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Te lo recensisco io: La luna e i falò di Pavese

Considerato dalla critica come il più bel libro di Pavese, La luna e i falò pubblicato nel 1950 è anche l’ultimo romanzo scritto dall’autore. Un’autobiografia spalmata e nascosta nel ritratto del protagonista, Anguilla.

“Crescere vuol dire andarsene”

Anguilla, il protagonista del romanzo, controfigura letteraria (con ogni possibilità) di Cesare Pavese è figlio di nessuno. Abbandonato dalla madre, viene allevato da una famiglia abbastanza precaria che vede in lui solo forza lavoro e le 5 monete in più al mese. Infanzia e adolescenza si svolgono nelle Langhe, in Piemonte. Un susseguirsi di campagne e paesi che sembra abbiano poco da offrire al giovane orfano. Sullo sfondo della vita di sempre, l’amico di sempre: Nuto.

Un paese ci vuole, non fosse che per il gusto di andarsene via. Un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra c’è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei resta ad aspettarti.

Tutto quel niente non offre la possibilità di conoscersi, né di immaginare una vita che sia diversa da quella. Nascere in un paese può far pensare che la vita sia tutta lì, che la vita sia solo quella lì. Nella volontà di scoprire cosa ci sia oltre le Langhe, di conoscersi per poi ritrovarsi, Anguilla/Pavese farà di tutto per andar via e cambiar vita. Arriverà in America.

Un flusso di ricordi e riflessioni

Cambiare vita, amare tante donne e conoscere tante storie diverse è quello che solo in parte appagherà Anguilla. Non c’è il resoconto di una vita sentimentale particolarmente sentita. L‘amore sembra averlo soltanto sfiorato, nonostante lunghe relazioni con donne diverse. Pensa addirittura di voler avere un figlio, con la speranza di trovare nel suo volto indizi su chi l’avesse messo al mondo. Questo è uno dei tanti momenti, delle tante riflessioni, in cui si coglie la dimensione di solitudine in cui l’abbandono l’ha costretto a vivere.

I veri acciacchi dell’età sono i rimorsi

Un doppio livello di narrazione (fra chi era e chi è), un resoconto di vita è ciò che compie Anguilla ritornando al paese, dopo la Seconda guerra mondiale. Un paese dilaniato, che porta con sé, nell’aria, sotto terra, gli orrori di quel periodo. Un paese che vede ancora camminare sulla propria terra coloro che hanno lottato per la libertà, come l’amico Nuto, uno che è diventato saggio senza bisogno di andar lontano. Uno che si è conosciuto senza bisogno di scappare via. Più di un amico, un mentore, un fratello, spesso un padre.

Capii nel buio, in quell’odore di giardino e di pini, che quelle stelle non erano le mie

La luna e i falò, la fine di Pavese

Allora perché la luna e i falò? L’elemento della luna tornerà svariate volte all’interno della narrazione, simbolo di qualcosa che protegge gli uomini e li “guida”. In altra lettura può essere oggetto di superstizione. Cos’è la superstizione? Ciò che porta l’uomo fuori dalla realtà, il confine tra la vita e la morte.

La fertilità della terra a cui un giorno si fa ritorno è rappresentata dai falò, uno dei ricordi quasi rimossi nella mente dell’ormai maturo Anguilla. Ma i falò, verso la fine, rappresenteranno anche la morte. Pensiero sempre perenne nell’animo inquieto di Pavese, che un giorno lo porterà a compiere il suicidio.

Verrà la morte e avrà i tuoi occhi / questa morte che ci accompagna / dal mattino alla sera, insonne, / sorda, come un vecchio rimorso / o un vizio assurdo. I tuoi occhi / saranno una vana parola, / un grido taciuto, un silenzio. / Così li vedi ogni mattina / quando su te sola ti pieghi / nello specchio. O cara speranza, / quel giorno sapremo/ anche noi / che sei la vita e sei il nulla / Per tutti la morte ha uno sguardo. / Verrà la morte e avrà i tuoi occhi. / Sarà come smettere un vizio, / come vedere nello specchio / riemergere un viso morto, / come ascoltare un labbro chiuso. / Scenderemo nel gorgo muti.

Cesare Pavese, Verrà la morte e avrà i tuoi occhi, 1950

Il 27 agosto del 1950 Cesare Pavese si tolse la vita in una camera dell’Hotel Roma di Torino. E se l’addio dimostra sempre chi si ha davanti, Pavese si è rivelato poeta fino all’ultimo dei suoi giorni. Sulla prima pagina dei “Dialoghi con Leucò” posta sul tavolino aveva scritto:

«Perdono tutti e a tutti chiedo perdono. Va bene? Non fate troppi pettegolezzi».
 

Biglietto lasciato da Pavese prima del suo suicidio a Torino con scritta: perdono tutti e a tutti chiedo perdono. Va bene? Non fate troppi pettegolezzi. 27 agosto 1950

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