A volte potrebbe essere semplice dimenticarlo, ma avere la cittadinanza europea (che otteniamo “in regalo” con quella italiana, o con qualunque altra cittadinanza di uno dei 27 Stati membri) è un privilegio enorme. Parliamo di libera circolazione, parità di trattamento, protezione diplomatica all’estero, voto diretto per l’elezione del parlamento europeo, ma questi non sono che i benefici minori; tra quelli che più impattano lo stile di vita dei cittadini degli stati membri abbiamo le norme europee sui diritti dei lavoratori, sulla sicurezza alimentare, i diritti digitali riguardanti la privacy. L’Unione Europea ha introdotto norme minime per le condizioni di lavoro, congedi parentali, e in generale standard di salute più alti per i lavoratori, in UE abbiamo gli standard di sicurezza alimentare più rigorosi al mondo, l’unione monetaria ha facilitato la circolazione di merci e capitali, e grazie al GDPR, i cittadini europei godono di una delle protezioni dei dati personali più forti al mondo. Tutto questo solo per darci delle arie. Noi siamo nati dentro l’unione, ma le cose non sono sempre state così, e tutti quelli che abbiamo elencato sono privilegi da non dare per scontato. Per mantenere questi privilegi è importante che l’Unione Europea resti autonoma e quanto più possibile indipendente da entità esterne (come gli USA). Capiamo a che punto siamo con l’autonomia europea.
Perché è importante essere autonomi
La crisi energetica di questi ultimi mesi ce lo ha messo davanti agli occhi: quando qualcosa di così importante come le risorse energetiche sono importate dall’esterno, non ne abbiamo mai pienamente il controllo. E il controllo di quelle risorse di cui abbiamo bisogno ogni giorno è essenziale a delle condizioni di vita stabili.
Qualcuno potrebbe far notare che, ad oggi, un paese, o un’unione monetaria come l’UE, totalmente indipendente dall’esterno non esiste. Ed avrebbe ragione. L’indipendenza totale non è che un’illusione. Nel sistema economico vigente è del tutto impossibile, l’interdipendenza economica globale è la norma, e non è necessariamente un male: la produzione globale è effettivamente più efficiente quando ciascun paese, o ciascuna regione, si specializza nella produzione di un bene specifico.
Tuttavia, l’ambizione di volersi avvicinare all’indipendenza non è illusoria. Dobbiamo infatti specificare che vi sono molteplici settori in cui un paese può specializzarsi. Elenchiamo i principali tipi di indipendenza, capiamo perchè dovrebbero interessarci e quanto, in ciascun settore, siamo vicini all’indipendenza.
Indipendenza energetica
Quella che al momento ci è forse più semplice comprendere: si tratta della capacità (nel nostro caso dell’UE) di soddisfare il proprio fabbisogno energetico, riducendo quanto possibile la dipendenza dalle reti tradizionali e dai combustibili fossili, così da proteggere i cittadini dell’Unione dagli shock esterni, che porterebbero ad un aumento dei prezzi. Si tratta in tutto e per tutto di un settore relativo alla sicurezza di un paese. Certo, le fluttuazioni del mercato energetico arrivano fino alle bollette di ogni cittadino, ma le conseguenze sono soprattutto a livello macro: l’energia è alla base del sistema economico, è legata ai trasporti, alla produzione industriale, all’agricoltura e di conseguenza alle filiere alimentari.
Per questi motivi, l’UE non ha mai smesso di fare sforzi verso l’indipendenza energetica. Tuttavia, ad oggi possiamo dire di essere solo parzialmente indipendenti: produciamo internamente solo la metà dell’energia che utilizziamo. Prima del 2022 la situazione era tuttavia molto più critica, soprattutto relativamente al gas: circa il 40% del gas importato dall’UE proveniva dalla Russia. Oggi questa dipendenza si è drasticamente ridotta grazie alla diversificazione dei fornitori e all’aumento delle energie rinnovabili, ma come abbiamo intuito, l’Europa continua a importare gran parte dell’energia che consuma, soprattutto petrolio, gas naturale e diverse materie prime strategiche.
Indipendenza alimentare
Un sistema alimentare indipendente è essenziale per la salute dei cittadini. Il costo dei fertilizzanti per alimenti, insieme al costo della logistica, sono particolarmente volatili al giorno d’oggi, e produrre almeno una considerevole parte delle risorse alimentari internamente rappresenterebbe un grosso vantaggio, il quale ci proteggerebbe dalla scarsità di risorse, anche in caso di guerre o instabilità geopolitiche di ogni tipo. Tra l’altro, produrre localmente fa bene alla salute: la produzione locale favorisce il consumo di prodotti freschi e stagionali, migliorando la qualità dell’alimentazione. Sotto questo punto di vista, in EU siamo messi abbastanza bene: grazie alla Politica Agricola Comune (PAC) l’Europa è da decenni uno dei maggiori produttori agricoli globali ed è autosufficiente in molti settori, come cereali, latticini, vino e alcuni prodotti ortofrutticoli.
Questo non significa che la sicurezza alimentare sia un tema superato. Innanzitutto, non è un privilegio di ogni singolo cittadino europeo, e questo dovrebbe costituire la preoccupazione principale. Ma soprattutto, la questione è tornata al centro dei dibattiti dopo l’invasione russa dell’Ucraina nel 2022, evento che ha mostrato la fino ad allora ignorata vulnerabilità delle filiere europee.
I cambiamenti climatici non destano meno preoccupazioni. I recenti eventi climatici hanno messo sotto pressione la produzione agricola, con siccità sempre più frequenti, eventi estremi e riduzione della produttività in alcune regioni del continente.
Difesa autonoma
Parliamo di autonomia strategica, e tocchiamo un tasto dolente per l’Unione Europea, che svariate volte ha pensato di aver bisogno di un esercito vero e proprio che possa agire in maniera coordinata, ma la questione è molto più controversa e problematica di quanto si possa pensare. Un’architettura di sicurezza integrata tra i 27 Stati membri, che sia indipendente dagli Stati Uniti e dalla NATO stessa, al momento è difficile da concepire, e i motivi si dividono principalmente in motivi politici e strategici. Gli Stati membri dell’UE hanno interessi geopolitici differenti, percezioni diverse delle minacce e tradizioni militari spesso incompatibili. Questo non significa che non vi siano sforzi verso un’autonomia strategica. Più che verso un esercito unico, l’UE si muove per il momento verso una crescente integrazione delle capacità militari tra gli Stati membri. Tra alcuni degli sforzi verso questa integrazione, possiamo citare la PESCO (Permanent Structured Cooperation) lanciata nel 2017 che permette agli Stati membri di collaborare stabilmente nello sviluppo di capacità militari comuni.
Sempre nell’ambito degli sviluppi, possiamo menzionare la “Bussola strategica”. Si tratta di un documento che definisce le priorità comuni in materia di sicurezza e difesa fino al 2030. Tra gli obiettivi previsti vi è la creazione di una forza di intervento rapido europea composta da circa 5.000 soldati, pensata per intervenire rapidamente nelle crisi internazionali. Pur non essendo un vero esercito europeo, rappresenta un tentativo concreto di coordinamento militare.
Indipendenza digitale
Potrebbe sembrare un settore innovativo, ma è una questione che i più attenti hanno sotto gli occhi già da qualche decennio. Come avremmo potuto intuire, l’autonomia non si misura facilmente, anche perchè quest’ultima cambia nel tempo. Ad oggi, l’indipendenza non si misura più solo tramite i confini fisici o i vari settori che abbiamo visto sopra, ma ha anche (e alcuni potrebbero dire soprattutto) a che vedere con il controllo dei propri dati e delle proprie infrastrutture tecnologiche.
Come abbiamo già detto più sopra, in Europa siamo dei leader mondiali per quel che riguarda la regolamentazione, ma è da ricordare che soffriamo ancora di una forte dipendenza tecnologica. L’UE ha dimostrato di saper dettare gli standard globali sui diritti digitali. Leggi pionieristiche come il GDPR (per la privacy), il Digital Markets Act (DMA) e il Digital Services Act (DSA) (per limitare lo strapotere dei giganti del web), fino all’AI Act (la prima legge al mondo sull’intelligenza artificiale), hanno costretto le multinazionali straniere ad adeguarsi alle regole europee. Ma la dipendenza infrastrutturale ci indebolisce. Oltre il 70% del mercato cloud europeo è in mano a tre soli player americani (Amazon, Microsoft e Google). Anche sul fronte dell’hardware, la carenza di microchip avanzati ha evidenziato la vulnerabilità delle catene di approvvigionamento europee. Come in ogni settore, l’Europa non è immobile: Bruxelles ha avviato piani strategici cruciali. Tra questi spiccano il Chips Act europeo, che mira a raddoppiare la quota UE nella produzione globale di semiconduttori, e l’iniziativa Gaia-X, nata per creare un’infrastruttura di dati europea sicura e federata.
di Ginevra Giordano


