In Italia tiriamo le somme delle elezioni regionali. Per Zelensky & Co. la situazione è disperata, ora che ha perso anche il suo bro fidato. Taiwan si prepara al peggio, mentre a Gaza invece peggio di così non potrebbe proprio andare. Per non perdersi niente di tutto questo caos, c’è YPOSTA, la rubrica di Young Popular Opinion, che prova ad evitarvi attacchi di panico e a raccontarvi gli eventi più importanti della settimana in maniera semplice ed ironica (per quanto possibile). Speriamo di riuscirci (soprattutto per gli attacchi di panico). Potrete ricevere questo articolo direttamente sulla vostra casella postale tramite una newsletter, che verrà inviata ogni domenica. Per riceverla direttamente, basta inserire la vostra mail qui.
Tiriamo le somme delle regionali
E con domenica possiamo ritenere concluse le elezioni di metà mandato in salsa italiana. Si perché col voto in Veneto, Campania e Puglia l’anno elettorale italiano finisce (finalmente). Senza regalarci grosse sorprese. In Veneto vince il candidato del centrodestra Stefani, trainato da Zaia ed il nocciolo duro della Lega. Per il giovanissimo Presidente di regione si prospettano mesi caldissimi, dato che i due più importanti partiti della sua coalizione, FDI e Lega, non vanno molto d’accordo. Tra l’altro lui, all’interno di coalizione, si trova in “minoranza”, dato che ancora una volta (com’era già successo alle europee, anche se in quell’occasione con un distacco imbarazzante) Fratelli d’Italia ha ottenuto più voti della Lega. In Puglia e Campania vince il Campo Largo, trainato dai veri e propri signori feudali delle due regioni: De Luca in Campania ed Emiliano in Puglia, capace di portare alla vittoria un candidato non proprio fortissimo (Fico in Campania) ed uno tra i più preferiti d’Italia, De Caro (europarlamentare e campione di preferenze alle ultime elezioni). E se in Puglia il duo De Caro-Emiliano sembra solido, in Campania le cose sono un pò diverse. Infatti Fico, esponente dell’ala sinistra del M5S, per vincere è dovuto scendere a patti con De Luca, con cui in passato ha avuto più di qualche screzio. Vedremo se riusciranno a trovare un modo per convivere serenamente, ma, visto il caratterino del governatore del mondo (Vincenzo De Luca) non ci spererei troppo.

Le somme che non tornano
Da questa tornata elettorale, piuttosto noiosa, il dato sull’affluenza fa impressione (ma non ci sorprende). Domenica soltanto il 43% degli elettori sono andati a votare. Meno (parecchio meno) della maggioranza. Questo è un problema, perchè la democrazia è un sistema che si fonda sulla partecipazione della maggioranza. Quindi se la famosa maggioranza non va a votare, preferendo andare al mare, al centro commerciale al cinema o a teatro, allora il giocattolo è rotto. E dovremmo trovare delle soluzioni per aggiustarlo (spoiler non lo faremo).
Cosa dovremmo fare
Naturalmente le soluzioni ci sono, e molte di queste sono anche a costo zero (sempre un’ottima notizia per le dissanguate casse del nostro Stato). Potremmo introdurre il voto per posta, riducendo così le barriere geografiche/architettoniche per chi lavora/studia lontano dal luogo di residenza o per anziani/disabili con poca/scarsa mobilità. Potremmo anche introdurre il voto elettronico. E magari sarebbe anche il caso di eliminare le barriere burocratiche, come l’inutile tessera elettorale (da sempre fonte di pochi vantaggi e di molti disagi). Insomma si può fare molto per cambiare le cose. Eppure non si farà nulla. Alle prossime elezioni si ricomincerà con lo stesso giro di giostra. L’affluenza sarà bassa, i politici, tutti, nei talk show fingeranno di essere sorpresi ed indignati dalla bassa partecipazione, e, tra un insulto ed un altro, si parlerà delle eventuali soluzioni, senza però fare nulla.
Non si farà nulla semplicemente perché una bassa affluenza va bene a tutti. Rende più semplice il compito di un partito, che così deve portare dalla sua parte un minore numero di persone, con conseguente risparmio di tempo e denaro. E va bene anche ai cittadini, che possono continuare a lamentarsi dei politici (che sono sempre gli stessi, e che tanto non cambia nulla) senza sforzarsi di informarsi e di capire le cose che accadono. E alla fine saremo tutti felici e contenti, forse.
Ciò che faremo
Chi invece pare non essere troppo felice e contenta dello status quo è Giorgia Meloni. La presidente del consiglio, dopo un’attenta ed acuta osservazione dei risultati delle elezioni regionali, si è accorta di non aver un vantaggio straripante sull’opposizione, anzi. E se nulla dovesse cambiare da qui al 2027 e il centro sinistra dovesse presentarsi compatto alle prossime elezioni legislative (cosa non scontata), la vittoria del centro destra sarebbe tutt’altro che sicura. Ed allora che si fa se il risultato del gioco potrebbe non piacerci? Semplice, si cambiano le regole del gioco. Che tradotto in termini politici significa cambiare la legge elettorale. Naturalmente la Meloni non è la prima ad aver avuto questa brillante idea, almeno dalle nostre parti.
L’Italia infatti è il paese occidentale che ha cambiato più leggi elettorali negli ultimi 40 anni. E dato che sono passati quasi 10 anni dal Rosatellum (l’attuale legge elettorale, un ibrido di proporzionale e maggioritario), ora a Giorgia nazionale sembra arrivato il momento ideale per cambiare, sia per garantirsi la vittoria al prossimo giro, sia per bullizzare i suoi alleati di coalizione (Lega e Forza Italia). Quindi da qualche giorno, Fratelli d’Italia è al lavoro per preparare una nuova legge elettorale, un proporzionale puro con ampio premio di maggioranza, da adottare prima delle elezioni del 2027. Certo, ci sarebbero mille altre cose da fare per risolvere alcuni problemi di questo disgraziato paese, tipo la stagnazione economica, l’inflazione, la fuga di cervelli. Ma perchè passare il prossimo anno a parlare di cose noiose come l’economia o la demografia, quando hai la possibilità di passare le 3 ore di talks show a polemizzare sulle regole del gioco?
Taiwan alle armi
Settimana scorsa avevamo scritto dell’incidente diplomatico tra Cina e Giappone, a causa di alcune dichiarazioni della Premier giapponese. Sanae Takaichi probabilmente ci era andata giù un tantino pesante, ma forse (purtroppo) ci aveva visto lungo. Difatti la situazione a Taiwan e dintorni pare stia precipitando. A causa dell’aggressività cinese, Lai Ching-te (Presidente di Taiwan) vorrebbe costruire uno scudo missilistico (Taiwan Dome), ed aumentare la spesa militare fino al 5% del Pil, strizzando in questo modo l’occhio a Trump, noto amante delle spese militari. Ma l’incontentabile Donald ha già detto che per Taiwan il 5% non basta. L’isola dovrebbe spendere il 10% del Pil, per difendersi dalla Cina. Ricordiamo che la Cina ha ripetutamente detto che si riprenderà Taiwan, con le buone o con le cattive, e molti si aspettano un attacco entro il 2027, anno del centenario dalla fondazione dell’esercito popolare di liberazione. Insomma godiamoci questi mesi di relativa tranquillità, perchè se tutto va come deve andare, siamo rovinati.

Bollettino di guerra
(Nessuna) pace in Ucraina
Prosegue il tira e molla Usa-Ucraina-Russia per la pace. Purtroppo i risultati faticano ad arrivare, nonostante le trionfali dichiarazioni di Trump (ma lui, si sa, è un inguaribile ottimista). Ad inizio settimana era saltato fuori, ancora una volta, il solito programma in 28 punti dall’amministrazione Trump. (Piano molto simile ad una traduzione dal russo degli obiettivi di Zio Vladimir, quindi la resa incondizionata dell’Ucraina, piuttosto che ad un accordo tra le parti.) L’Ucraina, spalleggiata dall’Unione Europea (quindi da sola praticamente), ha lanciato allora la solita controproposta in 19 punti, non molto diversa dal piano Trump/Putin. “Solo” le concessioni territoriali (elemento non proprio secondario) a Mosca sarebbero fortemente ridimensionate. Naturalmente Putin non ha accolto benissimo la proposta, e quindi, per tutta la settimana, ha sganciato missili su Kiev e dintorni. Tra l’altro il clima in Ucraina è piuttosto frizzantino non solo per il notoriamente dolce inverno dell’est Europa e per le bombe di zio Vladimir, ma anche per via dello scandalo interno di corruzione (ne abbiamo parlato qui), che sta sconquassando le istituzioni del paese. Ieri infatti Andriy Yermak, il bro fidato del presidente Zelensky, si è dimesso, a seguito di una perquisizione a casa sua dell’agenzia nazionale anti corruzione. Ed ora per l’Ucraina la situazione si fa disperata. Sotto le bombe russe, a corto di uomini, di mezzi, di armi e con le teste dei vertici istituzionali che rotolano, il paese si trova ad affrontare un inverno lungo, lunghissimo. Forse l’ultimo da paese libero.
Macerie a Gaza
Grazie all’instabile tregua (di cui Israele sta approfittando per sganciare altre bombe in Cisgiordania), a Gaza la nebbia di guerra si sta diradando. E lo scenario dinanzi ai nostro occhi è terrificante. Secondo diversi report delle Nazioni Unite, a Gaza circa 370.000 unità abitative sono state distrutte, e altrettante sono state danneggiate, mentre i palestinesi senza un luogo dove andare sono oltre 1 milione. La ricostruzione delle sole case dovrebbe costare circa 40 miliardi $ e potrebbe richiedere fino al 2040. Se includiamo poi anche la Cisgiordania, allora potrebbero essere necessari circa 53 miliardi $ per la ricostruzione. Solo la rimozione delle macerie dovrebbe costare 500/600 milioni $, ed almeno 15 anni di lavoro. Insomma parliamo di una devastazione catastrofica, in una tra le aree più povere e densamente abitate del mondo, già prima della guerra. In tutta onestà non credo ci sarà la fila di Stati/donatori/imprenditori pronti a donare soldi (tanti soldi) per ripulire l’aria e cominciare la ricostruzione. A questo punto viene quasi da sperare in Trump e nella sua stravagante idea di trasformare Gaza in un’immenso resort di lusso. Almeno in questo modo qualcuno farà qualcosa.
Anche per questa settimana è tutto. Se volete rimanere in contatto con noi, possiamo continuare a “vederci” su questa newsletter, basta iscriversi inserendo qui la vostra mail. Buona domenica!


