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Il caso di Larimar: uno sguardo nel dramma della violenza online

Nell’epoca del digitale tutta la nostra vita può essere racchiusa all’interno di un telefono; gioie, dolori e persino i momenti più intimi. La storia di Larimar Annaloro fa riflettere sui rischi che i giovani (e non solo) possono incontrare online. Un mondo che come quello reale è fatto anche di violenza.

Una vita spezzata

Da settimane i video in cui la madre di Larimar Annaloro piange chiedendo risposte sulla morte della figlia circolano tra i media; allo stesso modo in cui nei mesi scorsi le immagini dei momenti intimi tra Larimar e il suo ragazzo sono circolati tra i telefoni dei loro compagni. Una cascata di eventi che hanno poi portato la giovane a togliersi la vita nel giardino di casa.

Larimar Annaloro in uno scatto pubblicato sui propri social

Il PM di Enna sostiene l’ipotesi del suicidio, nonostante rimangano accesi i dubbi sulle reali dinamiche della morte. Le indagini puntano sulle pressioni che Larimar avrebbe subito a seguito della condivisione di alcune immagini scattate in momenti di intimità.

La lite scoppiata a scuola con delle coetanee avrebbe portato la ragazza a compiere il folle gesto; se questa versione dei fatti venisse confermata Larimar sarebbe l’ennesima vittima di due fenomeni sempre più diffusi: il “revenge porn” e il “cyber bullying”.

La vendetta va servita online

Potremmo stare ore ad elencare le red flag che dovrebbero spingerci ad interrompere relazioni pericolose o potenzialmente tossiche; eppure il male può celarsi anche dopo che il legame con una persona è stato reciso. Questo è ciò che accade nel caso del revenge porn, fenomeno che consiste nella condivisione di materiale pornografico senza il consenso delle parti coinvolte. A volte le immagini vengono condivise volontariamente, riponendo fiducia nei confronti del destinatario, altre volte i video e le immagini vengono scattate in segreto.

Con l’avvento di piattaforme come Telegram, in cui è molto semplice aggirare le linee guida, questo fenomeno sfugge al controllo delle autorità.

Esempio di alcune pericolose chat presenti sulla piattaforma

Nei casi di revenge porn la condivisione di contenuti espliciti viene sfruttata come vendetta (per l’appunto “revenge”) nei confronti della vittima, ma è anche segno di una dinamica di potere in cui la donna è vista come oggetto posseduto che perde di valore dopo essere stato “usato”.

Questa dinamica è poi ribadita da quelle che sono le dirette conseguenze del revenge porn, come il bullismo, o la sua forma sul web, più sottile, ma ben più violenta: il cyber bullying.

I leoni da tastiera mordono davvero

Sono lontani i tempi in cui l’ideale del bullo era quello propinato di film americani, in cui la cheerleader e il quarterback si divertivano a punzecchiare il nerd di turno. Il bullismo al giorno d’oggi è un dramma reale e molto meno palese di quanto si pensi.

A causa dell’onnipresenza dei social all’interno delle nostre vite, il fenomeno del bullismo è riuscito a trovare una dimensione più celata, ma in cui agisce in maniera ancor più meschina. Se infatti la parola di scherno ricevuta tra i corridoi di scuola può ferire, essa rimane reclusa all’interno della dimensione scolastica. Nel caso del cyber bullismo la violenza entra di soppiatto negli ambienti più sicuri per la vittima, diventando un rumore di sottofondo costante giorno dopo giorno.

La dimensione del web regala ai bulli un’ennesima arma: quella dell’anonimato. Su internet siamo liberi di nasconderci dietro nickname ed account falsi; questo dona agli aguzzini l’illusione di poter sfuggire dalle conseguenze delle proprie azioni e porta ad amplificare il tono delle vessazioni.

Per colpa di un pantalone rosa

L’argomento è ritornato recentemente al centro della discussione pubblica, non solo a causa della triste vicenda di Larimar Annaloro, ma anche dopo l’uscita nei cinema italiani del film “Il ragazzo dai pantaloni rosa”. Nel film si racconta la commovente storia di Andrea Spezzacatena, quindicenne vittima di bullismo e cyberbullismo, che si tolse la vita il 20 novembre 2012.

La sensibilizzazione dei giovani nei confronti di questo argomento rappresenta uno dei passi principali verso la fine di questo fenomeno, e il film acclamato dalla critica e dal pubblico, sembrerebbe aver tratto l’effetto sperato.

Victim blaming: chi va educato?

Seppur l’educazione stia alla base di un reale cambiamento culturale, anche quest’ultima va spesso modificata. Nei casi di revenge porn e di cyber bullismo è sempre più comune cadere nella trappola del victim blaming, ovvero la colpevolizzazione delle vittime.

Soprattutto nei casi in cui sia una ragazza a compiere determinate scelte, il messaggio che passa da educatori e dall’informazione è quello del “non avresti dovuto mandare certe foto”. Seppur l’idea di avvertire le più giovani dei possibili rischi non sia sbagliata, essa rende la vittima artefice del proprio male.

Siamo davvero ancora succubi della mentalità per cui dovremmo educare le nostre figlie alla paura, invece che i nostri figli al rispetto?

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