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Apice Vecchia: l’Anima Sradicata

Apice Vecchia, in provincia di Benevento, non è una semplice ghost town, è un borgo medievale dove il tempo si è cristallizzato la sera del 23 novembre 1980, a causa del violento terremoto dell’Irpinia. Già colpito duramente da un sisma nel 1962, che aveva portato all’evacuazione parziale e alla costruzione di Apice Nuova su un colle vicino, il paese vecchio fu definitivamente svuotato dopo il terremoto del 1980. Le case rimasero in piedi, ma vuote, con memorie e oggetti di vita quotidiana a testimoniare una fuga improvvisa e definitiva. Un silenzio lungo decenni è calato tra le sue vie tipiche.

La rinascita turistica di Apice Vecchia

Oggi, però, Apice Vecchia sta vivendo una vera e propria rinascita. Il merito è in gran parte di iniziative che hanno saputo vedere il potenziale turistico e culturale di questo luogo unico. Ad ora, infatti, una delle figure portanti è il Castello, non solo una splendida location, ma un catalizzatore di vita per l’intero borgo. L’organizzazione dei Magici Mercatini di Natale al Castello dell’Ettore ha trasformato Apice Vecchia in una meta popolare.

L’atmosfera suggestiva del paese, illuminato dalle luci natalizie, attira decine di migliaia di visitatori ogni anno. A questa iniziativa si sono affiancate l’apertura di nuovi localini e botteghe nella parte accessibile del borgo e l’organizzazione di visite guidate, che permettono di riscoprire la storia e l’architettura del luogo. Questo mix di memoria storica, cultura e nuove attività commerciali sta lentamente riportando vitalità in un luogo che sembrava destinato all’oblio.

Profumi e coesione infranta

Eppure, tra la gente e il bagliore delle luminarie, si percepisce un’eco che va oltre la semplice attrazione turistica. L’odore delle feste fatica a coprire il ricordo di altri profumi, quelli più ruvidi ma più veri, di un’epoca in cui la mancanza di modernità era bilanciata da una straordinaria coesione. Molti ricordano, come il Professor Antonio Frusciante, 78 anni, con una nostalgia che stringe la gola, l’infanzia trascorsa in strade che oggi paiono solo scenografie: «Erano anni in cui si andava a scuola in aule improvvisate all’interno delle case, quando avere l’acqua corrente o un bagno privato era un lusso per pochi. C’era una innocenza selvaggia in quelle strade, un tempo in cui i bambini correvano liberi e sicuri, respirando l’aria di un mondo ancora incontaminato dalla fretta».

«Quanta meraviglia nel sentire il profumo estraneo del pino silvestre, racconta Valentina Villani, 76 anni, che proveniva dai vestiti dei compaesani che tornavano, rari, dalle metropoli del Nord, come Milano». Un profumo quasi esotico per chi, qui, non conosceva nemmeno l’uso regolare del sapone. Una semplicità radicale che oggi non esiste più.

La frattura del destino

Le crepe nelle mura non sono solo ferite geologiche, ma metafore delle fratture subite dalla comunità. Il borgo ha incassato due colpi mortali. Il sussulto del 1962 fu un avvertimento, un presagio che anticipò la catastrofe. Ma fu il 23 novembre 1980, con la sua violenza sorda e prolungata, a imporre una cesura netta, una fuga che non ammetteva ritorno

La gente di Apice Vecchia non fu semplicemente spostata; fu sradicata. Il trasferimento forzato ad Apice Nuova non ha portato solo a case più moderne, ha demolito, pezzo dopo pezzo, il tessuto sociale secolare. Le abitudini, i vicinati, la conoscenza intima di ogni anfratto sono stati sostituiti da nuovi spazi e nuove dinamiche, in un processo di adattamento amaro e incompleto. Le vite di chi ha conosciuto entrambe le Apici sono la prova vivente di un’esperienza che si è trasformata in esilio interno, lasciando un vuoto incolmabile.

Un borgo vivo, non fantasma

Ed è qui che l’entusiasmo per la rinascita turistica si scontra con un rammarico profondo e quasi sommesso. L’ammirazione per le iniziative, come i mercatini di Natale, è palpabile, ma è accompagnata da una velata tristezza. Il borgo, sostengono le sue memorie viventi, non è affatto un ‘’paese fantasma’’. È un paese silente, ma ancora strutturalmente in piedi, molto più vasto delle poche vie che si animano per le festività. C’è la sensazione che l’interesse si fermi alla soglia del turistico, tralasciando la sua storia più intima e le sue componenti più sacre.

Non lontano dal brusio delle bancarelle, nel cuore del vecchio abitato, giace l’unico cimitero che serve entrambe le comunità, uno dei primi che fu a essere costruito. È un luogo che testimonia la totalità della vita e della morte di questo luogo, un simbolo che attende di essere riconosciuto, non come abisso, ma come l’anima stessa di Apice Vecchia. Il desiderio, ultimo e più urgente, di chi ha visto nascere e morire questo paese, non è solo vedere folle di visitatori, ma vedere un progetto di riattivazione che abbracci l’intero borgo, riconoscendone l’identità complessa e stratificata.

Perché Apice Vecchia non è solo un set fotografico di un passato interrotto, è la culla, ancora in attesa di essere completamente risvegliata, di una intera comunità.

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