Napoli, 25 maggio. L’appuntamento era fissato per le 8:45, appena fuori l’ingresso su via Saverio Gatto della stazione metropolitana Colli Aminei. Alle 8:42 del 25 maggio io ero giusto accanto alla biglietteria della stazione, bevendomi un caffè. Avevo bisogno di stemperare la tensione: qualche settimana prima mi ero sobbarcato dell’impegno, per conto di un’associazione universitaria cui sono iscritto, di accompagnare un gruppo di studenti al Tribunale per i minorenni di Napoli, per assistere insieme alle udienze che vedono ogni giorno protagonisti giovani ragazzi e ragazze come noi, ai quali però il destino delle volte non riserva tante fortune, consegnandoli fin da giovani al braccio della legge.
Sara, Noemi, Luigi e Maria Vittoria mi aspettavano puntuali al luogo d’incontro. Così, dopo essermi presentato ed aver introdotto al mio gruppo il regolamento da osservare in tribunale, ci siamo incamminati, scendendo il lungo vialone ai piedi della stazione.
Giunti nei pressi delle aule giudiziarie, numerosi uomini e donne in giacca e cravatta scherzavano e animavano in maniera conviviale l’entrata del tribunale: erano gli avvocati in attesa del turno del proprio imputato. Noi decidemmo di iniziare la giornata seguendo le udienze del GUP (Giudice dell’Udienza Preliminare), un giudice monocratico che opera nella fase che precede il dibattimento, emettendo, ad esempio, un decreto che dispone il rinvio a giudizio dell’imputato, una sentenza di non luogo a procedere, o compiendo atti differenti che pur sempre svolgono una funzione di “filtraggio” dei casi da condurre alle ulteriori fasi del processo.
Al Tribunale per i minorenni, la maggior parte delle udienze tenute dal GUP riguarda i percorsi di Messa alla Prova (MAP), attraverso i quali la legge mira a favorire il recupero e il reinserimento sociale del minore, in una fase ancora formativa della personalità. La MAP può prevedere attività scolastiche, attività lavorative o di volontariato, ma anche la mediazione con la vittima oppure un percorso di assistenza psicologica; estinguendo, così, nel caso di esito positivo del percorso, il reato per cui si era prospettato il processo.
È forse questa la sede in cui si può maggiormente venire a contatto con il volto “umanitario” della giustizia, e dove si può osservare la natura vivida del diritto che, attraverso la presenza dello Stato, cerca di proteggere, e in qualche modo “accompagnare” nel proprio percorso di crescita, quei ragazzi più fragili, il cui passato non può – e non deve – determinarne il futuro.
Le prime udienze a cui abbiamo assistito si occupavano di casi in cui bisognava solamente osservare l’andamento di alcune MAP in corso di svolgimento: veniva segnalato se erano sorte difficoltà esterne che impedivano l’invariato proseguimento del percorso; oppure se si poneva la necessità di annotare una mancanza di collaborazione o adempimento alle attività stabilite (il che può anche conseguire l’annullamento della MAP e la riapertura del processo). Altre udienze, invece, conclamavano il superamento del programma di reintegrazione, concludendosi con una delibera che ufficializzasse l’estinzione del reato: inutile dire che è un momento di gioia rivitalizzante, per l’imputato prosciolto quanto per chi, nelle vesti dello Stato, lo ha seguito e supportato. È quell’attimo in cui ci si lascia alle spalle una pagina infelice della propria vita, con la speranza di scriverne tante altre più liete.
Abbiamo ascoltato le vicende di una ragazza di diciassette anni (non ne riportiamo qui il nome al fine di preservarne la riservatezza) accusata dalla propria madre di una presunta aggressione. La giovane aveva un carattere recidivo, probabilmente corroborato dall’assenza del padre fin dall’infanzia e da un rapporto con la mamma da sempre profondamente conflittuale. Ad un’età in cui normalmente si frequenta il quarto anno delle scuole superiori, lei raccontava di aver abbandonato gli studi per lavorare in un centro estetico. L’apprensione riecheggiava nell’aula di giudizio mentre lei scoppiava in lacrime. A settembre tornerà in tribunale per una nuova udienza, ma c’è il timore che la MAP le sia revocata.
A metà mattinata, una pausa interruppe i lavori del gruppo ed io e i miei colleghi universitari uscimmo dall’aula. Giunto a quel punto, mi davano un gran fastidio i sorrisi e la leggerezza che aleggiavano negli umori degli avvocati appena fuori le aule di giudizio, là dove solo una porta li separava da ragazzi che versavano lacrime sugli spettri del proprio domani. Avrei voluto dirgli di smetterla di scherzare e parlottare, avrei voluto ricordargli che per loro può essere anche solo un lavoro, ma per i loro assistiti è in ballo una vita intera.
Al termine della pausa siamo entrati nell’aula del GIP (Giudice per le Indagini Preliminari), un collegio giudicante cui spetta garantire i diritti dell’indagato, autorizzando, per esempio, misure cautelari, ammettendo i mezzi di ricerca della prova, oppure pronunciandosi sulle richieste di archiviazione. In questa fase del procedimento i ragazzi imputati, ormai, raramente presenziano: i casi possono trascinarsi avanti anche per anni, quelli che erano minorenni all’epoca dei fatti, nel frattempo che la vicenda giudiziaria prosegue, cercano di costruirsi una vita, nella perenne attesa di un verdetto.
Gran parte del tempo che abbiamo trascorso al GIP si è consumato in un acceso diverbio tra Pubblico Ministero e giudice: il primo era contrario all’ammissione di una prova proposta dalla difesa, il secondo era proteso ad accettarla. Si trattava di un’accusa di tentato omicidio.


