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Tregua a Gaza: tra accordi disattesi e speranze

Per quanto Trump si sforzi ad ostentare la tregua come un glorioso successo personale, nella realtà dei fatti questa appare quanto mai incerta e fragile, con gli abitanti della Striscia di Gaza ancora costretti a sopravvivere tra stenti e sofferenze atroci. Il tycoon di Washington, nel mentre, ha convocato di recente il proprio Board of Peace, pianificando una rigenerazione totale della Striscia con la promessa di grandi affari per chiunque sia pronto ad appoggiarlo.

Un piano di pace o la sua parodia?

Quello che il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha presentato a Washington non era un piano di pace, ma una sua parodia. Un accordo proclamato come una svolta, ma negoziato tra il complice statunitense e il carnefice israeliano, mentre il popolo di cui si sta decidendo la sorte è escluso dalla scena.

Sono, ormai, trascorsi più di tre mesi dalle parole a fuoco pronunciate dalla scrittrice britannica-tunisina Soumaya Ghannoushi, per il Middle East Eye. Un lasso temporale in cui, a dispetto delle innumerevoli previsioni negative, e nonostante delle contraddizioni sempre più ingombranti, la “pax trumpiana” è riuscita a reggere, proiettando, adesso, le parti verso un’intesa per la seconda fase del piano.

Tregua Gaza: dei bambini tra le macerie di Gaza

Il 13 ottobre Trump presiedeva, a Sharm el-Sheikh, il cosiddetto “vertice per la pace”: a dire il vero, il piano era stato approvato già quattro giorni prima, ma è in quella giornata fondamentale che ci è stato lo scambio tra i prigionieri palestinesi e gli ostaggi israeliani, il primo rimpatrio di corpi degli ostaggi morti, e l’ingresso di almeno quattrocento camion di aiuti umanitari nella Striscia. Il cessate il fuoco, in teoria, era cominciato il 10 ottobre.

Le accuse reciproche

Scrivo “in teoria” perché è doveroso precisare come gli scontri a fuoco, e le morti dei palestinesi, non siano affatto venuti meno in seguito all’entrata in vigore della tregua.

Dall’indomani del 10 ottobre, difatti, troppe volte Israele e Hamas si sono accusati reciprocamente di aver violato i termini dell’accordo, ricorrendo alle armi. Israele, peraltro, accusava il gruppo armato di stare ritardando volontariamente la restituzione dei corpi degli ostaggi, morti durante i bombardamenti sulla Palestina. Di tutta risposta, Hamas ha più volte ribadito come servissero grandi macchinari per recuperare i cadaveri sepolti dalle macerie.

Inoltre, in forza delle proprie recriminazioni, Israele ha ben presto imposto nuove restrizioni al transito degli aiuti, concedendo l’ingresso di trecento camion al giorno piuttosto che i seicento previsti; e si è opposto al ritiro delle truppe da Gaza, stabilendo un’imprecisa “zona cuscinetto”. Dall’inizio della tregua quasi cinquecento persone sono morte nella Striscia; oltre cento bambini sono stati uccisi.

Sopravvivere alle intemperie

Durante i bombardamenti vivevamo con la paura costante della morte, e forse l’intensità della guerra faceva passare in secondo piano tutto il resto: il freddo, la pioggia, le tende che si agitavano sopra le nostre teste. Ma oggi che i massicci bombardamenti si sono fermati, ci troviamo di fronte tutto l’orrore della nuova normalità di Gaza.

Così Eman Abu Zayed confidava alle pagine di Al Jazeera i patimenti a cui l’inverno sottopone i gazawi. A metà dicembre la tempesta Byron si è scaraventata sulle tendopoli della Striscia dilaniata: «Donne, bambini e anziani seduti in strada sotto la pioggia, i giacigli allagati, le loro cose sparpagliate, mentre la confusione e le grida riempivano l’aria». 27mila tende sono state distrutte; tredici persone sono rimaste uccise dal crollo dei palazzi.

Tregua Gaza

Il flusso di forniture in entrata è denunciato come largamente insufficiente, prodotti come carne e uova considerati introvabili o troppo costosi. Alle famiglie non è stato garantito alcun reale alloggio.

Un punto di svolta

In questo contesto, il 16 gennaio Donald Trump, con la consuetudinaria vaghezza e rumorosità, ha invocato il passaggio alla seconda fase dell’accordo. Ed il giorno dopo ha convocato il Board of Peace, attraverso cui dirigere la ricostruzione del territorio. Poco importa, ovviamente, che non ci sia ancora chiarezza sugli organi cui spetterà governare Gaza, su come verranno finanziati e su quali siano i reali obiettivi alla base di questa rigenerazione.

Finora le pressioni esercitate dai paesi del Golfo su Hamas e dagli Stati Uniti su Israele hanno contribuito a mantenere in piedi questa pacificazione traballante, eppure, né il gruppo armato palestinese ha ancora acconsentito al disarmo, né lo Stato ebraico ha accantonato i piani per una nuova offensiva in pompa magna. Fino ad adesso Nethanyahu, non potendo permettersi di affossarlo completamente, ha cercato di congelare il piano in uno stallo, avvalendosi di ogni ostaggio deceduto che Hamas si stesse attardando a riconsegnare. Lo scorso lunedì, 26 gennaio, è rientrato nei confini israeliani anche il corpo di Ran Gvli, l’ultimo nelle mani dell’organizzazione paramilitare.

Ci apprestiamo, dunque, ad un frangente cruciale, in cui sarà fondamentale una cautela chirurgica per moderare gli interessi delle parti quanto le ambizioni di Donald Trump.

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