Al momento stai visualizzando Da dove veniamo? Da Cuma!

Da dove veniamo? Da Cuma!

Da dove veniamo, chi siamo, dove andiamo?

Se siete in vena di risposte illuminanti a domande esistenziali, siete finiti nel posto giusto. Cioè, per essere chiari, non abbiamo proprio tutte le risposte. Limitandoci però alla prima domanda, che comunque non è poco, qualcosa da dirvi ce l’abbiamo eccome. E c’è di più. La soluzione al primo dubbio esistenziale è vicina, vicinissima a noi. Molto di più di quanto possiate pensare.

Sì perché molto prima di essere “romana”, la costa campana era greca. Tutto comincia attorno al 750 a.C., quando i Greci Eubei colonizzarono l’isola di Ischia, alla quale dettero il nome di Pithekoussai o Pithecusa. Ma fu attorno al 730 a.C. che i greci, provenienti dall’isola di Calcide, arrivarono sulla “terraferma”, fondando Cuma, la più antica colonia della Magna Greca in Italia. Nessuno sa davvero perché, tra tutti i luoghi possibili, scelsero di fermarsi a Cuma. Per alcuni fu il volo di una colomba ad attrarre gli esploratori greci. Secondo altri fu il fragore di cembali a convincere i colonizzatori a fermarsi proprio lì. In ogni caso, una volta arrivati, i greci distrussero il villaggio esistente e occuparono il promontorio, fondando la nuova città di Cuma (Kyme).

Veniamo tutti da Cuma

Questo evento modificò per sempre il destino dell’Italia. Grazie a Cuma infatti la cultura greca si diffuse lungo tutto il nostro paese. L’alfabeto Calcidese, in uso tra gli “studiati” colonizzatori greci, venne assimilato e fatto proprio dagli Etruschi e dai Latini, il cui alfabeto deriva proprio da quello calcidese.

L’architettura, la cultura, la filosofia e persino la politica (purtroppo, forse) dell’Italia, soprattutto meridionale, sono il risultato di questa colonizzazione, cominciata oltre duemila anni fa, i cui effetti sono ancora oggi visibili. Insomma noi italiani, soprattutto al sud, veniamo dall’antica Grecia, e se siamo quel che siamo è per fortuna (o colpa, scegliete voi) di Cuma.

L’antro della Sibilla

Nonostante sia passato tanto tempo, a Cuma è ancora possibile vedere ciò che rimane delle nostre origini. Il suo Parco archeologico è famoso soprattutto per l’antro della Sibilla: una galleria di pietra lunga 130 metri, puntellata da 12 piccoli sbocchi laterali, essenziali perché la luce possa fondersi alle ombre, ammantando così di mistero il lungo corridoio, alla fine del quale si trova la camera della Sibilla. Il luogo dove la sacerdotessa pronunciava le sue profezie.

Secondo la leggenda, il dio Apollo si era perdutamente innamorato di lei, tanto da essere disposto ad offrirle qualsiasi cosa per renderla sua sacerdotessa. La Sibilla allora chiese l’immortalità, dimenticando però l’eterna giovinezza. Così visse oltre 1000 anni, finché il tempo ridusse il suo corpo in ceneri. Della Sibilla allora rimase soltanto la voce, che da allora risuona lungo le pareti dell’antro, proprio a Cuma. Il luogo che segna le nostre radici un po’ greche.

Lascia un commento