Nel 2025, l’università continua a essere un pilastro fondamentale per la crescita personale e professionale, evolvendosi costantemente e cercando di rispondere alle sfide di un mondo in rapida trasformazione. Abbiamo avuto l’onore di fare qualche domanda al Rettore dell’Università degli studi di Napoli “l’Orientale”, il professore Roberto Tottoli. Da settembre 2020 ricopre la carica di Rettore all’Orientale, ateneo che spicca nell’ambiente nazionale e internazionale per la formazione di allievi, il personale docente e il sostegno sociale e umanitario.
Quali sono le ultime novità introdotte dall’Orientale, alla luce anche dei cambiamenti politici e sociali?
«Siamo arrivati alla conclusione di un percorso di riforma dei vari corsi di studio in linea con i cambiamenti legislativi e con una serie di innovazioni che erano importanti. Innanzitutto, c’è stata l’introduzione del curricula in inglese: siamo un ateneo che studia le lingue e le culture del mondo quindi per noi è importantissimo. Dall’anno prossimo partirà il bangla, la lingua del Bangladesh; abbiamo, inoltre, aperto una serie di corsi sul vietnamita, quindi si arricchisce il mondo delle lingue e culture dell’Asia e dell’Africa. Negli ultimi cinque anni, anche grazie agli interventi straordinari del governo, il personale è aumentato e oggi gli studenti trovano più docenti di lingua storia e religione».
Alla luce, purtroppo, delle terribili notizie su studenti che compiono gesti estremi, qual è il suo pensiero? Ritiene sia un problema universitario o sociale?
«La questione è stata incisa fortemente dalla pandemia che ha portato alla luce una serie di problemi, per i quali noi abbiamo molto investito in forme di supporto psicologico e di tutoraggio. In realtà, è un problema che investe l’università ma che non riguarda solo l’università, ma tutto il percorso formativo. La realtà incalza con grandi cambiamenti e la scuola ha una certa difficoltà ad adeguarsi. Sia per le conoscenze che vengono richieste, sia per un certo limite, anche generazionale, nell’intercettare queste competenze. Noi aggiorniamo sempre le modalità della formazione del corpo docenti, anche per modificare le modalità di insegnamento, e ci rendiamo conto che, nonostante frequentiamo questi programmi, è più difficile. Non è vero che gli studenti di oggi non sono interessati allo studio, è la costruzione dell’offerta formativa che deve trovare le chiavi giuste per entrare. La pandemia ha di certo avuto il suo impatto: nel giro di due anni abbiamo dovuto triplicare i sostegni psicologici e gli hotspot sono sempre strapieni di appuntamenti.
L’Orientale ha una serie di vantaggi. Innanzitutto è un ambiente molto libero e di confronto. Poi c’è il grande vantaggio che noi non abbiamo un percorso professionalizzante specifico: non formiamo avvocati, ingegneri e medici, in cui la competizione e la corsa incide a volte in maniera terribile. Uno studente dell’Orientale trova classi ridotte, docenti interessati a coltivare le conoscenze e non ha nessun interesse a vedere un competitor».
Siamo nell’era digitale e dell’IA. L’Orientale come affronta didatticamente questo aspetto?
«Siamo al secondo anno del corso di Digital Humanity, orientato alla preservazione di beni culturali, delle lingue, e di tutte quelle che sono le nostre competenze. Il corso ha avuto molto successo, l’attenzione in questo settore è molto forte, anche il centro di servizi che un tempo era esclusivamente dedicato all’archeologia oggi è orientato anche ai saperi digitali. Noi facciamo parte del Comitato Nazionali di Intelligenza Artificiale, soprattutto con le nostre competenze linguistiche importanti. Quello è il futuro, non ci fa paura. Se mi permette una battuta, dobbiamo spesso temere più l’intelligenza naturale che quella artificiale. L’intelligenza artificiale è un progetto incredibile, si spera potrà servire anche a supportare amministrazione, carriere di studenti, ma è uno strumento che avrà sempre bisogno di un uomo accanto, l’errore è inevitabile».
Circondati da guerre, i ragazzi oggi sono, purtroppo, abituati a vedere immagini di bambini e civili che muoiono in guerra. Come Rettore di un’università prestigiosa, c’è un messaggio che vuole lanciare ai suoi studenti?
«La grande fortuna, ma anche il grosso limite, di chi è nato nell’era Euro è quella di pensare l’Europa come un luogo pacifico. Oggi purtroppo, tra le paure sociali e le guerre, torniamo indietro. Ai giovani non resta altro che coltivare fino allo stremo la cultura della pace e dello scambio. L’Orientale è l’ateneo che ha dedicato più iniziative conoscitive riguardo la crisi israelo-palestinese: non passa settimana senza iniziative e anche con interventi diretti. Abbiamo aperto una serie di borse di studio per palestinesi, chissà se avranno mai il visto di uscita, e interventi umanitari e sociali. Cerchiamo di fare il possibile, anche per altre cause, come la recente indo-pakistana, la quale ha toccato un nostro giovane ricercatore che si trovava lì. L’Orientale si trova costantemente chiamato ad intervenire in qualche modo. Mentre si dimentica la seconda guerra mondiale si va verso una serie di conservatorismi su migrazione e cittadinanza che non rappresentano l’ideale di un futuro pacifico e connesso. Speriamo non ci sia bisogno di un’altra serie di guerre sanguinose per capire che la pace è un valore molto prezioso».


