1984 di George Orwell mostra l’Italia di Destra. Nel celebre romanzo emerge una visione inquietante di società in cui il linguaggio è strumento di dominio, il passato si riscrive in funzione del presente e l’opposizione è non soltanto sconfitta ma resa concettualmente inaccettabile. in quei territori raggruppati tra Eurasia, Eustasia ed Oceania. Nel panorama politico italiano contemporaneo — dove lo scontro tra maggioranza e opposizione ha assunto toni sempre più ideologizzati e simbolici — è difficile non scorgere echi di quella distopia. Sebbene l’Italia rimanga formalmente una democrazia pluralista, la lotta per il controllo dell’immagine pubblica, della storia collettiva e del linguaggio politico ha superato i confini di una normale competizione partitica.
La narrazione politica del governo guidato da Giorgia Meloni — e in particolare la retorica culminata in accuse alla sinistra di voler creare “nemici dell’Italia” e in una continua delegittimazione dell’avversario — ha trasformato parte del dibattito pubblico in una cornice binaria di amici e nemici. Tali dinamiche richiamano la neolingua orwelliana, dove le parole non descrivono più la realtà ma la modellano a servizio di un disegno politico; in Italia, la contrapposizione tra centrodestra e sinistra è spesso rappresentata non come divergenza di idee ma come lotta ontologica tra il bene nazionale e chi lo tradirebbe sistematicamente.
L’angelo della Meloni: restauro o politica?
Tra gli episodi più eclatanti di questa dinamica culturale è esploso il caso dell’affresco dell’angelo con il volto somigliante a Giorgia Meloni nella Basilica di San Lorenzo in Lucina a Roma. L’opera, parte di un ciclo pittorico relativamente recente — realizzata nell’anno 2000 e quindi non soggetta alla rigorosa tutela della Soprintendenza ai Beni Culturali — era stata sottoposta a restauro dopo danni causati dall’umidità proprio perché si trovava in una delle cappelle del complesso sacro.
La restaurazione è stata eseguita da Bruno Valentinetti, 83 anni, custode volontario della basilica e artista originario dello stesso dipinto; la sua firma appare persino sulla scritta latina del restauro: “Instauratum et exornatum, Bruno Valentinetti AD MMXXV”. Valentinetti ha dichiarato di aver semplicemente ridipinto il volto “come era prima” e di non aver intenzionalmente ritratto Meloni. Tuttavia, confronti fotografici tra il prima e il dopo mostrano chiaramente un volto che presenta tratti riconoscibili della premier, tanto da attirare visitatori curiosi e da trasformare una cappella relativamente poco osservata in un vero “luogo di pellegrinaggio” mediatico.

Il cuore della polemica ruota intorno al fatto che l’opera non era tutelata dalla Soprintendenza italiana — essendo troppo recente per rientrare nei vincoli di tutela dei beni culturali — e quindi non soggetta alle regole ordinarie di autorizzazione per interventi artistici. Per questo motivo l’artista ha potuto operare con margini più ampi, senza un controllo tecnico preventivo da parte dei funzionari competenti.
La vicenda ha rapidamente superato i confini dell’ambito ecclesiastico o artistico per diventare una questione di ordine pubblico e politico. La Diocesi di Roma e il Ministero della Cultura hanno aperto indagini per verificare la natura delle modifiche, con il vicariato che ha ribadito l’importanza di non strumentalizzare l’arte sacra per fini politici e ha sottolineato che “l’originale di sicuro non era così”. In pochi giorni, la pressione mediatica e la preoccupazione per l’immagine pubblica della basilica hanno portato alla rimozione del volto: il viso dell’angelo è stato coperto su ordine della chiesa, lasciando temporaneamente la figura senza volto mentre si decide come restaurarla in modo “neutro”.
La risposta della Presidente: quando la realtà viene derisa
Di fronte alla tempesta mediatica, Giorgia Meloni stessa ha reagito con ironia: attraverso un post su Instagram ha condiviso l’immagine dell’affresco, commentando: “No, non assomiglio affatto a un angelo”, accompagnato da una emoji che ride, segnalando la sua intenzione di ridimensionare la polemica con un tono leggero.
La reazione popolare è stata altrettanto polarizzata: da una parte chi ha visto nell’episodio un abuso simbolico o un tentativo di piegare l’arte a messaggi politici, dall’altra chi ha derubricato la vicenda a curiosità folkloristica o a semplice ironia. In mezzo, artisti, storici dell’arte, politici e sacerdoti hanno discusso sul ruolo dell’arte sacra, sulla libertà creativa nei luoghi di culto e sul rischio che l’iconografia religiosa diventi strumento di propaganda.

Questo episodio, apparentemente paradossale, rivela un nodo centrale del dibattito pubblico contemporaneo: dove finisce la libertà di espressione artistica e dove inizia la costruzione di un’immagine politica? Quando un’opera d’arte diventa simbolo di una narrativa culturale più ampia, arte e politica si intrecciano in modo inestricabile, imponendo una riflessione profonda non solo sulla gestione dei beni culturali, ma anche sul ruolo pubblico delle istituzioni, sui simboli raccolti attorno all’identità collettiva e sul modo in cui comunicazione e potere si influenzano reciprocamente.
Ghali censurato alle Olimpiadi
Un altro episodio emblematico è la controversia che ha accompagnato la partecipazione del rapper Ghali alla cerimonia di apertura delle Olimpiadi invernali Milano-Cortina 2026. La vicenda ha assunto i contorni di un caso di presunta censura dopo che esponenti del governo e del suo partito hanno espresso scetticismo verso le posizioni politiche di Ghali, già criticato in passato per commenti sul conflitto israelo-palestinese, fino a indicare che “non esprimerà il suo pensiero” sul palco olimpico — un’affermazione attribuita al ministro dello Sport Andrea Abodi, che ha voluto circoscrivere l’intervento dell’artista a elementi ritenuti “coerenti con lo spirito olimpico”.
Durante la cerimonia, la regia della RAI ha poi scelto di non mostrare inquadrature ravvicinate dell’artista né di nominarlo esplicitamente nella telecronaca, alimentando ulteriori accuse di oscuramento mediatico nei confronti di Ghali. I critici di questa scelta l’hanno definita un sintomo del “TeleMeloni”, ossia dell’accusa che l’emittente pubblica si starebbe allineando in maniera troppo compiacente alla linea del governo.
Questo episodio solleva questioni parallele a quelle di 1984: chi controlla il discorso pubblico? Chi decide ciò che è degno di essere rappresentato, e chi invece è marginalizzato? Nel romanzo di Orwell, l’opposizione non deve solo essere sconfitta: deve sparire dall’orizzonte del discorso. Nel dibattito italiano, pur nel rispetto delle istituzioni e delle regole democratiche, queste dinamiche simboliche alimentano un sentimento di distanza tra istituzioni e cittadinanza, tra narrativa ufficiale e pluralità culturale.
Torino: Askatasuna e lo scontro tra ordine pubblico e dissenso
Nella tarda serata del 31 gennaio scorso, Torino è stata teatro di violenti scontri tra manifestanti e forze dell’ordine nel corso di una grande protesta nazionale contro lo sgombero del centro sociale Askatasuna — occupato dal 1996 nel quartiere Vanchiglia e considerato da molti una “risorsa culturale e sociale” per la città. Cifre ufficiali e non ufficiali parlano di decine di migliaia di persone in piazza, con presenze anche da altre città italiane e bandiere della Palestina e No Tav tra gli striscioni.
La protesta, nata per denunciare quello che molti attivisti e residenti definiscono un attacco alla libertà di espressione e al tessuto sociale torinese, è degenerata in un’area di guerriglia urbana, con cassonetti dati alle fiamme, pietre e petardi lanciati contro le linee di polizia e l’uso di lacrimogeni e idranti per contenere la folla. Al centro delle cronache sono finite le immagini della brutale aggressione subita da un agente di polizia — colpito da un gruppo di manifestanti, secondo alcuni video diffusi online anche con un martello — un fatto di inaudita violenza che ha suscitato l’unanime condanna da parte delle istituzioni.
Tuttavia, la narrazione dominante nei grandi media e nei commenti politici di destra si è concentrata prevalentemente sul singolo episodio del poliziotto ferito, spesso demonizzando l’intera protesta come mera “guerriglia di antagonisti”. Il rischio di questa visione unidimensionale è che passino sotto silenzio le storie di centinaia di giovani, famiglie e residenti che hanno preso parte alla manifestazione in modo pacifico, e che sono stati travolti dagli scontri con le forze dell’ordine, riportando a loro volta ferite da lacrimogeni, manganellate o contusioni durante le cariche e i respingimenti.
Diverse testimonianze parlano di gruppi di manifestanti non violenti presenti alla protesta, di cittadini colpiti dall’onda lunga degli scontri e di giovani che si sono ritrovati feriti o denunciati senza un chiaro coinvolgimento in atti di violenza — una complessità che viene spesso omessa nel racconto pubblico.
Questo squilibrio narrativo non è innocuo: mettere in primo piano un singolo episodio di violenza rischia di oscurare un fenomeno sociale di più ampio respiro, allontanando il dibattito dalle ragioni del dissenso, delle condizioni abitative e culturali che hanno reso Askatasuna un punto di riferimento per decenni, e dalle domande più profonde su come lo Stato e la società italiana affrontano il conflitto sociale e politico.
Dunque, a termine di quanto detto…


