L’accordo di Schrodinger nel golfo Persico, i guai giudiziari di Sanchez, il dilemma di Meloni: settimana piena di trame visibili e non quella appena trascorsa. Per non perdersi niente di tutto questo caos, c’è YPOSTA, la rubrica di Young Popular Opinion, che prova ad evitarvi attacchi di panico e a raccontarvi gli eventi più importanti della settimana in maniera semplice ed ironica (per quanto possibile). Speriamo di riuscirci (soprattutto per gli attacchi di panico). Potrete ricevere questo articolo direttamente sulla vostra casella postale tramite una newsletter, che verrà inviata ogni domenica. Per riceverla direttamente, basta inserire la vostra mail qui.
Trame persiane
Accordo ci siamo, forse. A breve firmiamo, magari. Datemi ancora qualche secondo, che sono in bagno… Nel frattempo un paio di bombardamenti d’assestamento in Iran, utili a rafforzare una posizione negoziale fragile, ed Israele che, spaventato dalla fine della guerra, avanza in Libano come se non ci fosse un domani. Perché, forse, almeno per questa guerra non ci sarà un domani.
In sintesi è stata questa la settimana nel golfo Persico. Da sabato scorso si rincorrevano voci di un accordo preliminare ormai pronto. Secondo il giornale Axios (sempre molto ben informato sugli eventi) Iran e Usa avrebbero trovato un accordo preliminare. La “Dichiarazione di Islamabad” (per via della mediazione del Pakistan) prevederebbe l’estensione della tregua (a dire il vero al momento non sempre rispettata) di 60 giorni. Il cessate il fuoco dovrebbe riguardare anche il Libano. Qui però cominciano i problemi. Netanyahu infatti, ormai in piena campagna elettorale, sta facendo cose molto diverse. In Libano l’esercito Israeliano ha superato il fiume Litani (considerato dagli israeliani stessi, almeno fino a due giorni fa, il limite della “zona cuscinetto”. Ma in Medio oriente le cose cambiano in Fretta. Ormai dovremmo averlo imparato). Anche a Gaza si continua a spingere. Sempre in settimana infatti Netanyahu ha annunciato nuove operazioni per espandere l’occupazione nella striscia. Israele, spinto dall’ala destra del governo (ben rappresentata dall’ormai celebre Ben Gvir) è senza freni. Il terrore di una fine “prematura” della guerra, che tanto bene sta facendo al consenso di Bibi (considerato politicamente morto fino a pochi mesi fa, ma Bibi, si sa, ha 7 vite come i gatti), sta spingendo Israele a prendersi tutto subito.
Lo stretto di Hormuz
L’accordo Iran usa prevederebbe inoltre lo sblocco del benedetto Stretto di Hormuz. Ormai l’incubo che non fa dormire mezzo mondo. L’Iran si impegnerebbe a riaprire completamente lo stretto al traffico commerciale, senza imporre pedaggi o interferire con le navi e a rimuovere le mine navali dallo stretto entro 30 giorni dalla firma. In cambio, gli Stati Uniti revocherebbero il blocco navale ai porti iraniani, che sta strangolando la già debole economia del paese.
La questione nucleare
Se i primi due punti sono piuttosto complessi, sul nucleare va decisamente peggio. Probabilmente è più facile fermare Israele in Libano, che convincere l’Iran a mettere da parte il programma nucleare. Dopotutto perché dovrebbero? Loro la guerra la stanno vincendo, quindi perché dovrebbero cedere sul nucleare, la causa scatenante del conflitto? Perche Trump proprio non può farne a meno…
Donald, durante il primo mandato, aveva insultato Obama (ordinaria amministrazione) ed il celebre accordo 5+1 concluso tra Obama e l’allora presidente iraniano Rohani. Secondo Trump era un accordo pessimo. Ed infatti non appena è arrivato lui ha mollato l’accordo ed ha scelto la via della violenza, per infognarsi in una guerra pensata male e condotta peggio. In sostanza oggi Trump, desideroso di salvare il salvabile e di andare via dall’Iran il prima possibile, è vittima della sua stessa propaganda. Non può infatti andare via con un accordo in cui non si limita, in qualche modo, il programma nucleare iraniano. Purtroppo per lui, al momento, non sembra avere una leva negoziale sufficientemente forte per farlo. E quindi ogni tanto, per rafforzare la sua posizione negoziale, sgancia qualche bomba sull’Iran, ricordandoci, in questo modo, il vecchio adagio di quel geniale generale prussiano Von Clausewitz, secondo cui “la guerra è la continuazione della diplomazia con altri mezzi”.
Soldi e sanzioni
In cambio gli Stati Uniti avrebbero promesso lo sblocco dei beni iraniani detenuti all’estero. Si parla di 12/25 miliardi di dollari, ossigeno puro per le disastrate casse iraniane, congelati per via delle sanzioni americane ai danni della repubblica islamica.
Il Titanic dei socialisti
Mercoledì mattina mentre la Guardia Civil era impegnata a perquisire la sede del partito socialista spagnolo (PSOE), in calle Ferraz a Madrid, un violinista sul ciglio della strada suonava “Nearer, My God, to Thee”. Il violinista non passava lì per caso, era stato assunto dall’associazione di destra “Hazte Oír”. E neppure il brano era casuale. Durante una delle ultime drammatiche scene del film “Titanic”, l’orchestra comincia a suonare proprio “Nearer, My God, to Thee”, mentre la nave affonda. Mercoledì però in calle Ferraz non c’erano navi che affondavano. Ad affondare era il Partito socialista del Primo Ministro spagnolo Pedro Sanchez.

Magistratura nera
In Spagna funziona un po’ come da noi (non per caso sono i nostri “cugini”): la politica accusa la magistratura di essere politicamente schierata. Ma se Italia sono i partiti di destra ad accusare la magistratura di essere di sinistra, in Spagna sono invece i partiti di sinistra ad accusare la magistratura di essere di destra. Insomma paese che vai, usanze che trovi. Lo scontro si è molto incattivito negli ultimi anni, da quando alla guida del paese c’è proprio il PSOE di Pedro Sanchez. Da quando è diventato Primo Ministro, Sanchez è perseguitato da inchieste giudiziarie di varia natura, un pò come il tanto compianto presidente Berlusconi, qualche anno fa, dalle nostre parti. E dopo ormai quasi 10 anni di governo, le inchieste a carico dei socialisti sono davvero tante. Dopo Zapatero, Koldo e le accuse ai suoi familiari (ed anche alla moglie di Sanchez Begona), mercoledì è esploso il caso “Fontanera”.
La fontanera
La trama di quest’ennesima inchiesta giudiziaria ruota attorno alla giornalista (o spoiler presunta tale) Leire Díez. Prima di diventare giornalista, Díez aveva fatto parte del PSOE. Ma quando viene scoperta ad offrire favori a imprenditori sotto inchiesta in cambio di materiale compromettente su magistrati e comandanti della UCO (l’unità d’élite della Guardia Civil), i vertici del PSOE (tra cui Santos Cerdán) prendono le distanze da lei. Secondo il partito Leire Díez agiva a titolo personale e, per il bene di tutti e soprattutto dei socialisti, Diez avrebbe fatto meglio a strappare la tessera del PSOE. Magari lei la tessera l’ha pure strappata, però, almeno secondo la procura, avrebbe continuato a lavorare per il partito. Diez avrebbe creato un’organizzazione interna, per screditare la magistratura ed intralciare le indagini a carico del partito stesso. Per l’accusa Díez (diventata una “Fontanera”, noi diremmo faccendiera) riceveva dal partito 4.000 euro al mese, in cambio dei suoi “servizi”. Per nascondere questi passaggi di denaro, destinati a finanziare questa “speciale organizzazione”, il partito avrebbe utilizzato una rete di fatture false e triangolazioni attraverso studi legali e società di comodo.
Sopravvivere
Proprio mercoledì l’UCO (l’unità d’élite della Guardia Civil) ha fatto irruzione nella sede del PSOE, per trovare le prove a conferma delle accuse. Prima però di gridare alla colpevolezza, è necessario tirare il fiato ed aspettare. Tutto l’impianto accusatorio dovrà essere dimostrato. Naturalmente l’ennesima grana giuridica sta già avendo drammatiche ripercussioni politiche. Nel frattempo infatti Sanchez ha annunciato che, tra un paio di settimane, andrà in Parlamento per parlare della vicenda. Ma chissà se a metà giugno sarà ancora primo Ministro. La sua posizione, già prima di questo ennesimo scandalo, era molto debole. Sanchez da anni governa la Spagna senza avere i numeri (non è stato sfiduciato soltanto perché, al momento, in Parlamento non vi sono forze in grado di costruire un governo di maggioranza) ed ora anche i partiti regionalisti (verso cui Sanchez si genuflette quotidianamente, pur di sopravvivere politicamente) sarebbero pronti a mollarlo e a mandare il paese alle elezioni. Infondo a tutto c’è un limite. E forse i socialisti, mercoledì, quel limite lo hanno raggiunto.
Trame italiane
Anche in Italia questa settimana sono successe cose. Domenica e lunedì si è votato per le elezioni comunali, che, esattamente come i referendum (ed il campo largo lo ha imparato anche questa volta a sue spese), non riflettono gli attuali rapporti di forza tra i partiti a livello nazionale. Dopotutto non è così difficile da capire: alle elezioni nazionali agli italiani vengono chieste determinate cose e loro rispondono in un determinato modo. Mentre alle comunali (ed anche ai referendum) agli italiani vengono chieste cose diverse. E quindi gli italiani rispondono in maniera diversa. Poi vabbè c’è tutta la truppa di politologi che, per riempire i salotti dei talk show televisivi (format rassicurante ed economico per una televisione), si lanciano in maniera piuttosto disinvolta in analisi comparative tra le elezioni fatte in un comune di 60 abitanti sulle montagne in Abruzzo e la situazione politica dell’Italia intera. Però di qualcosa bisogna pur vivere.
Qualcosina però queste elezioni ci hanno detto. Gli elettori del M5S non votano i candidati del PD (come a Venezia). La Lega sta attraversando un momento piuttosto difficile (ha perso persino a Cene, dove vinceva da 40 anni. Cioè da quando è stato fondato il partito).
Legge elettorale
Forse galvanizzata dalle vittorie a Reggio Calabria e a Venezia (molto sorprendente) o più probabilmente desiderosa di approfittare dell’evidente impreparazione del “campo largo” (presunta coalizione di sinistra), la presidente del Consiglio Meloni ha dato una decisa accelerazione alla legge elettorale. Il 26 giugno arriva alla Camera dei Deputati, cominciando l’iter parlamentare. La legge prevede un sistema proporzionale, con soglia di sbarramento al 3%, premio di maggioranza per la coalizione che prende il 42% dei voti in entrambe le camere. Per poter essere una coalizione, però, bisognerà presentare un programma elettorale unico ed indicare il leader. E qui cominciano i problemi, da entrambi i lati.
Il dilemma dei due forni
A destra l’indiscussa leader della coalizione, l’attuale presidente del Consiglio, si trova dinanzi ad una scelta piuttosto complessa. Chi includere all’interno della coalizione? Dal centro infatti si potrebbe pescare la carta Calenda, che qualcosina porta. E quando i margini sono così risicati, serve tutto. Calenda però rischierebbe di trascinare la coalizione un po’ troppo verso il centro, lasciando in questo modo molto, troppo spazio a destra. E chi in quello spazio a destra ci sguazza felice come un porco nel fango è il generale Roberto Vannacci. L’eurodeputato assieme ai suoi futuristi (ha già trovato il nome per i suoi colleghi di partito), in queste settimane, pare stia rosicchiando molti elettori nostalgici a Lega e fratelli d’Italia. E al momento Meloni non sa come arrestare l’emorragia (Salvini manco a dirlo). Un’idea sarebbe fare entrare Vannacci all’interno della coalizione, ma gli ostacoli sono molti. Forza Italia non vuole. Le differenze sono troppe, quindi ci sarebbe la pressoché assoluta certezza di litigare 5 minuti dopo aver formato il governo. La Lega peggio mi sento. Ne abbiamo parlato alcune settimane fa, ma Vannacci è stato lanciato (politicamente parlando) proprio da Salvini. Poi tra i due le cose sono finite molto male. Nonostante però questi ostacoli, Meloni temporeggia. Sa infatti che le prossime elezioni saranno molto combattute, e conterà ogni voto.

Un leader che non c’è
A sinistra le cose non vanno molto meglio. Nonostante il campo largo è all’opposizione (e quando si è all’opposizione è più difficile litigare), i partiti che formano questa variopinta coalizione, che va da Matteo Renzi (riscopertosi da qualche settimana di sinistra) ad Angelo Bonelli (ambientalista duro e puro) al momento non hanno trovato l’accordo su nulla. Non hanno un programma, non hanno un leader e passano le giornate a litigare su quasi tutto, mentre le cose su cui vanno d’accordo sono davvero poche. E questo è un problema, perché le elezioni non sono poi così lontane (molto probabilmente si voterà in primavera 2027 e la legge elettorale, con le sue rigidità (indicazione del leader e di un programma) non fa sconti. Vedremo chi riuscirà a sbrogliare la matassa e a tirare fuori il famoso coniglio dal famoso cilindro.
Altre notizie della settimana
In settimana è stata presentata la prima Ferrari elettrica. Si chiama Luce e non è piaciuta quasi a nessuno. Il Papa ha scritto un enciclica riguardo l’intelligenza artificiale. Anche lui evidentemente non ha saputo resistere alla tentazione. Ricordate il Board of peace? L’organismo internazionale che avrebbe dovuto provvedere alla ricostruzione di Gaza? Per il momento è tutto fermo, anche perché il board of peace batte ancora cassa. Dei tanti soldi promessi al Board e a Trump non è arrivato quasi nulla. All’interno dell’Unione Europea si discute in merito all’entrata dell’Ucraina nell’organizzazione. Sarà lunga.
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