Se siete nati tra la fine degli anni ’90 e i primi del 2000 ricorderete sicuramente quei capolavori indiscussi che erano i film di Barbie prodotti da Mattel Entertainment; se dovesse però capitarci di rivedere quei prodotti alla luce delle più recenti innovazioni tecnologiche del CGI ci renderemmo presto conto di quanto scarso sia il livello delle animazioni. Bene, prendete quei film, eliminate le trame che ancora oggi riescono a farci battere il cuore, ed ecco che otterrete PAP music: animation for fashion. Questo “film” non si limita ad essere un semplice prodotto cinematografico deludente, ma è diventato un vero e proprio mistero.

Un caso mediatico
Esiste un detto che dice: “Bene o male, l’importante è che se ne parli”. In questo caso bisogna apprezzare la dedizione che i produttori di Pap Music hanno impiegato al fine di generare una valanga impression negative.
Il film diretto da LeiKiè, pseudonimo della regista Roberta Galli, è stato presentato al pubblico come «un’esperienza animata unica, dove design, musica, moda e patrimonio artistico si fondono insieme» volendo citare lo stesso sito del film. Insomma, un vero inno alle eccellenze del Made in Italy, che sperimenta in un settore ancora poco esplorato come quello dell’animazione 3D.
Tuttavia, sono bastati i primi trailer e i goffi tentativi di sponsorizzazione sui social per capire che le aspettative non sarebbero state rispettate, e gli incassi che fino ad ora il film è riuscito ad ottenere sono specchio del rumore mediatico scatenato. Incassi che farebbero paura a qualsiasi produzione cinematografica, ma che risultano ancor più drammatici conoscendo il capitale impiegato per Pap Music: quasi 5 milioni di euro a fronte di 10 mila euro di incassi.
Dove sono finiti i miei soldi?

Ed è qui che giungiamo al grande mistero di PapMusic: in cosa è stato impiegato quel budget esorbitante? La questione si fa ancor più interessante quando è stato confermato che 1.800.000 euro derivino dai fondi stanziati dal Ministero della cultura, dunque contributi pubblici (esiste il reato di istigazione all’evasione fiscale?).
La casa di produzione indipendente Not Just Music è riuscita ad ottenere accesso al tax credit tramite una pre-valutazione, che ha giudicato il progetto in grado di sostenere una spesa simile.
Ma su quali basi?
Come già scritto, l’ideatrice del progetto è LeiKiè, un nome una garanzia oseremmo dire. Spesso nell’industria cinematografica questo tipo di progetti possono essere affidati ad artisti emergenti, che però assicurino quantomeno il coinvolgimento di un pubblico proveniente dal proprio seguito social; seguito apparentemente inesistente in questo caso: su Instagram la regista ha circa 500 follower, su Facebook circa 3.500. Non certo un personaggio sul quale si investe facilmente.

Uno dei punti sui quali sembrerebbe esserci stato un vero impegno è la scelta del cast: il film vanta doppiatori di grande talento come Luca Ward e attinge al mondo dello spettacolo coinvolgendo personalità come Rudy Zerbi e Jake La Furia. Nonostante la fama di questi nomi, continua a rimanere ingiustificata la cifra spesa per questa produzione.
Non abbastanza brutto per piacere
Se c’è qualcosa che attira più che mai l’attenzione del pubblico social è il trash in tutte le sue forme. Chiamiamola legge di attrazione del perturbante o semplicemente una celata voglia di sentirsi migliori degli altri, ma ormai è certo che i prodotti più visti sul web siano quelli dove sgangherati protagonisti si mettono in ridicolo; ne sono esempio i video di sponsorizzazione dei locali Catanesi che spopolano su Instagram e TikTok, o la ormai acclamata “The Lady”, serie auto prodotta da Lory del Santo reperibile su YouTube. Prodotti talmente grotteschi che per qualche strana perversione finiscono per divertirci e garantirsi un posto nell’Olimpo dei meme.
Pap Music non è stato capace di compiere nemmeno questo.



Il film è innegabilmente un prodotto ”brutto”, nel senso stretto del termine, mal realizzato sotto molteplici punti di vista; ciò nonostante mantiene la sua facciata di professionalità non esitando a presentarsi come prodotto omaggio al made in Italy. I maldestri tentativi di sponsorizzazione sui social, in cui il tentativo sembrerebbe quello di divertire l’utente, finiscono per essere terribilmente forzati e capaci di generare un brivido di imbarazzo, piuttosto che una risata. Niente a che vedere con la genuinità di Chang o del cuoco di Trattoria Sapuri.
In definitiva la vicenda di Pap Music si conferma un mistero all’italiana, ma cosa possiamo trarre da questa esperienza? Sicuramente che dovremmo essere grati di avere quell’amico che ogni tanto ci riporta con i piedi per terra, magari distruggendo in maniera brutale le nostre idee, ma che ci impedisce di cadere in terribili figuracce.
Amico che i produttori di Pap Music, a quanto pare, non hanno.


