che va veloce e ci sovraccarica di stimoli, il podcast va bene con tutto. Va bene quando sei impegnato, mentre ti alleni, mentre guidi o mentre fingi di lavorare e hai bisogno di compagnia in sottofondo. Va bene pure quando sei sul letto o in bagno e cerchi qualcosa da fare. Il podcast è immediato, accessibile, sempre disponibile, e soddisfa un bisogno primordiale di tutti: ascoltare qualcuno che ti racconta una storia.

Di podcast ce ne sono tanti, da quelli dei tiktoker che raccontano le loro giornate, a quelli tematici sugli argomenti più disparati. Se spulci per bene troverai anche il macellaio sotto casa che ti spiega in quaranta minuti come tagliare perfettamente la carne. Ciò che rende il fenomeno interessante, infatti, è che il podcast, più di qualsiasi altro contenuto, è aperto a tutti. Basta anche solo un microfono scadente comprato su Amazon e, bene o male, il contenuto esiste e puoi caricarlo sulle piattaforme digitali in pochissimo tempo. Le barriere d’ingresso sono bassissime, le reali competenze richieste sono inesistenti, tutto gira attorno al puro desiderio di farsi sentire.

È questo il punto fondamentale: il bisogno di essere ascoltati. Ma ascoltati davvero, senza un algoritmo che decide se ti meriti visibilità o meno. Tramite il podcast ti riappropri del tuo tempo, parli e racconti, e aspetti che qualcuno ascolti davvero ciò che dici. Anche se si tratta solo di tua mamma, il tuo migliore amico e due cinquantenni che hanno cliccato “segui” per sbaglio.

Perché in fondo ciò che accomuna noi giovani è il disperato bisogno di sentirci presenti. Di sentire che la nostra voce vale qualcosa, e il podcast è diventato il certificato ufficiale che attesta che possiedi pensieri abbastanza importanti da meritare un microfono. Che poi, tutto sommato, è pure bello vederci finalmente impegnati in qualcosa.

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