Al momento stai visualizzando Chi è il maschio performativo?

Chi è il maschio performativo?

Ormai capita sempre più spesso di avvistare, nella nostra giungla urbana, un “nuovo” esemplare di homo sapiens: il maschio performativo. Frutto di una mutazione genetica piuttosto recente, il maschio performativo si distingue per via di alcune caratteristiche facili da notare. Va in giro armato di borsetta di tela vegan e fossil free, proveniente da un festival di cinema indipendente. E inoltre, senza cuffiette col filo non si esce mai di casa. Il filo, necessariamente penzolante (ormai sono pochi gli smartphone con l’ingresso per il filo e sono per la plebaglia), comunica al mondo la sua scelta salutista (il bluetooth fa male) e la sua passione per la musica (naturalmente indie di nicchia).

Infine gli occhiali. Il maschio performativo li indossa sempre, anche se vede meglio di un falco. Scelti in base al messaggio socio-politico-culturale di cui si fa promotore, le lenti sono ampie, con montatura spessa in acetato trasparente o color champagne, perfette per mostrare al mondo la sua natura di intellettuale decostruito. Il panel sul femminismo intersezionale è il suo habitat naturale. Durante questi eventi, per lui dei veri e propri festival dedicati alla celebrazione di se stesso, il maschio performativo spiega alle donne come essere femministe. Racconta del suo lungo e difficile percorso di decostruzione, grazie al quale ha realizzato di essere il colpevole del femminicidio di Giulia Cecchettin, di cui Filippo Turetta è stato soltanto l’esecutore materiale.

Calato il sipario e finita la performance, però, il maschio performativo muta. Uscito fuori dal campo visivo di ogni possibile partner sessuale, abbandona la bici, presa in affitto qualche metro prima, per tornare a casa col suv del papi, che consuma quanto un trattore. Quindi apre l’account alternativo di Spotify, per ascoltare a palla i Club Dogo e Tony Effe, mentre davanti allo specchio si misura col metro la larghezza dei bicipiti, urlando battute sessiste degli anni ‘80. Non c’è una nessuna profonda epifania filosofica dietro il maschio performativo, ma solo un calcolo evolutivo e psicologico degno del miglior Bismarck.

Per il maschio performativo il corteggiamento classico è ormai superato. Lui, prima di tutti, ha intuito quanto l’alleanza ed il conformismo con la preda siano essenziali per arrivare all’accoppiamento durante i difficili anni post pandemia. Si finge innocuo, per superare le resistenze della preda, così da avvicinarsi abbastanza per lanciare la zampata. E pare funzioni, o almeno così si racconta…

Lascia un commento