La BBC cade ancora in nuovo scandalo legato ad alcune “bugie bianche”. In Ucraina per Zelensky & Co. le cose stanno prendendo una brutta piega. Nello Stato d’Israele la laicità è ormai fuori moda, mentre in Italia il governo prova in ogni modo a raccattare soldi in vista della legge di bilancio. Per non perdersi niente di tutto questo caos, c’è YPOSTA, la rubrica di Young Popular Opinion, che prova ad evitarvi attacchi di panico e a raccontarvi gli eventi più importanti della settimana in maniera semplice ed ironica (per quanto possibile). Speriamo di riuscirci (soprattutto per gli attacchi di panico). Potrete ricevere questo articolo direttamente sulla vostra casella postale tramite una newsletter, che verrà inviata ogni domenica. Per riceverla direttamente, basta inserire la vostra mail qui.
Mentire a fin di bene
Settimana difficile per gli amici della BBC, la più antica e famosa azienda mediatica del mondo, alle prese con un grave scandalo interno. La storia comincia più di un anno fa, ottobre 2024, pochi giorni prima delle elezioni presidenziali statunitensi, col documentario “Trump: A second Chance” trasmesso dal programma Panorama. Nel documentario si vede Donald Trump, mentre è in corso il celebre assalto al Campidoglio del 6 gennaio 2021, dire: “Marceremo verso il Campidoglio… e io sarò lì con voi. E noi combattiamo. Combattiamo come l’inferno.” Durante l’assalto al Campidoglio Trump disse molte cose, quasi tutte non condivisibili, ma una cosa simile non l’ha mai detta. Donald infatti è stato sempre molto attento a non pronunciare frasi che, in qualche modo, lo ricollegassero direttamente al tentato colpo di Stato.
Lo scandalo
Ed allora da dove salta fuori questa frase? Gli autori del documentario, attraverso un abile taglia e cuci, hanno preso due frasi pronunciate da Trump a distanza di 50 minuti l’una dall’altra e le hanno messe assieme. Così facendo nel documentario il ruolo di Trump viene stravolto, facendo passare Trump come il principale incitatore del colpo di Stato. Forse il documentario non ha avuto un gran successo, o magari nessuno, guardandolo, è rimasto particolarmente impressionato da quella frase (il che qualcosa ci dice su Trump), in ogni caso per più di un anno non è successo nulla. Le cose cambiano alcuni giorni fa. Un promemoria interno riservato (ma non troppo evidentemente), che denunciava la manipolazione del discorso (e altre presunte parzialità editoriali), è stato fatto trapelare ed è finito nelle mani del The Telegraph. Il giornale inglese naturalmente non si è fatto scappare l’occasione ed ha pubblicato il promemoria interno. Immediatamente dopo la fuga di notizie, Donald Trump e il suo staff hanno reagito con i soliti modi pacati e sereni. Hanno prima definito la BBC una “macchina di propaganda” e poi hanno minacciato una causa da 1 miliardo di dollari.

Le conseguenze
La BBC è una tra le aziende mediatiche più ricche al mondo, grazie soprattutto ai contribuenti inglesi, ma forse imbarcarsi in una causa miliardaria, probabilmente perdente, con Trump non è sembrata una buona idea. Pochi giorni dopo l’esplosione del caso, il Direttore Generale della BBC, Tim Davie, e la CEO di BBC News, Deborah Turness, si sono scusati per l’accaduto ed hanno rassegnato le loro dimissioni (9-10 novembre 2025), assumendosi la completa responsabilità dell’accaduto. Anche se in realtà non è così. La BBC ha uffici in 60 paesi diversi, produce prodotti in 40 lingue, ha 21 mila dipendenti ed un pubblico di oltre 400 milioni di persone. Avere un controllo capillare di tutto ciò che trasmette è impossibile. Tocca ai giornalisti verificare le fonti, riportare le informazioni in maniera imparziale e non manipolare la realtà, nel totale rispetto del codice deontologico. E bisognerebbe farlo sempre, anche quando dire la verità non ci sembra una buona idea.
Raccontare la verità
Perché in realtà mentire non è mai una buona idea, anche se pensiamo di mentire per una buona causa. Bisogna sempre dire e scrivere la verità. Perché se la nostra è una buona causa, allora non c’è bisogno di mentire. Al mondo non c’è nulla di più forte della verità. Mentre se è necessario mentire per difendere la nostra buona causa, allora forse la nostra non è una buona causa, ed è il caso di rivedere le nostre idee.
Bollettino di guerra
L’inesorabile avanzata russa
Anche se l’attenzione non è più quella di un tempo, in Ucraina si continua a combattere. E le cose per Zelensky & Co. non stanno andando bene, sotto ogni punto di vista. I russi avanzano. Lentamente, ma inesorabili. Pochi giorni fa sono penetrati nella città di Pokrovsk (Donetsk), importante centro logistico ucraino, dove si combatte ormai casa per casa. Oltre alla cronica mancanza di uomini e munizioni, ora gli Ucraini devono fare i conti anche con la nebbia, che rende completamente inutilizzabili i droni usati per presidiare il fronte. Così i russi avanzano indisturbati, facendo valere la loro netta superiorità numerica.
La tangentopoli ucraina
I problemi per l’Ucraina però non finiscono qui, anzi. Qualche giorno fa è esploso un grosso caso di corruzione legato ad Energoatom, l’azienda statale per l’energia nucleare. In breve per diventare fornitori dell’azienda di Stato bisognava versare una ricca mazzetta (tra il 10 e il 15 per cento del valore dell’ appalto) alle persone “giuste”. Naturalmente una volta scoperto il cestino, le mele marce sono state buttate. Si tratta dell’attuale ministro della Giustizia (Herman Halushchenko, ex ministro dell’Energia) ed il Ministro dell’Energia (Svitlana Grynchuk), che hanno rassegnato le dimissioni su richiesta di Volodymyr Zelensky. Neppure il presidente, però, ne sta venendo fuori pulito. Infatti il capo della cricca sarebbe Timur Mindich, imprenditore e stretto collaboratore di Zelensky, nonché cofondatore della sua casa di produzione televisiva (“Kvartal 95”). Mindich, con uno straordinario fiuto per il pericolo, avrebbe lasciato il Paese poco prima di essere arrestato.

La resistenza ucraina
Qualsiasi scandalo legato alla corruzione genera conseguenze pesanti per il paese coinvolto. Ma se sei l’Ucraina, quindi un paese in guerra, in evidente difficoltà e che sopravvive grazie agli aiuti internazionali allora le conseguenze potrebbero essere definitive. Infatti ora gli alleati di Kiev, che da 3 anni finanziano in parte lo sforzo bellico ucraino, stanno riflettendo se è il caso di continuare ad inviare soldi ed aiuti ad un paese che brucia una parte di quelle risorse a causa della corruzione. Inoltre la figura, per alcuni mesi quasi mitologica, del Presidente Zelensky ha subito un altro brutto colpo, e la sua presa sugli ucraini si è ulteriormente indebolita. Insomma senza una forte leadership e senza l’aiuto internazionale è difficile immaginare come l’Ucraina possa resistere all’avanzata russa.
Deriva teocratica in Israele
Mentre al di là di ogni ragionevole pronostico la tregua a Gaza regge, nello Stato d’Israele continuano ad accadere cose interessanti. In settimana infatti la Knesset (il Parlamento israeliano) ha approvato in prima lettura le legge che sdogana la pena di morte per i terroristi. Secondo Ben Gvir (simpatico esponente dell’ultradestra, che va in giro armato di pistole) grazie a questa misura tutte le problematiche legate agli scambi di prigionieri saranno risolte. In effetti se li uccidi tutti, poi non hai più nulla da scambiare.
In realtà la misura verrà applicata prevalentemente contro i Palestinesi, condannati per attacchi mortali contro israeliani, e non farà altro che alimentare l’odio e la violenza che da anni minano la fiducia tra i due popoli, impedendo ogni forma di civile convivenza. Insomma con l’ennesima vittoria dell’Ultradestra, prosegue spedita la deriva israeliana verso la teocrazia.
La lunga manovra
Settimana piatta in Italia, in cui si discute inutilmente di un’insignificante manovra (20 mld €), utile solo a riempire con qualcosa il nostro sterile e mediocre dibattito pubblico. A sinistra si continua ad urlare allo scandalo per via della riduzione della seconda aliquota IRPEF, che passerebbe dal 35% al 33% del reddito. Scritta così effettivamente può sembrare un regalo ai ricchi. Ma a ben vedere la seconda aliquota IRPEF si applica a coloro che hanno un reddito tra i 28000 € ed i 50000 € lordi annui. Parliamo praticamente del ceto medio. Anzi se si è una famiglia mono reddito, parliamo di persone che fanno fatica ad arrivare a fine mese. Inoltre, per rimanere coerenti, da sinistra non solo arrivano le solite critiche, ma anche in merito alle soluzioni si pesca sempre dallo stesso cestino. Infatti secondo Landini, Schlein & Co. per risolvere i mali dell’Italia basterebbe una bella tassa sui patrimoni. Che poi nessuno ha mai capito davvero quanti soldi si potrebbero ricavare da una simile tassa, tantomeno si è mai capito perché bisogna tassare nuovamente soldi che sono stati già tassati. Ma inutile illudersi, non credo avremo mai una risposta.
La tassa sull’oro
Nel frattempo il governo, per raccattare qualche miliardo, prova a pensare fuori dagli schemi, a pare avrebbe intenzione di introdurre una tassa sull’oro. Gli italiani, colpevoli di possedere dell’oro privo di documentazione che attesti il costo o il valore di acquisto, potrebbero chiedere la rivalutazione fiscale entro una data specifica, e sull’importo rivalutato si applicherebbe un’aliquota agevolata, ipotizzata intorno al 12,5%, invece del 26% della tassazione ordinaria. Una volta “affrancato” questo valore, ogni futura vendita non documentata verrebbe tassata al 26% solo sulla plusvalenza successiva, ovvero sulla differenza tra il prezzo di vendita e il nuovo valore rivalutato, anziché sull’intero. In questo modo il governo vorrebbe far emergere l’oro fisico detenuto “in nero” o senza documentazione (spesso oro ereditato o acquistato anni fa), ma soprattutto ciò garantirebbe un gettito fiscale allo Stato, che ne ha tanto bisogno. Insomma abbiamo la lotta al nero, la lotta ai ricchi ed un possibile gettito extra. La tassa perfetta praticamente. Se non fosse che nessuno sa quanto si potrebbe racimolare da una simile misura, e dato che la manovra di bilancio non può basarsi su sogni ma su solide realtà, forse la tassa sull’oro non vedrà mai la luce.
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