Dietro il ritorno all’analogico si nasconde altro? Abbiamo intervistato Lucretia Paravia, psicologa e grafologa, ai fini di sapere qualcosa in più sulla nostalgia.
La nostalgia di un’era passata prevale nei giovani: si tratta di nostalgia in senso stretto o è un mix di emozioni composito?
«La nostalgia è un mix di emozioni, non esiste la nostalgia “pura”, anche perché le emozioni pure sono quelle che abbiamo dalla nascita – come ci insegna Inside Out – poi pian piano cresciamo, evolviamo e sviluppiamo altri tipi di emozioni che sono quelle mature. Prova a pensare ad un momento per te nostalgico, cosa provi? Molto probabilmente felicità, accettazione per il fatto che non possono più tornare ed anche un po’ di tristezza. Dunque, possiamo dire che la nostalgia abbraccia molto il ricordo che andiamo a richiamare. Per quanto riguarda la generazione attuale, probabilmente questa può anche essere un posto sicuro, perché il nostro cervello ama il controllo e le certezze… e cosa c’è più certo del passato?».
Si può avere nostalgia di un’epoca mai vissuta? Quanto può influire il rapporto con i nostri genitori?
«Sì, noi non proviamo emozioni solo per ciò che abbiamo vissuto direttamente, ma impariamo anche per apprendimenti vicari. I racconti positivi dei nostri nonni circa il loro passato vengono elaborati da noi e ne facciamo quasi una sorta di film. Noi apprendiamo da ciò che è ai nostri occhi significativo, ed i
nostri genitori sono persone estremamente significative, specie nel periodo di vita che dura fino ai 12 anni. Quindi sicuramente un’influenza c’è».
E quanto è vero questo racconto florido che solitamente si fa del passato?
«I ricordi non sono autentici. È necessario indagare circa cosa accade nel cervello a livello psicologico. A livello antropologico è sempre accaduto che le generazioni raccontassero l’epoca precedente migliore rispetto a quella attuale. Ciò accade perché nel nostro cervello ci sono due strutture neuronali: l’ippocampo e l’amigdala; il loro compito è regolare i nostri schemi emozionali. Dato che l’unico obiettivo del cervello è la sopravvivenza, crescendo diminuisce la sensazione legata al ricordo negativo e alimenta quella legata al ricordo positivo. Questo però può generare una sorta di finzione, la nostalgia non deve mai portare a fare in modo che il ricordo diventi un mito».
Credi che il ritorno all’analogico o del cantautorato italiano degli anni ‘60-‘70 sia un sintomo di questa sensazione?
«Certo. Questo si lega alla mancanza di un bisogno primario insito in ognuno di noi: sicurezza ed appartenenza. Il punto forte di quell’epoca era un’importante dose di appartenenza, condivisione di valori sociali e politici. Alla generazione di oggi, causa digitalizzazione, gran parte di questi elementi vengono a mancare. Quindi è probabile che vadano a ricercarli in tempi passati».
Ci sono altri sintomi intrinseci?
«Il rischio della nostalgia è la rimurginazione che, se effettuata costantemente, può portare ad un “odio” verso la realtà e ciò che sto facendo. Oggi c’è una totale incertezza verso il presente ed ancor più nei confronti del futuro, quindi la nostalgia può essere una traccia di un porto sicuro già vissuto. Il suo potere è rivivere delle sensazioni positive del passato nel presente. Potrebbe, di conseguenza, portare allo sviluppo dell’ansia per la paura di agire perché si ritiene che tutto possa essere più grande di me».


