Cosa dice davvero il nuovo Decreto Scuola
Il 24 settembre il Consiglio dei Ministri ha fatto passare il nuovo Decreto Scuola. Tra le varie cose, la regola che sta facendo più rumore è il tetto del 30% di alunni stranieri per classe, ma attenzione: non si applica a chi ha cittadinanza non italiana in generale, ma solo a chi non sa ancora bene l’italiano. Ci sono pure eccezioni per chi ha fatto l’asilo qui o studia in Italia da anni. La regola partirà dal 2027/28 per le prime classi, ma per i nuovi inserimenti è già attiva, mentre le classi già formate non si toccano.
Poi arriva la parte che ha scatenato i social: divieto di indossare burqa e niqab a scuola e ai colloqui con i prof, con multe che vanno dai 200 ai 1.000 euro. Inoltre, ci sono sanzioni fino a 1.000 euro anche per i genitori che non si impegnano a imparare l’italiano se i figli hanno problemi scolastici. Nel mezzo, per fortuna, ci sono anche misure economiche utili, come 70 milioni per l’inclusione, 21 milioni per i libri scontati o gratis (alzando la soglia ISEE fino a 40mila euro) e fondi per arginare il cyberbullismo. La Premier Meloni ha difeso il tutto dicendo che serve a “integrare senza rinunciare alle regole” e a “evitare classi ghetto”.
Allo stesso tempo, però, il decreto stesso ha delle altre problematicità. Tutti i genitori si devono impegnare ad insegnare l’italiano ai loro figli. Secondo i dati de “La Stampa”, sono più di 31 mila gli adulti in lista d’attesa nei Centri provinciali per l’istruzione degli adulti (CPIA). C’è già un numero eccessivo di domanda se consideriamo il numero dei centri. Servirebbero molti più centri e soprattutto molti più docenti che si occupano di insegnare italiano per stranieri. Sono sempre docenti di altre materie ad insegnarlo.
I numeri che nessuno ti dice
Torniamo al divieto del velo integrale a scuola. Qui, la cosa diventa quasi comica. Ma quante sono letteralmente le ragazze che vanno a scuola con il velo integrale in Italia? Stando ai dati della Tecnica della Scuola, su più di 930mila studenti stranieri, i ragazzi musulmani sono circa 350mila. Di questi, solo 60mila sono ragazze in un’età in cui tradizionalmente si inizia a portare il velo. Visto che meno dell’1% delle donne musulmane opta per il velo integrale, parliamo di circa 500-600 studentesse in tutto il Paese. Spalmandole su 320mila classi, significa beccare una studentessa col volto coperto ogni 660 classi.
E non è finita: la CO-MAI (Comunità del Mondo Arabo in Italia) ha stime ancora più assurde, parlando di sole 23-25 donne adulte in tutta Italia che indossano niqab o burqa. Nelle scuole italiane, al massimo, si vede l’hijab, che lascia tranquillamente il viso scoperto. Quindi, raga, la domanda è d’obbligo: ha davvero senso tirare in piedi una legge nazionale, con tanto di multe, per un “fenomeno” che tocca un minuscolo frammento di studenti su un totale di otto milioni?
Il vero problema della scuola italiana non è il burqa
Mentre tutti si scannano nei talk show per un capo di abbigliamento che in classe non si vede praticamente mai, i veri drammi della scuola rimangono lì, intatti. Abbiamo edifici che cadono a pezzi, le solite e odiate “classi pollaio”, prof sottopagati e costretti a trasferte infinite, e libri di testo che per tante famiglie sono un vero salasso.
L’opposizione, tramite Fratoianni e Bonelli, ha attaccato pesantemente il governo parlando di una “propaganda indegna sulla pelle dei bambini e delle bambine“, ribadendo che i veri problemi della scuola pubblica sono stati totalmente ignorati. Secondo i leader di Alleanza Verdi e Sinistra, questo decreto è stato emanato, sfruttando i temi identitari e la scuola per fare propaganda politica, anziché affrontare i reali problemi dell’istruzione.
A proposito di questo, il prof Ranci ha affermato:
invece di inseguire il white flight spostando gli stranieri, sarebbe più efficace una strategia per trattenere gli italiani nel quartiere, dando maggior sostegno a queste scuole per garantirne il livello di qualità.
Se vogliamo davvero parlare di integrazione, quello che serve non sono i divieti: mancano mediatori culturali, soldi per i corsi di italiano e sportelli psicologici. Il burqa, in confronto, in una scuola media italiana è un non-problema, qualcosa che probabilmente non si presenterà mai per decenni.
Una Decreto Scuola nel momento giusto per raccogliere consensi
Ovviamente il tempismo non è casuale. Il 20 settembre, dal palco di Fenix (il raduno di Gioventù Nazionale), la Meloni aveva preannunciato il decreto alzando la voce:
A scuola si va a viso scoperto e in Italia nessuno può decidere che una giovane donna debba nascondersi.
E ha aggiunto che la parità tra uomo e donna “non è negoziabile”. Guarda caso, tutto questo succede mentre il partito di Vannacci, Futuro Nazionale, continua a crescere nei sondaggi rosicchiando voti alla destra proprio su questi argomenti.
Lo stesso Vannacci da Orvieto si è detto “assolutamente d’accordo” sottolineando che queste misure “dovevano arrivare anni fa”. Eppure, per il suo stesso partito il decreto è troppo morbido, tanto che l’hanno bocciato bollandolo come “la solita fuffa della finta destra, non la solita timidezza moderata”. Insomma, più che una vera soluzione a un problema educativo, puzza tanto di mossa studiata a tavolino per tenersi stretta un’ala dell’elettorato che si sposta a destra, cavalcando una paura che i numeri stessi smentiscono.
La risposta delle ragazze al nuovo Decreto Scuola
E chi è tirato in ballo, che dice? Sui social e nelle scuole, le ragazze musulmane e le loro coetanee stanno reagendo con un mix di stanchezza e ironia. Molte fanno notare l’ovvio: a scuola ci vanno a viso scoperto, al massimo con l’hijab, e tutta questa storia del burqa sembra inventata apposta per parlare d’altro. C’è chi ha ironizzato online suggerendo al governo di lasciar perdere i fantasmi e pensare a robe più concrete, tipo il ritorno del grembiule. Anche tra gli insegnanti non sono mancate le risposte dure alla Meloni, ricordandole che chi vive davvero la classe tutti i giorni conosce la scuola molto meglio di chi ci fa sopra propaganda sulla pelle di studenti e docenti.
Le parole di Mattarella vanno in un’altra direzione
Il 21 settembre, appena un giorno dopo le dichiarazioni di Meloni, il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha inaugurato l’anno scolastico ad Amatrice, nella scuola ricostruita dopo il disastroso terremoto del 2016. Il suo discorso è sembrato una risposta dritta al punto, pur senza fare nomi. Ha ribadito con forza che “La scuola è aperta a tutti: così dispone l’art. 34 della Costituzione”.
Secondo Mattarella, la scuola deve includere e recuperare, definendola “la più efficace leva di integrazione” per gli studenti stranieri. Ha lanciato un appello fortissimo per evitare che si creino ghetti, chiedendo di “non alzare barriere” e ricordando che l’obiettivo delle aule è “unire e a non lacerare” per produrre vera coesione sociale. Sono parole che smontano la logica dei muri e vanno esattamente nella direzione opposta a chi fa guerre contro problemi quasi inesistenti, ricordandoci che “sarà più forte e resiliente un Paese che investe sulla scuola”.
A viso scoperto, ma di dignità
Alla fine, il quadro è super chiaro. Nel decreto ci sono anche cose utili, tipo i fondi per i libri o per la lotta contro la dispersione scolastica, ma tutto il blocco sul burqa sa solo di gigantesco annuncio politico, pensato per colpire l’immaginazione più che per risolvere un problema reale. Usare il corpo e le scelte delle ragazze musulmane come terreno di scontro non aiuta nessuno, tantomeno loro. La vera libertà, quella di cui parla anche Mattarella, non si costruisce a colpi di slogan e multe contro nemici quasi invisibili, ma con una scuola che funziona davvero e che ha le risorse per includere e non per escludere. Solo così la scuola italiana potrà tornare a guardare avanti, a viso scoperto.



Paola la capacità fantastica di spiegare questioni politiche complesse con una semplicità e un’ironia disarmanti. Un pezzo lucido, coraggioso e profondamente umano (stupendo il richiamo alle parole di Mattarella e alla dignità delle ragazze).
Complimenti Paola