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Burnout universitario: quali strade per i giovani?

Sempre più spesso sentiamo parlare di sindrome da burnout nei giovani: secondo l’ISTAT circa il 33% degli universitari soffre d’ansia e il 27% di depressione. 

Abbiamo parlato del fenomeno con lo psichiatra e psicoterapeuta Andrea Sobrino.

Andrea Sobrino intervista per il burnout universitario
Andrea Sorbino, psichiatra e psicoterapeuta.

Qual è la definizione clinica della sindrome da burnout? 

«La sindrome da burnout non è una diagnosi presente nel DSM, ma è comunque una definizione che ci aiuta a dar nome ad una sofferenza che può affliggere lo studente universitario. Come tutte le sindromi psichiatriche, tuttavia, va ricordato che è una diagnosi descrittiva e non eziologica – cioè, causale. Dunque ci spiega il modo in cui appare una determinata sofferenza, ma non il perché. Per ricercare quest’ultimo viene in soccorso la psicoterapia».

Ci sono delle fasce di studenti più colpite rispetto ad altre? 

«In linea generale, no. Il burnout può colpire davvero tutti. È anche vero che grazie al progresso della tecnologia si chiede sempre di più agli studenti, da un lato a causa dei rapidi progressi della tecnologia, dall’altro perché spesso sono costretti dal contesto familiare a perseguire un determinato percorso di studi. Il burnout in questo caso è una risposta al bisogno del giovane di mettersi in pausa: qualcosa nel suo inconscio non è stato ascoltato e potrebbe stargli indicando che sta andando verso una direzione che non è davvero la sua». 

Si possono vivere anche situazioni di isolamento sociale? 

« Assolutamente sì. Alcuni studenti che vivono questo disagio tendono ad isolarsi, sia dai colleghi che dal partner. Spesso sono proprio gli studenti brillanti che vengono colpiti da questa sindrome: c’è una sofferenza soggiacente che però viene ripetutamente ignorata in virtù dei successi accademici che vengono ugualmente raggiunti, non ci si chiede però mai a quale prezzo. Alcuni giovani quindi, non si concedono di cedere». 

Quanto è importante in questo tema mettere da parte i social e le auto diagnosi? 

«Attualmente viviamo nel tempo dell’esplosione della psicologia: abbiamo a disposizione una serie infinita di strumenti di “self help” che però vengono meno al principio cardine della terapia: la presenza dell’altro. Nel tempo del self made man anche la cura mentale passa per il fai da te, escludendo gli altri dalla cura, dal dialogo ». 

Che tipo di strumenti di prevenzione possiamo mettere in atto? 

«Ecco, questa è una questione molto delicata. Il fatto è che la sofferenza non va prevenuta, bensì accolta. Il primo intervento necessario è ascoltare la sofferenza, iniziare a pensarla non come un punto d’intralcio, bensì come uno strumento per la nostra realizzazione. 

Togliere la sofferenza dall’umano, prevenirla talmente tanto al punto da escluderla, significa escludere l’umano dall’umano».

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