Tra l’incontro di Trump con Xi Jinping, i problemi esiziali di Starmer ed i grattacapi di Meloni, i nostri eroi, questa settimana, hanno davvero visto i draghi. Per non perdersi niente di tutto questo caos, c’è YPOSTA, la rubrica di Young Popular Opinion, che prova ad evitarvi attacchi di panico e a raccontarvi gli eventi più importanti della settimana in maniera semplice ed ironica (per quanto possibile). Speriamo di riuscirci (soprattutto per gli attacchi di panico). Potrete ricevere questo articolo direttamente sulla vostra casella postale tramite una newsletter, che verrà inviata ogni domenica. Per riceverla direttamente, basta inserire la vostra mail qui.
A caccia del dragone
Il grande NON evento della settimana è stato l’incontro tra il Presidente americano, Donald Trump ed il suo omologo cinese, Xi Jinping. Le aspettative erano piuttosto alte (probabilmente troppo), per via delle molte questioni aperte tra le due super potenze dei nostri giorni. Tra Taiwan (agognata dai cinesi e difesa dagli americani), i dazi, il fentanyl (la droga “proveniente” dalla Cina, che sta affossando l’America) e l’attualissima guerra in Iran i due paesi avevano molte cose su cui discutere e magari decidere. In verità la chiaccherata tra Trump e Xi ha risolto ben poco. Certo, è stato concluso qualche contratto commerciale (grazie anche alla combriccola di miliardari andati in Cina con Trump) e comunque parlarsi è sempre meglio di non parlarsi. Per tutto il resto invece non è stato deciso/risolto nulla. I cinesi continuano a dichiarare di volere Taiwan (e che prima o poi se la prenderanno, con le buone o con le cattive), mentre gli americani, almeno a questo giro di ruota, hanno fatto finta di nulla.

Schiaffo sino persiano
Da segnalare, invece, lo schiaffo (non il primo) ricevuto da Trump, per mano degli iraniani grazie alla complicità dei cinesi. Trump infatti era andato in Cina anche per sbloccare, grazie alla collaborazione di Xi, quel benedetto stretto di Hormuz, la cui chiusura sta causando la più grande crisi energetica dagli anni 70 (e pensare che Trump si preoccupa di non finire sui libri di storia…). Donald voleva “usare” la Cina per stoccare l’uranio arricchito iraniano e per “vigilare” sul programma nucleare degli Ayatollah, così da concludere un accordo “accettabile” con gli iraniani. In questo modo la guerra sarebbe finita (finalmente) e lo stretto sarebbe stato riaperto. Purtroppo per lui, però, nulla di tutto questo è successo. La Cina ha fatto spallucce. Il problema non lo hanno causato loro ed, al momento, loro non ne stanno pagando il prezzo. Per tutto il mondo, infatti, lo stretto di Hormuz continua ad essere chiuso, ma non per la Cina. Gli iraniani, infatti, proprio mentre Trump era in “trattativa” con Xi, hanno fatto passare le navi cinesi lungo lo stretto. In questo modo la Cina non ha nessun incentivo ad intervenire, anzi. Come direbbe Napoleone, “non interrompere mai il tuo nemico mentre sta facendo un errore”…
Il sino Trump
Di questo incontro, non proprio memorabile, probabilmente ricorderemo soltanto l’atteggiamento piuttosto dimesso di Trump. Donald, di solito piuttosto spavaldo, aggressivo ed assertivo, ha mostrato un lato di sè a noi ancora sconosciuto. Al cospetto di Xi è stato pacato, quasi moderato. Praticamente irriconoscibile. Forse l’amministrazione americana, terrorizzata dal pericolo, molto concreto, di un’uscita improbabile del Presidente, in Cina ha mandato il gemello buono. Mentre quello cattivo dobbiamo sopportarlo noi.
La trappola di Tucidide
L’incontro tra Trump e Xi ha ridato centralità agli analisti geo politici, spaventati di perdere la loro ormai consolidata posizione nei salotti televisivi pomeridiani, in favore dei virologi, tornati invece alla carica “grazie” all’hantavirus. Il summit, infatti, ha regalato l’occasione per parlare di come sta andando il confronto/scontro tra le due super potenze. Alcune analisi sono state davvero improbabili, ma a quelle ormai ci siamo abituati. Dopotutto gli ascolti televisivi ed i click sui social non si fanno da soli. Altre invece, poche in verità, sono state decisamente equilibrate e lucide. E sono le nostre preferite.
Naturalmente tutte prendono spunto dalla famigerata trappola di Tucidide. Per lo storico greco, quando una potenza emergente mette in discussione l’egemonia della potenza consolidata, lo scontro è inevitabile. Tucidide descriveva in questi termini lo scontro tra Atene e Sparta. Scontro che, secondo molti, si verificherà tra Cina (la potenza emergente) e Stati Uniti (l’egemone in declino) nel giro di alcuni anni. Certo ci sono alcuni indizi in quella direzione, però non bisogna confondere i segnali coi rumori.
L’ascesa cinese
La Cina è decisamente in ascesa. In pochi anni è stata protagonista di uno sviluppo economico incredibile (nel senso più letterale del vocabolo), ed oggi non è più solo la fabbrica del mondo. Pur non abbandonando la manifattura a basso valore aggiunto, sta riuscendo a sviluppare anche i settori a più alto contenuto tecnologico (IA, chip, elettrico, etc) ed è ormai capace di competere con gli Stati Uniti quasi in ogni settore. Non è oro però tutto ciò che luccica. Di problemi sotto al tappeto ve ne sono, ed in verità sono abbastanza grandi da non poter essere più nascosti. La Cina, al momento, è ancora preda di una terrificante bolla immobiliare. La crescita economica, seppur sostenuta (per i nostri standard elevatissima), non è più quella di un tempo. La disoccupazione giovanile è davvero elevata, tanto da spingere il regime a non pubblicare più i dati. Infine la situazione demografica sta diventando brutta. In sostanza il paese rischia di diventare vecchio, prima di diventare davvero ricco.
Il declino americano
Gli americani non stanno attraversando un gran momento inutile girarci attorno. Il paese, se non fosse per la spinta dell’intelligenza artificiale (secondo molti una bolla), sarebbe praticamente in stagnazione economica. L’inflazione continua a galoppare allegra. La polarizzazione politica ha superato, da un pò ormai, la soglia di guardia. Ed anche per questa ragione le politiche sia interne che estere sono parecchio discutibili, ed in generale di bassa qualità. Infine è arrivato Trump (probabilmente conseguenza e causa assieme di questa fase complicata) a fare il resto.
Non dire gatto…
Nonostante ciò, però, prima di emettere sentenze, rimarrei cauto. Anche negli anni 70 gli Stati Uniti sembravano ad un passo dal perdere la guerra fredda. Erano scappati dal Vietnam e la crisi energetica stava mettendo in crisi l’economia. Tutto questo mentre si trovavano ad attraversare il più clamoroso scandalo politico della loro storia, il Watergate. L’Unione Sovietica invece se la spassava, grazie all’elevato prezzo del petrolio e del gas. La crisi energetica, seguita alla guerra dello Yom Kippur, fu manna dal cielo per il dissanguato erario sovietico. Entravano soldi (buttati poi dai sovietici in disinvolte operazioni militari ed in sussidi alla popolazione), come se piovesse, mentre l’industria militare sembrava essere allo stesso livello di quella americana, se non un filo sopra. Poco meno di un decennio dopo la situazione si capovolse. Gli Stati Uniti presero il volo, mentre l’Unione Sovietica implose. Quindi prima di annunciare la fine del secolo americano e l’inizio dell’egemonia cinese aspetterei un pò.
Welcome to Italy
Settimana scorsa avevamo scritto della batosta elettorale del partito laburista alle elezioni locali inglesi. Il primo Ministro Starmer (non sappiamo ancora per quanto) si era assunto immediatamente le responsabilità della sconfitta, promettendo però di rilanciare la sua, fino ad ora debole, azione di governo. Probabilmente l’annuncio sarà suonato come una minaccia per i suoi colleghi di partito. Molti deputati laburisti, ed in verità non solo, hanno infatti idee molto diverse.
Ad inizio settimana almeno sei ministri hanno gentilmente invitato Starmer a togliersi da mezzo. Secondo loro ogni giorno in più di governo affossa i laburisti, che di questo passo rischiano di fare la fine dei Tories. Starmer però è uno che non molla. Infatti ha detto di voler rimanere in carica, fino a quando non si troveranno almeno 81 deputati disposti a sfiduciarlo (secondo il regolamento del partito, per poter sfiduciare il leader è necessario che la mozione sia sostenuta da almeno il 20% dei parlamentari). Probabilmente gli esponenti del labour hanno preso le parole del premier come una sfida, perchè, dopo poche ore, sono riusciti a trovare ben 91 parlamentari laburisti pronti a chiedere la sua rimozione. Insomma la posizione di Starmer è sempre più precaria.

Chi di spada ferisce…
Nel frattempo continua l’emorragia all’interno del suo governo. Lunedì 8 deputati, con funzioni di governo, hanno rassegnato le loro dimissioni, mentre martedì 4 sottosegretari hanno levato le tende. Insomma le cose per il partito laburista stanno andando esattamente come erano andate per i Tories dopo la brexit. Elezioni perse, governo ballerino e faide interne. Almeno però il partito Tory aveva la scusa della Brexit ed anche di avere al suo interno elementi oggettivamente problematici, come Boris Johnson…
La lotta per la successione
Naturalmente all’interno del partito laburista si è immediatamente scatenata la lotta per la successione. A far più paura a Starmer è l’attuale sindaco di Manchester Andy Burnham. Per Burnham ci sono però alcune criticità. Infatti lui non è un parlamentare e questo è un problema. Secondo infatti il regolamento del partito laburista, per poter sfiduciare il premier bisogna innanzitutto avanzare una richiesta supportata da almeno il 20% dei Deputati laburisti. Inoltre il nuovo candidato deve essere indicato in precedenza e deve essere parlamentare. Per superare questi ostacoli, allora, i sostenitori di Burnham stanno pensando di lasciar galleggiare Starmer, in maniera tale da avere tempo di fare eleggere Burnham ai Comuni.
Purtroppo però al momento non sono previste elezioni suppletive. Quindi un deputato laburista (possibilmente in una circoscrizione roccaforte per il partito) dovrebbe dimettersi. A quel punto Burnham dovrebbe vincere l’elezione (cosa non proprio scontata, visto come se la stanno passando i laburisti), ed entrare in parlamento. L’attuale ministro della Sanità, Wes Streeting, altro aspirante leader, vorrebbe bruciare sul tempo Burnham, approfittando della sua posizione di oggettivo vantaggio. Streeting infatti non solo è parlamentare, ma è un membro del governo. Infine (almeno al momento) c’è Angela Rayner. Anche la ex vice premier, piuttosto battagliera, punta a diventare la nuova leader del partito. Per mettere subito in chiaro le cose, qualche giorno fa, aveva lanciato un ultimatum a Starmer: o cambia la politica del governo o cambia il governo. E visto come stanno andando le cose, personalmente punterei sulla seconda
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Made in Italy
Stagnazione economica, politici come le foglie di Ungaretti, instabilità politica, giornali pieni di slogan. Sembra di parlare dell’Italia, ed invece è il Regno Unito. Un tempo isola felice, dove i governi erano stabili, la politica era una cosa seria e noiosa ed i giornali autorevoli. Forse a furia di importare dishwasher made in Italy sono diventati esattamente come noi. Non proprio una bella fine.
La famiglia Addams
“Però se al posto di un governo, sembrate la famiglia Addams, non è colpa mia.” Probabilmente è stato questo il solo momento memorabile per Giorgia Meloni ed il suo governo, durante una settimana altrimenti da dimenticare. Purtroppo però, per la Presidente del Consiglio, queste parole le ha pronunciate Matteo Renzi e fotografano piuttosto bene lo stato dell’arte del nostro esecutivo. Anzi. Forse un pò ha esagerato. Dopotutto la famiglia Addams una quadra alla fine riusciva sempre a trovarla. Forse alla fine questo governo riuscirà a diventare l’esecutivo più duraturo della storia repubblicana, ma intanto che fatica.
Tutti contro tutti
Giuli, ministro della cultura, litiga prima con Salvini (ministro dei trasporti), e poi licenzia in tronco due funzionari del suo gabinetto in quota fratelli d’Italia. Meloni allora non ci ha visto più ed ha convocato Giuli per la più classica delle tirate d’orecchie. Povera Presidente, me la vedo la notte mentre rimpiange persino Sangiuliano. Come ci siamo ridotti… Urso, Ministro dello sviluppo economico (in Italia ormai una creatura mitologica), dopo 4 anni di totale nullafacenza, si degna finalmente di varare un provvedimento. Giorgetti, Ministro dell’economia, però ne stravolge completamente il testo, tanto da spingere lo stesso Urso a disconoscere il suo stesso provvedimento. Come se non bastasse il Ministro dell’istruzione, Valditara, pare essere impelagato in una relazione extraconiugale (e con questo saremmo a 3). Nel frattempo la maggioranza litiga sulle nomine delle autorità indipendenti, sulla legge elettorale (ultimo, e direi a questo punto anche il primo, grande provvedimento del governo Meloni) e, per non farsi mancare davvero nulla, si è trovato anche il tempo di litigare sulla legge in merito al fine vita.
Un anno lunghissimo
Il governo è completamente allo sbando. La sconfitta al referendum sulla giustizia ha portato a galla dissapori, antipatie ed incomprensioni accumulati in 4 anni di legislatura decisamente faticosa. Inoltre pare sia già cominciata la gara, all’interno della maggioranza, a prendere le distanze da questo governo, ormai evidentemente non ben visto dagli italiani. Anche perché mentre si litiga su nomine e leggi (elettorali e non), nessuno all’interno del governo pare essere interessato alla stagnazione economica, alla crisi energetica e all’inflazione. Gli italiani però sì. Manca ancora un anno alla fine naturale della legislatura. Ma se si prosegue in questo modo, sarà un anno davvero duro.
Altre notizie della settimana
Dal golfo Persico nessuna novità purtroppo. La tregua regge, ma di riaprire lo stretto neppure a parlarne. La Russia ha lanciato un durissimo bombardamento punitivo nei confronti dell’Ucraina. In Italia il caso Garlasco continua a fare parlare, così come l’hantavirus. Ma di vere notizie nemmeno l’ombra. Dopo una querelle durata giorni, è stato risolta l’annosa questione della sovrapposizione tra la partita di Serie A maschile di calcio Roma Lazio e la finale degli internazionali di tennis maschile da disputarsi a Roma. Il problema è stato superato, ma la brutta figura resta.
Per questa settimana è tutto. Se volete rimanere in contatto con noi, possiamo continuare a “vederci” su questa newsletter, basta iscriversi inserendo qui la vostra mail. Buona domenica!


