Il napoletano non è una lingua che semplicemente “si parla”. Si respira, si gesticola, si vive. Nato tra il latino dei soldati, il greco dei filosofi, lo spagnolo dei viceré e il francese delle corti, il napoletano è figlio legittimo di Napoli. Il napoletano non descrive, interpreta. È una lingua teatrale che non ha bisogno del palcoscenico, è ironica senza chiedere il permesso e poetica anche quando ti insulta. E poi ci sono quelle parole napoletane intraducibili che non vogliono proprio saperne: in italiano diventano frasi lunghissime, spiegazioni accademiche, definizioni super precise… ma spesso niente arriva a comprenderle veramente. Perché il napoletano non ama le gabbie grammaticali: preferisce le scintille emotive.
Cazzimma
Questo termine viene spiegato dall’Accademia della Crusca come un insieme di atteggiamenti negativi come: autorità, malvagità, avarizia e grettezza. Anche se in effetti la cazzimma è innanzitutto la “furbizia opportunistica”. Colui che tiene la cazzimma è propriamente un individuo furbo, scaltro, sicuro di sé.
Inzallanuto
È qualcuno che ha perso il senno, o comunque è confuso, intontito. Probabilmente è un riferimento alla dea della luna Selena ed alla leggenda secondo cui quando perdiamo il senno questo andasse sulla luna.
Chiavica
Questa parola, spesso usata come insulto colorito, trova le sue radici nelle fogne. In senso figurato, la chiavica indica qualcosa o qualcuno di sgradevole, trascurato, sciatto. “Guarda com’è combinato…pare ‘na chiavica!”
Intalliarsi
Dal verbo intalliare, ovvero impiegare troppo tempo su qualcosa o qualcuno, spesso bloccando anche gli altri o senza ottenere risultati. Chi si intallia, è colui che si incastra, si inceppa, si arena… ma senza rendersene conto. “Muovete! Nun t’intallià!”
Pezzottato
Termine derivato da pezzotto, che originariamente significava mettere insieme pezzi appartenenti a varie moto per costruire una moto nuova. Oggi indica anche un oggetto falso, contraffatto o “non originale”. Se una cosa è pezzotta, è tarocca, fatta male, oppure rifatta in modo visibilmente finto. Può riferirsi a un capo d’abbigliamento, a un oggetto o anche a un intervento estetico non proprio ben riuscito.
Appiccecare
Il verbo “appiccecare” può tradursi con “attaccare briga” o “innescare una lite”, ma nella lingua napoletana assume una sfumatura teatrale. Appiccecare è l’arte dell’innesco sociale: è quando una parola detta male, uno sguardo storto o una frase “detta a caso” fa scoppiare la scintilla dell’”appicceco”.
Arteteca
È lo stato di irrequietezza, il bisogno di fare sempre qualcosa e di muoversi costantemente, senza riuscire a stare fermi un attimo.
Sbariare
Verbo che indica una reazione emotiva spropositata, tra lo sclero e l’euforia. Si può sbarià per rabbia, per amore, per ansia o per gioia. Es: “Sto nervoso/a, aggia sbarià un pò con la testa!”
Vajassa
Parola antica, con origini nel teatro napoletano del ‘600. In origine indicava la serva di casa; oggi si riferisce a una donna volgare, pettegola, che urla, offende e si comporta in modo aggressivo e plateale. Non è un semplice insulto: vajassa è un archetipo.
Il napoletano è questo: uno lingua che non si limita a dire le cose ma te le fa sentire, vivere.
Una lingua in cui ogni parola è un pezzo di storia, una voce che richiama i vicoli stretti, i panni stesi al sole, le risate e i litigi davanti ad un caffè. E’ memoria che ti accompagna, ironia che ti salva nelle giornate più difficili.
Porta con sé parole intraducibili perché non nascono per essere spiegate: nascono per essere vissute. Hanno dentro di sé il battito di una città eterna, la malinconia del mare, l’arte dell’”arrangiarsi” e quella di amare senza limiti.
E forse sta proprio qui il segreto: il napoletano non chiede di essere compreso alla perfezione, ma di essere ascoltato perché infondo se una parola riesce a farti sorridere, commuovere…non ha più bisogno di traduzione.
E tu? Conosci altre parole intraducibili?


