Paolo Sorrentino torna al cinema con La Grazia, film che ha inaugurato la Mostra del Cinema di Venezia 2025. L’uscita ufficiale è prevista per il 15 gennaio 2026, ma circa 170 sale in tutta Italia ospiteranno il film in anteprima nelle mattinate tra il 25 dicembre e il primo gennaio. Noi lo abbiamo già visto, e questa è la nostra onesta opinione!
Sinossi
La Grazia segue la storia di Mariano De Santis, ex giurista e Presidente della Repubblica alla fine del suo mandato, che affronta una crisi morale quando si trova a dover decidere se concedere la grazia a due persone condannate per l’omicidio dei rispettivi partner e se firmare o meno il disegno di legge sull’eutanasia. Insieme a questi dubbi, a tormentarlo è il suo passato, l’incessante mancanza di sua moglie Aurora, morta da 8 anni, e l’ossessione per una bugia mai superata.
La trama, senza dire troppo
Le grazie da concedere o non concedere sono al centro della narrazione, ma gli sviluppi principali riguardano l’immobilità di fronte a queste scelte e la paura di prendere quelle sbagliate.
Il presidente, interpretato da un intenso Toni Servillo, è un uomo tutto d’un pezzo, un uomo di legge, dedito al suo lavoro e che cerca nelle oltre 2000 pagine di manuale di diritto penale da lui scritto le risposte a domande che, a volte, con il diritto non c’entrano nulla. Le questioni su cui è portato ad interrogarsi sono etiche e morali, ma c’è una cosa che lo ossessiona più di tutte: la verità.
Mariano De Santis è anche un padre che conosce poco i suoi figli ed era un marito profondamente innamorato, che quarant’anni prima si è trovato a fronteggiare un tradimento che ha accettato ma mai superato. Il dolore per il torto subito riemerge e si amplifica, cerca di scoprire il nome dell’amante di sua moglie mentre temporeggia su tutte le altre questioni della sua vita. Cemento Armato – questo il suo soprannome – è ingabbiato in un loop in cui ha bisogno di riflettere e rimuginare prima di prendere delle decisioni, ossessionato dalla verità senza realizzare che, in fin dei conti, la verità è sopravvalutata (semi-cit.)
Il fulcro della nostra vita infatti non è la verità. La vera domanda è: di chi sono i nostri giorni? E anche se la risposta è una sola, scontata ma non banale, è difficile riappropriarsi di ciò che è nostro per diritto. Soprattutto quando si è ingabbiati sia mentalmente che fisicamente. In un lento viaggio di riaccettazione e di congedo, La Grazia racconta quanto fragile può essere anche chi possiede enormi poteri.
Attenzione agli spoiler!
La Grazia rispetta uno stile “sorrentiniano” che abbiamo già conosciuto nelle sue altre opere: esteticamente appagante, lento e riflessivo, retorico. Molto retorico. Troppo retorico. Massime, aforismi, dialoghi costruiti e linee narrative trattate maluccio fanno da contorno ad un plot la cui potenzialità era in realtà molto alta. Tutta questa formalità è eccessiva anche per un capo di stato.
Il presidente De Santis vive con due anime: da un lato quella impenetrabile, ligia al dovere, cattolica e seriosa; dall’altro quella fragile, che canta il rap per avvicinarsi ad una nuova realtà che gli era quasi sfuggita, che si concede una trasgressione al giorno fumando la sua sigaretta e che appena sfugge dagli occhi attenti di sua figlia si mangia una pizza. È qualcosa che tutto sommato già conosciamo e che in qualche modo riguarda tutti. Il problema è quando questa dualità cade nell’inettitudine.
De Santis sfugge alle decisioni per tutto il periodo rappresentato, e poi d’un tratto decide tutto insieme. La risoluzione arriva come un blocco compatto, dopo più di due ore di continui ulteriori tempi di riflessione, scatenata presumibilmente dalla scoperta definitiva (ma di questo siamo sicuri?) di chi era l’amante della sua Aurora. Sorrentino sceglie di non accompagnarci davvero dentro il passaggio interiore del suo protagonista, ma di mostrarne solo l’esito, lasciando allo spettatore il compito di colmare i vuoti. Tipico, poi può piacere o non piacere. A me piace.
La messa in scena è impeccabile, elegante e ipnotica come il suo protagonista. I palazzi del potere diventano cattedrali dell’isolamento, gli interni monumentali rendono piccoli i personaggi, rappresentando perfettamente quell’ingabbiamento mentale di cui il film parla. Il sacro e il profano si alternano con la tipica ironia sorrentiniana e sono qui accompagnati da colonne sonore singolari e totalmente fuori contesto, così come Toni Servillo che canta Guè Pequeno e il cameo dello stesso Guè che saluta l’ormai ex presidente rappando. Qualcuno lo reputa geniale, a me ha fatto un po’ storcere il naso.
Toni Servillo è, ancora una volta, il perno su cui tutto ruota. La sua interpretazione è misurata, trattenuta, fatta di sguardi e silenzi più che di esplosioni emotive. Riesce a rendere credibile un uomo consumato dal dubbio e dalla memoria, un grande uomo tormentato che anche quando scende a compromessi con l’irrituale mantiene la sua compostezza.
I personaggi secondari restano spesso sullo sfondo. Funzionali, simbolici e spesso piatti. Ma ce n’è uno che merita attenzione: Coco Valori. Amica storica di Mariano, Coco è il suo opposto: energica, travolgente, diretta. Coco è una figura laterale ma incisiva, osserva e commenta, giudica e condanna non secondo il diritto, ma secondo l’istinto umano. Dove Mariano cerca spiegazioni, Coco cerca la battuta lapidaria, e funziona come bussola morale informale nella vita dell’amico troppo metodico per vivere al di là delle sue mura. Icona, avrebbe meritato più spazio. Impazzirei per uno spin-off.
La Grazia: Sorrentino ci ha convinto?
Ma la domanda finale, quindi, è: La Grazia è un film riuscito? Beh, dipende.
Se il nostro caro Paolo aveva intenzione di fare un film politico, allora no, non ci siamo proprio. Retorico e ricco di cliché, punta sul tema bollette dell’eutanasia e lo esplora tramite un disegno di legge maltrattato, due grazie da concedere a chi abusa della logica dietro all’eutanasia per commettere due omicidi, e un povero cavallo che viene lasciato soffrire fino a quando non muore. Probabilmente l’intento era quello di spiegare l’importanza della legge sul fine vita attraverso il paradosso, ma in che modo la narrazione potrebbe spingere a riflettere chi è ancora ostile su questo tema?
Il papa nero con i dread che va via in scooter senza casco potrebbe benissimo essere l’inizio di una barzelletta, e per quanto ovviamente vada inquadrato nell’ottica di ribaltamento del sacro e profano, nel contesto del film l’immagine è portata un po’ al limite. E poi ci aggiungiamo pure una mezza quota queer per non farci mancare nulla. Un po’ troppo, Paolo, un problema alla volta, non vogliamo mica far venire un infarto a Gianfranco il 65enne quasi in pensione il giorno di Natale.
Se invece vediamo la linea politica solo come un espediente per dissidi puramente interiori e personali, allora possiamo ragionarci meglio. Le questioni etiche e morali governano la nostra vita e ci immobilizziamo di fronte alla consapevolezza che la scelta giusta per noi non necessariamente è corretta per gli altri. Il giudizio degli altri ha un peso importante ed è difficile non esserne influenzati. E come si fa quindi ad uscire dal loop? Come si trova il coraggio di assumersi delle responsabilità? Fino a quando possiamo permetterci di prenderci altro tempo per riflettere, prima che le circostanze della vita decidano per noi?
Nel frattempo l’amore e l’ossessione ci accecano. E, che lo si voglia o no, il fulcro di tutto rimane questo. La rabbia per un torto subito supera anche le immagini più poetiche, e a volte si è disposti anche a credere a una possibile bugia pur di ritrovare un po’ di pace.
Con un’ultima passeggiata che sancisce la fine del mandato, il presidente De Santis ritorna semplicemente Mariano, in quegli ultimi 10 minuti che rappresentano la vita più autentica e sincera, colma di quella verità da lui tanto agognata: una telefonata in cui parla di sua moglie, e poi una pizza e i suoi due figli che si fanno vedere per quello che sono. Solo in quel momento arriva, finalmente, un sorriso.
6.5/10


