Nella settimana dei 250 anni dalla dichiarazione d’indipendenza degli Stati Uniti d’America lo scisma lefabvriano, le sentenze della Corte Suprema americana e la resistenza di Sanchez ci ricordano quanto questo valore, l’indipendenza appunto, sia importante. Per non perdersi niente di tutto questo caos, c’è YPOSTA, la rubrica di Young Popular Opinion, che prova ad evitarvi attacchi di panico e a raccontarvi gli eventi più importanti della settimana in maniera semplice ed ironica (per quanto possibile). Speriamo di riuscirci (soprattutto per gli attacchi di panico). Potrete ricevere questo articolo direttamente sulla vostra casella postale tramite una newsletter, che verrà inviata ogni domenica. Per riceverla direttamente, basta inserire la vostra mail qui.
Indipendenza cercasi
Da quando Trump è tornato alla Casa Bianca (sembra una vita, eppure è soltanto un anno e mezzo), ogni settimana sembra importantissima. Eppure questa appena passata lo era davvero. Lo era davvero perché la Corte Suprema americana avrebbe dovuto pronunciarsi su cinque questioni molto spinose, talmente tanto spinose da essere lasciate maturare fino all’ultimo momento, prima di chiudere baracca ed andare in ferie. Le questioni naturalmente erano legate tutte a provvedimenti/ricorsi di Donald Trump che, ben consapevole di avere una Corte Suprema piuttosto dalla sua parte (due giudici sono stati nominati proprio da lui) sta provando ad allargare i poteri della presidenza, a discapito degli altri poteri dello Stato. Vediamo com’è andata.
Caso Carroll
La prima pronuncia ha riguardato una vicenda molto personale di Donald Trump. Tra i numerosi scheletri nell’armadio (tanto numerosi che un’intera Trump Tower non riuscirebbe comunque a contenerli tutti) dell’attuale presidente degli Stati Uniti, c’è il caso Jean Carroll. Secondo la scrittrice americana (tesi divenuta poi verità processuale), Trump l’ha stuprata in una grande magazzino negli anni 90′, per poi condurre una dura campagna di diffamazione nei suoi confronti (cosa che da uno come Trump proprio non ti aspetti) negli anni successivi. Trump (ormai lo sappiamo, uno che non si arrende facilmente) aveva deciso di fare ricorso, chiedendo alla Corte Suprema di riesaminare il caso.
Lunedì la Corte ha respinto l’ultimo ricorso di Donald Trump. Tra l’altro hanno liquidato il caso con una breve ordinanza. Quindi per Donald è arrivato il momento di mettersi il cuore in pace. La condanna emessa dalla giuria di New York nel 2023 è ora davvero definitiva, ed il presidente americano dovrà sborsare, come forma di risarcimento, 5 milioni di dollari a Jean Carroll.
Caso Fed
Pronunciamento molto, ma molto atteso, soprattutto per le perverse dinamiche che sarebbero potute seguire, era quello legato alla Banca Centrale americana (per gli amici “la Fed”) e alla governatrice Lisa Cook. Lisa Cook è entrata nel board della Fed (detto in soldoni lei, assieme agli altri membri, decide la politica monetaria del paese) a seguito della nomina di Joe Biden.
Secondo Trump la nomina non sarebbe stata “giusta” in quanto frutto del wokismo che imperversa tra i democratici e sicuramente non del merito di Lisa Cook. Per questo motivo Donald voleva licenziarla.
La sentenza della Corte Suprema invece ha ribadito l’impossibilità per un Presidente degli Stati Uniti di rimuovere “a piacimento” un membro del board della Fed. Il licenziamento può avvenire soltanto per “giusta causa”. Per la Corte la Fed possiede una “natura e una tradizione storica del tutto peculiari” e la sua indipendenza non può essere in alcun modo intaccata. Consentire a un Presidente di rimuovere i banchieri centrali in base a considerazioni politiche (spesso improbabili), avrebbe esposto i mercati finanziari ad una fortissima instabilità, minando la fiducia nel dollaro. E davvero in questo momento non ne sentiamo il bisogno.

Voto postale
Altro caso scottante era in merito al voto per posta. Negli Stati Uniti esiste la possibilità di votare da casa. Si manda per posta una lettera al seggio elettorale con la propria preferenza ed amen. Capita però piuttosto spesso che queste lettere arrivino ai collegi elettorali parecchi giorni dopo la chiusura dei seggi. Anche per questo motivo in alcuni Stati (come la California) il conteggio dei voti richiede molte settimane. A Trump questa cosa non piace. Secondo lui questo meccanismo rende il voto non valido e favorisce i democratici (questa aspetto rimane misterioso). Quindi l’election day deve essere unico e definitivo. Insomma passato il santo passata la festa e tutte le schede arrivate ai seggi dopo la chiusura delle urne del martedì elettorale, sarebbero dovute essere annullate, anche se spedite in tempo.
La Corte si è pronunciata contro il ricorso di Trump anche in questo caso. Quindi gli Stati possono continuare a contare le schede elettorali inviate per posta, anche se arrivate nei giorni successivi all’Election Day. A patto che il timbro postale dimostri che sono state spedite entro il giorno delle elezioni. Naturalmente Trump non l’ha presa bene ed ha promesso battaglia.
Lo ius soli
Altra decisione molto attesa era quella legata al diritto di cittadinanza. A differenza dell’Italia (che adotta ancora lo ius sanguinis), negli Stati Uniti per essere cittadini americani basta nascere sul suolo americano (ius soli). Appena insediatosi alla casa Bianca (20 gennaio 2025) Trump aveva firmato un decreto esecutivo (“Protecting the Meaning and Value of American Citizenship”) proprio per togliere la cittadinanza ai figli di immigrati irregolari nati negli Stati Uniti.
Il decreto esecutivo non è mai entrato davvero in vigore, a seguito dei vari blocchi dei tribunali inferiori. Ed in settimana anche la Corte Suprema ha bocciato il provvedimento. La pronuncia è importantissima non solo per questioni meramente umanitarie (pensate alle tante persone nate e cresciute negli Stati Uniti, che d’improvviso rischiano di essere cacciate). Ma anche e soprattutto per questioni di natura politica. Lo ius soli infatti è un principio contenuto nel 14 emendamento.
Con questa sentenza, la Corte ha ribadito che un Presidente non ha l’autorità legale di reinterpretare o restringere un diritto costituzionale tramite un ordine esecutivo (executive fiat). Se si permettesse al capo dell’esecutivo di cambiare il significato della Costituzione con una firma, la presidenza diventerebbe un potere assoluto, capace di scavalcare sia il Congresso sia la stessa Carta Costituzionale. Insomma più o meno come accade in Cina o in Russia. Diciamoci la verità il sogno proibito di Donald Trump.
Agenzie Non indipendenti
Arriviamo così (direi anche finalmente) all’ultima pronuncia della Corte Suprema in merito alle agenzie indipendenti. L’ho lasciata per ultima perché è stata la più controversa e avrà delle conseguenze (probabilmente non buone).
Negli Stati Uniti, esattamente come dalle nostre parti, esistono della agenzie indipendenti che si occupano di questioni ritenute talmente tanto importanti (privacy, concorrenza, etc), da non poter essere lasciate a dinamiche legate al consenso elettorale o al politico di turno. O almeno questo era il piano (per alcuni il sogno) quando, a metà degli anni 90′, furono introdotte. Le cose poi hanno preso un’altra strada. In Italia abbiamo mandato tutto subito in vacca, quando abbiamo preso la spaventosa abitudine di nominare ai vertici di queste agenzie indipendenti (ma non troppo) i politici trombati, naturalmente afferenti ai partiti. Negli Stati Uniti le agenzie indipendenti hanno resistito un pizzico in più, fino a quando il fascino irresistibile dell’Italia e delle sue cattive pratiche hanno avuto la meglio.
Tutto comincia nel marzo 2025. Trump licenzia via email (modi sempre gentili) la commissaria appartenente al partito democratico della Federal Trade Commission (praticamente l’antitrust americano), Rebecca Kelly Slaughter. Secondo Donald, la sua permanenza era “incompatibile con le priorità dell’Amministrazione”. La Slaughter, naturalmente, reagisce e fa causa al governo. Negli Stati Uniti infatti Il presidente può rimuovere i commissari delle agenzie indipendenti (in carica 7 anni, in modo sfalsato rispetto ai mandati presidenziali, proprio per conservare la loro indipendenza) solo per giusta causa (un pò come con i membri del board della Fed) e non per divergenze politiche. Un tribunale federale da ragione alla Slaughter, ordinandone il reintegro. Ma Trump non molla ed il caso arriva così d’urgenza alla Corte Suprema, che invece ribalta tutto e da pienamente ragione a Trump.
Checks and balances
Secondo la Corte, oggi, le agenzie indipendenti gestiscono l’applicazione di centinaia di leggi, fanno ispezioni e avviano contese legali. Tutta roba legata al potere esecutivo. Di conseguenza il Presidente può assumere e licenziare a suo piacimento i membri delle agenzie indipendenti, che ora, evidentemente, non lo sono più.
Conclusioni
Per quanto il bilancio possa sembrare piuttosto disastroso per Trump (4 sconfitte ed una sola vittoria), in realtà, secondo me, le cose sono andate in maniera diversa. L’obiettivo di Trump era (e rimane) uno solo: allargare i poteri della presidenza. Lui da sempre invidia gente come Putin e Xi Jing Pin, proprio per le loro ampie prerogative. Ed attraverso queste leggi e ricorsi lui ha provato a farlo, puntando da subito ad avere tutto. Dopo questa settimana non ha ottenuto quasi nulla. Ma è proprio il quasi a fare la differenza.
In pratica è come se, partendo da 0, avesse puntato a 100. Dopo questa settimana, certo non ha ottenuto 100, ma è salito a 20, che è molto meno di 100, ma anche più di 0. Il punto da cui era partito. Quindi anche se per molti questa è stata una settimana difficile per Trump, dal mio punto di vista, lui si è avvicinato al suo obiettivo. Di poco, ma si è avvicinato. E con i grandi cambiamenti funziona così. Ci si avvicina un po’ per volta.
Corruzione
Parlando sempre (bene) di Trump e della sua presidenza (la più corrotta di sempre), in settimana abbiamo avuto anche la conferma definitiva (non che ne avessimo bisogno a dire il vero) dell’incredibile livello di corruzione dell’attuale amministrazione americana.
In questi giorni infatti è stato pubblicato il rapporto ufficiale di divulgazione finanziaria (financial disclosure) rilasciato dall’Ufficio per l’Etica Governativa degli Stati Uniti proprio in merito al patrimonio del Presidente. Il documento (un mattone di oltre 900 pagine. Quelli presentati da Biden e Obama non arrivavano a 20 paginette) ha mostrato tutti i soldi fatti da Trump in questo annetto e mezzo di presidenza. Dal magico mondo delle cryptovalute, Trump ha incassato oltre 1,2 miliardi di dollari, spesso truffando, attraverso annunci improbabili e promesse irrealizzabili, i suoi stessi sostenitori.
Sempre nello stesso documento si legge di grandi investitori stranieri (legati ad esempio ad Emirati Arabi Uniti e Cina) e colossi del settore (come l’exchange Binance) che hanno investito cifre multimilionarie nelle attività della famiglia Trump, proprio mentre i loro governi o aziende si trovavano a negoziare con gli Stati Uniti. Ma sarà stata sicuramente una coincidenza.
Comunque tra cryptovalute, investimenti stranieri, attività immobiliari col vento in poppa, documentari sulla moglie, telefonini, orologi, pentole e biciclette col cambio Shimano, nell’ultimo anno Trump ha incassato oltre 2 miliardi di dollari. Complimenti. Poi per la vecchia questione del conflitto di interessi, ci sarà tempo un’altra volta.
Scisma
In settimana è avvenuto qualcosa di particolarmente evocativo e per alcuni (compreso me) anche evocativo. Il 1 luglio a Écône, in Svizzera, la Fraternità Sacerdotale San Pio X (i Lefebvriani per gli amici) ha deciso di procedere alla consacrazione di quattro nuovi vescovi, per sostituire quelli morti tra il 2024 ed il 2025, senza il mandato e il permesso di Papa Leone XIV. L’atto di disobbedienza ha fatto scattare immediatamente la risposta del Vaticano, fino a quel momento a dire il vero molto conciliante. Ma evidentemente quando è troppo e troppo. Così il 2 luglio 2026, il Dicastero per la Dottrina della Fede ha emanato un decreto ufficiale firmato dal cardinale Víctor Manuel Fernández, con cui si scomunica latae sententiae (cioè automatica) i vescovi sia consacrati che consacranti, formalizzando lo stato di scisma.

Vecchie ruggini
In verità non è la prima volta che una cosa simile succede con i Lefebvriani. Una cosa molto simile era accaduto il 30 giugno 1988, quando il fondatore del movimento, l’arcivescovo Marcel Lefebvre, fece più o meno la stessa cosa senza il permesso di Giovanni Paolo II, creando la prima grande ferita. Negli anni successivi, in particolare con Benedetto XVI, si è provato a mettere una pezza, ma i risultati sono stati evidentemente piuttosto deludenti.
Naturalmente lo scontro è conseguenza di idee molto diverse sul cattolicesimo. Secondo i Lefebvriani la Chiesa di Roma è troppo moderna. Loro rifiutano in blocco il Concilio Vaticano II (1962-1965), durante il quale furono prese alcune decisioni volte ad aprire la Chiesa ai fedeli. Secondo loro la messa moderna nella lingua nazionale proprio non si può sentire. Loro vogliono tornare al caro vecchio latino e al sacerdote rivolto verso l’altare. Contestano anche le aperture all’ecumenismo (il dialogo con le altre confessioni cristiane), il dialogo interreligioso e il principio della libertà religiosa. Insomma la disobbedienza sarebbe conseguenza della profonda crisi teologica del papato. Quindi i loro “nuovi” vescovi sono necessari per proteggere la vera fede e la tradizione, anche se ciò significa andare contro il volere del Papa.
Nonostante la rottura, il vaticano continua a mandare segnali di pace e di apertura ai Lefebvriani. Per quanto piccola sia la comunità (parliamo di poco più di 500K fedeli), per la Chiesa di Roma tutto fa brodo. Anche un gruppo di iper reazionari oscurantisti.
Altre notizie della settimana
L’Unione Europea ha introdotto una tassa di 3€ per i pacchi di valore inferiore ai 150, provenienti dai Paesi extra UE. La tassa ovviamente è indirizzata ad alcune aziende cinesi che vendono a manetta nei paesi UE, come temu, SheIn etc…Naturalmente alla fine a pagare la tassa saranno i cittadini europei. Coi dazi va a finire sempre così.
In Spagna Sanchez continua a resistere. Nonostante la condanna di alcuni suoi ex collaboratori, il rinvio a giudizio della moglie e un nuovo scandalo legato al suo amico (ex leader socialista ed ex primo ministro) Zapatero (che si è ritrovato a casa gioielli per oltre 1 mln € a sua insaputa), Sanchez va avanti, grazie soprattutto al meccanismo della sfiducia costruttiva. Il governo però è quasi paralizzato.
Infine dopo i primi giorni in cui si è parlato solo di aiuti e soccorsi, il terremoto, che ha colpito il Venezuela, ora sta portando a galla gravi mancanze del regime chavista, come le case costruite col polistirolo, appalti pubblici assegnati senza gare e corruzione. Non possiamo però neppure fingere di essere sorpresi, perché coi regimi socialisti va a finire sempre così.
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