Quintiliano durante la seconda prova ha ricordato ai classicisti – e a tutti noi – che la musica non è un semplice ornamento alla nostra vita, ma una parte fondamentale e necessaria alla formazione di uomini e donne civili. Che detta così sa molto di classicista che finge di saperne più di tutti gli altri, ma se ci pensi bene è un’ottima scusa da dare ai tuoi genitori quando vuoi andare ad un concerto.
Il brano dell’Institutio Oratoria proposto oggi alla maturità non parlava di scuola o di battaglie o di discorsi politici in senso stretto. Parlava di ritmo, di armonia, di voce. E di quanto sia ingenuo pensare di poter fare a meno di tutto questo.
La musica è ovunque, ma qualcuno continua a trattarla come un lusso o un capriccio. Forse un uomo del I secolo d.C. può insegnarci ancora qualcosa.
Gli influencer greci e romani approvano
Quintiliano era un retore romano, il tipo di persona che oggi avrebbe un podcast con tre milioni di ascoltatori. Nell’Institutio Oratoria – che è sostanzialmente un manuale su come diventare la persona più intelligente della stanza – dedica un bel po’ di tempo a spiegare perché senza musica non si va da nessuna parte.
Per farlo scomoda Platone, che considerava la musica necessaria al cittadino. Chiama in gioco i filosofi stoici, la setta «che ad alcuni appare severissima e ad altri durissima», che pure prestavano attenzione alla musica. Cita anche Licurgo, il legislatore spartano talmente severo che aveva bandito il lusso, ma non la musica. E infine Socrate, che imparò a suonare la lira da anziano. Capito? Ti sta dicendo pure che non è mai troppo tardi per iniziare.
Platone e Aristotele hanno cercato di spiegarne l’importanza con la dottrina dell’ethos musicale. Ogni tonalità, ogni scala, ogni ritmo agisce sull’animo umano in modo diverso, plasmando il carattere. La musica, quindi, formava le persone. Era pilastro della paideia, l’educazione del cittadino greco, accanto alla ginnastica. I greci avevano già capito che mente e corpo vanno allenati, e che la musica era parte di quell’allenamento.
Lo dicevano già i Pitagorici, per cui la musica era il principio ordinatore del cosmo. L’ἁρμονίαν – armonia – regolava il moto degli astri, dava unità al mondo, teneva insieme tutto quanto. L’universo, in sostanza, era visto come una composizione musicale. Quindi la prossima volta che qualcuno ti chiede cosa stai facendo con le cuffie puoi rispondere con perfetta serietà: «mi sto allineando con l’ordine cosmico.»
La musica come collante sociale
C’è qualcosa di poetico e universale nell’idea che la musica unisca. Quintiliano lo intuiva quando descriveva gli eserciti spartani che marciavano a ritmo: la musica era il meccanismo attraverso cui un gruppo di individui diventava un corpo unico, capace di muoversi, resistere e sacrificarsi insieme. Il ritmo sincronizza i corpi prima ancora di sincronizzare le menti. Era, in tutti i sensi, uno strumento di sopravvivenza collettiva.
È ciò che oggi, duemila anni dopo, chiameremmo community, quella condizione in cui un gruppo di persone diventa qualcosa di più della semplice somma delle sue parti: diventa un tutt’uno reale, coeso, con un’identità ben precisa. La musica ha sempre creato comunità perché agisce prima di tutto a livello fisico, sincronizza i battiti cardiaci, libera ossitocina, produce risposte fisiologiche condivise. Prima di essere un’arte, la musica è una tecnologia sociale antichissima.
Quando la musica cambia il mondo
C’è poi una dimensione sociale della musica che va oltre la community in senso romantico: quella della musica come strumento di emancipazione e di lotta civile. I canti partigiani, gli inni del movimento per i diritti civili, la musica latinoamericana durante le dittature, gli spiritual degli schiavi afroamericani, il jazz come atto di resistenza culturale, il punk e il rock come urlo generazionale… in tutti questi casi la musica ha fatto quello che Platone aveva teorizzato: ha plasmato il carattere collettivo di una comunità, ha dato forma a un’identità condivisa, ha superato barriere linguistiche e sociali e ha favorito l’incontro tra culture. Anche se spesso ce lo dimentichiamo.
La musica è sempre stata uno degli atti politici più potenti che esistano. Lo sapevano i greci, lo sapevano i movimenti di emancipazione del Novecento, e lo sanno benissimo i consulenti elettorali di oggi, che costruiscono identità collettive e consenso a colpi di brani scelti con cura – o, a volte, con una cura decisamente minore. Perché la musica è così: non si lascia addomesticare. Sviluppa un significato proprio, una storia propria, e quando qualcuno prova a piegarla ai propri fini, spesso si ribella in modo spettacolare. E con lei chi la musica la assorbe, chi con la musica si allinea e si sincronizza. Chissà chissà domani su che cosa metteremo le mani…
Ma la musica è anche, e soprattutto, una faccenda privata
Detto tutto questo, c’è una dimensione della musica che non si limita al collante sociale, e che Quintiliano aveva già intravisto quando citava la natura come prima maestra musicale: «la natura stessa sembra avercela data come dono per sopportare meglio le fatiche». La musica è anche – e forse soprattutto – una faccenda profondamente personale.
Ogni persona ha una colonna sonora della propria vita. Ci sono canzoni che portano il peso di un ricordo preciso, bello o brutto. Ci sono canzoni che ti fanno piangere, altre che ti fanno ballare. Ci sono canzoni che ascolteresti all’infinito e altre che ti squarciano il cuore con un ascolto. In fondo è importante avere anche quella playlist da mettere quando stai male e vuoi stare ancora peggio, perché stranamente dare una forma musicale al dolore ad un certo punto lo rende più sopportabile.
La musica è un fortissimo strumento di elaborazione del presente. In una società mediale in cui tutto è rappresentazione, in cui ogni emozione deve essere fotografata, condivisa, validata, la musica ci aiuta a portare a galla sentimenti che altrimenti potrebbero rimanere nascosti. È uno dei pochi spazi in cui si può ancora sentire qualcosa in modo autentico e tenerlo per sé. È uno strumento di autoconoscenza e autoconsapevolezza che non richiede connessione, solo un po’ di silenzio attorno. Fin quando non sei pronto a condividerlo con gli altri, con i tuoi tempi e i tuoi modi. Quando ti senti pronto a partecipare ad un concerto. Platone la chiamava formazione del carattere. Noi la chiamiamo crescita personale. Alla fine stiamo descrivendo la stessa cosa.
Quintiliano aveva ragione
Duemila anni dopo, il discorso di Quintiliano regge ancora. La musica non è un ornamento, è una necessità. Cambiano i mezzi, ma la musica resiste e con lei la sua capacità di formare le persone e confortare l’animo. Platone lo sapeva. Licurgo lo sapeva. Socrate ci teneva abbastanza da imparare a suonare la lira da vecchio. I Pitagorici ci avevano costruito sopra una cosmologia. Cinquantamila ragazzi hanno tradotto stamattina un testo che lo spiegava in latino. Molti di loro, stasera, metteranno le cuffie o andranno a un concerto o canteranno in macchina a squarciagola.
Perché in fondo, al di là di latinismi vari, resta questo: l’autenticità e la genuinità di una nota anche quando è stonata.


