Aggiungiamo un’ambientazione ottocentesca, una donna che sfida le gerarchie dell’epoca in cui vive, lussuria, dolore e denaro e avremo ottenuto la ricetta per un romanzo a regola d’arte.
Se non vi ho ancora convinto, fidatevi, lo farà Faber con la sua scrittura.
Dove, come quando
Dalle prime pagine seguiamo le peripezie della nostra protagonista: Sugar una giovane prostituta con una fisicità ed estetica non convenzionali. Quest’ultima, partendo dai bassifondi più avvilenti, salirà fino ai ranghi più alti della società dell’epoca grazie ad un altro protagonista della storia: William Rackham. L’uomo, secondogenito di un ricco profumiere, si innamorerà di lei e deciderà di mantenerla a patto che smetta di prostituirsi.
Sugar, partirà dai ranghi più ignobili della società per arrivare, dapprima, ad avere una villa tutta sua e, successivamente, ad abitare direttamente dentro casa di Rackham.
Se inizialmente la giovane donna ci sembra totalmente indifferente all’uomo, con il tempo sembrerà cominciare a provare un interesse per lo stesso che la porterà a convincerlo ad assumerla come istitutrice per sua figlia (sì, perché in tutto ciò William è sposato).
Mai scelta fu più sbagliata.
Perché leggerlo?
In due parole? I personaggi!
La parte più straordinaria di questo romanzo riguarda i personaggi, tanto difettosi da risultare assolutamente verosimili. Dal primo all’ultimo vastamente sfaccettati, non vi è nessuno che incarna il bene e nessuno che incarna il male, ciascuno ha in sé componenti sia angeliche che diaboliche.
Nessun personaggio trova la completa approvazione ed è proprio questo che li rende assolutamente reali.
La protagonista arrivista e approfittatrice ma anche estremamente forte e determinata, sboccerà definitivamente nel rapporto con Sophie, figlia di Rackham. Unico rapporto reale e genuino di tutto il libro.
Rackham incarna perfettamente il concetto di inettitudine. Un uomo privo di capacità o talenti che ha bisogno di riflettersi negli altri per avere una propria identità. Inoltre, non riconosce come sue le responsabilità della propria condizione incolpando costantemente persone o situazioni esterne.
In psicologia potremmo parlare di Sè Ambivalente: il mantenimento simultaneo di visioni contrastanti di sé che provocano una manifestazione identitaria assai poco chiara.
Altro personaggio magistrale la particolarissima moglie di William, Agnes. Presenza ingombrante nelle vite dei protagonisti. Una donna estremamente malata, additata come “pazza” dalla società bigotta dell’epoca a causa dei comportamenti bizzarri che mette in atto. Questi ultimi, si scoprirà, sono provocati da un tumore al cervello che mai le verrà diagnosticato.
Il suo personaggio è una feroce critica alla condizione femminile di quell’epoca. Mogli relegate a fare da accessorio al proprio marito e rinchiuse quando considerate “difettose”. Represse e soggiogate fino alla fine da una società ipocrita, in questo caso rappresentata dallo psichiatra che ha in cura la donna, il Dottor Carlew, figura quasi demoniaca.
Se i personaggi non fossero abbastanza la scrittura e le ambientazioni che ci regala Faber lo saranno. Veniamo catapultati nella Londra di fine Ottocento con i suoi controsensi e la sua ipocrisia. Le ambientazioni sono minuziosamente descritte tanto che, in alcuni casi, sembra quasi di sentire il lezzo dei vicoli degradati e il profumo delle saponette delle profumerie Rackham.
A chi è consigliato?
A tutto coloro i quali abbiano voglia di leggere una fervente critica alla finzione e al perbenismo della società, attuale all’ora come oggi.
Inoltre, se si ha voglia di addentrarsi nelle contraddizioni di una realtà in cui le disparità sociali fanno da sfondo, questa è la lettura adatta. Di fatti, queste sono perfettamente descritte tramite la contrapposizione tra le saponette profumate con le quali si inebriano le ricche donne e i secchi di acqua stagnante nei quali si “detergono” le donne di strada.
Un libro per chi apprezza la scrittura senza filtri. In alcuni frangenti questa appare particolarmente volgare cosa che non disturba ma anzi, rende l’idea del degrado, del decadimento e della perversione che aleggia tra i vari personaggi. Anche le descrizioni, specie nei momenti di sofferenza, risultano molto crude e dirette, si esperisce il dolore, la vergogna e la sofferenza dei protagonisti.
La parte del finale è quella che più di tutte, chi coglie l’essenza del romanzo, apprezzerà. Un finale inaspettato, una degna conclusione per un libro che non vuole fare la morale a nessuno e, che quindi, riesce a non cadere nei buonismi sterili tipici di opere analoghe.
Tutti noi siamo allo stesso tempo oggetto di repulsione e di invidia. Tutti noi tranne i più disgraziati, quelli che non hanno nulla sotto di loro a parte l’abisso lurido dell’inferno.
— M. Faber, Il Petalo Cremisi e il Bianco


