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‘A morte è una livella! A dirlo è Totò

Antonio De Curtis, in arte Totò, non è mai morto per i napoletani e ogni anno, il 2 novembre, la sua presenza si sente più forte, grazie alla sua Livella. Racchiusa in un testo importantissimo della letteratura napoletana la livella esprime una visione del mondo progressista basata sull’uguaglianza e sul rispetto.

Uno scugnizzo del Rione Sanità

Totò nasce nel cuore di Napoli, nel rione Sanità, sotto il segno dell’acquario il 15 febbraio del 1898 in via Santa Maria Antesaecula. Figlio di una relazione segreta tra una giovane donna di origine palermitana, Anna Clemente, con il marchese Giuseppe de Curtis. La segretezza del loro rapporto continua anche dopo la nascita di Totò che non viene riconosciuto dal padre. Come si legge nei registri ufficiali, alla sua nascita, ad occuparsi dell’atto burocratico sono il fratello della mamma, Vincenzo Clemente e la levatrice Anna Marino.

Negli anni del dopoguerra, in una Napoli vivace, città di gente allegra e sorridente, Totò cresce come uno scugnizzo del rione. Educato da sua madre e sua nonna fino al 1921, anno in cui torna il padre a riconoscerlo come figlio. Dai suoi racconti, l’anno successivo al riconoscimento, i suoi genitori convolano a nozze e la famiglia De Curtis si trasferisce a Roma. Lì, in tutti questi anni di lontananza, il padre ha costruito la sua carriera lavorativa nel mondo del teatro. Totò ha ormai vent’anni e inizia anche lui, accanto al padre, la gavetta nei teatri di Roma. Gli anni di sperimentazione del teatro sono gli anni in cui crea il suo personaggio. Il viso squadrato contornato da una chioma liscia e lucida con una fila al centro, un’accentuata deviazione del setto nasale dovuta ad un duro colpo, una mascella quasi smontabile e uno sguardo intenso. Saranno questi gli elementi che lo renderanno Totò e la sua faccia sarà l’elemento fondamentale della sua maschera.

La genesi del successo

Un successo graduale, una formazione che conta sull’insegnamento di ottimi maestri e colleghi, a partire dai fratelli De Filippo con cui impara a padroneggiare il palcoscenico, a sentire il pubblico e a captarne l’attenzione.

Livella Totò Antonio De Curtis poesia 2 novembre Eduardo De Filippo
Totò e Eduardo De Filippo

Da un contesto di emarginazione sociale, Totò spicca il volo e arriva a Roma. Il suo rapporto con la capitale non inizia col piede giusto. Il successo ottenuto con fatica a Napoli è circoscritto nell’ambiente teatrale napoletano e si ferma lì. In sostanza, a Roma, Totò non è nessuno. A cambiare le carte in tavola sarà Peppe Jovinelli, un personaggio chiave del teatro romano. Di origini casertane, Jovinelli riesce grazie all’ autorevolezza che lo contraddistingue a costruire un teatro in piazza Guglielmo Pepe.

Livella Totò Antonio De Curtis poesia 2 novembre

La disoccupazione diventa insopportabile tanto che Totò accetta il ruolo di maschera nel teatro Jovinelli. Un ruolo che gli sta stretto, lui non è fatto per la sala ma per il palco. A quel tempo, il palco di Jovinelli è già occupato da Gustavo De Marco, attore serio e professionale. Don Peppe è un uomo rispettabile e non appena Gustavo viene tradito dalla sua professionalità, nasce una discussione che diventerà la più grande occasione di Totò. E menomale che litigano, pure pesante, arrivano alle mani e Totò, attore preparato e maschera educata che assiste alla scena, si fa forza e coraggio e si presenta da Jovinella per proporsi come il sostituto di Gustavo De Marco, ormai mandato a casa. Don Peppe gli dà una possibilità e questa sarà la sua più grande fortuna.

Inizia ufficialmente a lavorare come attore anche a Roma e, anche lì gli viene finalmente riconosciuto il suo grande talento artistico. Torna a Napoli e continua ad occuparsi principalmente di teatro. Negli anni Trenta debutta al cinema e il grande schermo accresce la sua fama con molti riconoscimenti.

Totò e ‘A livella

Arriva il successo e arriviamo anche alle sue innumerevoli opere. Tra queste, una merita un ricordo memorabile. Nel 1964 Totò pubblica una raccolta di poesie napoletane dall’Editore Fiorentino di Napoli. A dare il titolo alla raccolta è proprio la celeberrima “‘A livella”. Già conosciuta dal suo pubblico nel 1953 perchè posta in appendice a “Siamo uomini o caporali?”, altra opera significativa in cui Totò riflette sulla divisione dell’umanità in due tipi di persone: uomini e caporali. I primi pagano la bramosia di denaro dei secondi lavorando come bestie, vivendo nell’oscurità. I caporali sono coloro che sfruttano e Totò dice: “Caporali si nasce, non si diventa”.

Il racconto si svolge in un cimitero durante il giorno dei morti e Totò racconta ciò a cui assiste: una discussione tra il nobile marchese signore di Rovigo e di Belluno e un netturbino di nome Gennaro Esposito.

Non sentirla tutta è un peccato divino.

La livella, spiega Totò, è quello strumento usato dai muratori per livellare i muri e per lui diventa metafora di uguaglianza e di parità.

‘A morte è una livella

Dietro il racconto dell’ esperienza personale, Totò racconta nelle vesti di un narratore onnisciente la storia di tutti gli uomini. Difende i “miserabili” e la scelta di farlo deriva da quella condizione che lui stesso ha vissuto nei primi anni di carriera. La sua è una battaglia contro la miseria, la contrasta trasformandola nel suo copione migliore. Totò racconta a Neera Ferrari “io la so a memoria la miseria” e “la miseria è il copione della vera comicità”. Come si fa ad insegnare qualcosa a qualcuno se per quel qualcosa non si è provato dolore, sofferenza? Come si diverte il pubblico se non si conoscono bene il dolore, la fame, la solitudine?

Non possiamo fare altro che rassegnarci all’idea che siamo tutti uguali, nel bene e nel male, da vivi e da morti. Non è neppure rassegnazione ma realtà. La verità è questa e Totò lo urla a teatro, al cinema e lo fa attraverso la forma d’arte più pura e naturale che esista, la poesia. E affida la sua riflessione sulla vita e sulla morte proprio al netturbino.

“Ma chi te cride d’essere, nu ddio?

Cca dinto, ‘o vvuò capì ca simmo eguale?

…Muorto si’ tu e muorto so’ pur’io;

ognuno comme a ‘na’ato è tale e quale”

In una vita in cui non contano le ricchezze, i beni e le apparenze, Totò rimprovera la presunzione di un ricco marchese che vive nell’illusione di essere, anche da morto, superiore a un povero netturbino. La sua è una lezione di vita, una regola universale. Un’inno all’uguaglianza, alla giustizia, ai pari diritti e alle pari possibilità. La morte è una livella e annulla ogni differenza. Il suo pensiero ieri come oggi è estremamente attuale.

Perciò, stamme a ssenti, nun fa “o restivo,

suppuorteme vicino, che te ‘mporta?

Sti ppagliacciate ‘e ffano sulo ‘e vive:

nuje simmo serie. Appartenimmo à morte!

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