Le notizie sui femminicidi in Italia sono ormai all’ordine del giorno. Sensibilizzare sul tema sembra quasi una missione impossibile: la narrazione fatta dai media, la colpevolizzazione generalizzata e la divisione sulla scelta di alcuni termini piuttosto che altri genera conflitti che fanno perdere di vista il tema principale di cui bisogna discutere.
Produrre una riflessione che sia rispettosa nei confronti della vittima e al contempo offra un analisi delle motivazioni e delle reazioni maschili significa addentrarsi in un grande labirinto di definizioni, concetti e tematiche che continuano a dividere l’opinione pubblica.
Resta fondamentale però comprendere il femminicidio, le reazioni maschili a questo genere di notizie e gli atteggiamenti maschilisti latenti in ognuno di noi. Tuttavia, questo articolo rischia di essere ridondante, banale e inefficace se non letto da coloro a cui aspira a rivolgersi: gli uomini.
Ci vuole “La volontà di cambiare”

Bell Hooks nel suo saggio La volontà di cambiare (2022) affronta il tema critico dell’educazione maschile all’affettività, provando ad immaginare spazi e contesti in cui gli uomini e le donne possano vivere ed amarsi insieme nel rispetto reciproco. Per fare questo però, è necessario ripensare agli spazi del femminismo e alle categorie che questi includono. Infatti per decenni il femminismo ha delimitato i suoi spazi e il suo raggio d’azione alle sole donne. Potremmo dire che le battaglie femministe hanno gradualmente ampliato la loro popolazione di riferimento passando dalle lotte del femminismo bianco a quello intersezionale, che includesse dunque nel proprio discorso non solo il genere femminile ed etero, ma ragionasse sugli spazi delle minoranze incanalandosi in un più ampio discorso di classe e razza.
La questione tutt’ora irrisolta resta l’approccio che gli odierni movimenti femministi hanno: accogliere o rifiutare gli uomini? Includere gli uomini nel discorso femminista, renderli presenti durante le nostre assemblee, considerarli e talvolta renderli protagonisti del nostro discorso di rieducarli e rieducarci per una società meno patriarcale, cosa significa?
Significa aprirci verso l’altro genere? Oppure privare le donne degli spazi di riflessione che hanno auto-rivendicato? O ancora, vuol dire sottomettersi comunque al patriarcato, in quanto anche il discorso femminista sfocia poi in una realtà maschio-centrica?
“Not all men”: che ruolo hanno gli uomini nei movimenti femministi?
Rifiutarli nel nostro discorso, rivendicare i nostri spazi di rappresentanza come esclusivamente femminili e intersezionali, invocare ai cortei in piazza di non volere uomini a manifestare al nostro fianco, è l’unica strada possibile per costruire una società libera dalle costruzioni patriarcali?
Porre queste domande significa mettere in discussione il rapporto che abbiamo con gli uomini e che tipo di reazione ci aspettiamo da loro.
Riconoscendo che il patriarcato affligge tutti, uomini e donne compresi, in quanto ingabbia l’individuo in ruoli di genere che non ci rendono davvero liberi di essere quello che siamo, riconosciamo dunque la necessità di rivolgerci anche agli uomini nel discorso femminista.

Elena Gianini Belotti, nel suo celeberrimo lavoro di pedagogia e sociologia Dalla parte delle bambine (1973) afferma che liberandosi dalla gabbia della struttura patriarcale, «possono fiorire inaspettate e insospettate espressioni individuali molto più ricche, articolate ed immaginose dei ristretti e mortificanti stereotipi».
La chiusura dei movimenti femministi verso gli uomini cis-etero
Alla luce di queste parole diventa chiaro che non si può pensare di sconfiggere il patriarcato senza la collaborazione degli uomini. Non si può parlare di femminismo se questo non si rivolge anche agli uomini, se non li include e non li rende co-protagonisti di questo processo di cambiamento.
La chiusura dei movimenti femministi nei riguardi degli uomini cis-etero porta ad una radicalizzazione delle posizioni da parte dei maschi che vivono ancora in bilico tra la cultura patriarcale e la volontà di provare a seminare i germogli del cambiamento.

L’accusa drastica e tagliente verso gli uomini come artefici di ogni male legato alla donna impoverisce il discorso sul genere, rende vana ogni parola ed ogni tentativo di riconoscimento dell’identità della persona. Questo perché l’accusa drastica genera divari e non prese di coscienza sul problema, la generalizzazione della colpevolizzazione annulla le identità dei singoli allo stesso modo in cui l’identità della donna nei secoli è stata cancellata.
Tra colpa e responsabilità: riprodurre il patriarcato
Bisognerebbe aprirsi ad un nuovo femminismo che sia capace di includere concretamente gli uomini nella propria riflessione. Le parole di accusa devono diventare parole che richiamano non alla colpa, ma alla responsabilità sociale. La colpa di un femminicidio non ricade su tutti gli uomini, ma la responsabilità sociale della riproduzione degli atteggiamenti che possono portare al femminicidio sì.
La colpa resta dell’uomo che ha assassinato una donna, la responsabilità sociale alla sensibilizzazione invece è e resta collettiva.
L’invito che urge ora più che mai porre agli uomini è quello di parlare della questione patriarcale, affrontarla con i propri colleghi, con i propri amici. Riconoscere nei gesti che si compiono atti di maschilismo interiorizzato, apprendere e fare un lavoro su sé stessi degli episodi di violenza che commettono anche senza esserne pienamente consapevoli, riproducendo lo schema patriarcale.

La reazione maschile al femminicidio non può e non deve essere “Not all men”, in quanto secondo i movimenti femministi (e non solo), quest’asserzione accenna ad una volontà di deresponsabilizzarsi dal fenomeno della violenza patriarcale, di estrarniarsene in qualche modo.
Le donne stanno chiedendo agli uomini di assumersi la responsabilità sociale della riproduzione degli atteggiamenti maschilisti, non la colpa del femminicidio. Sulla responsabilità sociale si può agire ed è attraverso questa presa di coscienza che diventa possibile realizzare cambiamenti concreti nella società. Attualmente, la polarizzazione politica di uomini e donne sembra renderci due generi sempre più distanti, incapaci di comunicare i nostri bisogni, le nostre necessità, fragilità e debolezze.
Davanti ad un femminicidio gli uomini sono chiamati ad assumersi la responsabilità sociale dell’educazione propria e altrui, un “Not all men” non può essere valido, ma questo può avvenire solo se il divario che sembra sempre più incolmabile tra i due generi viene superato: aprendo ai maschi gli spazi di riflessione femministi.


