Al momento stai visualizzando Disneyficazione della società: la vita è un parco a tema?

Disneyficazione della società: la vita è un parco a tema?

Disneyland è il sogno di tutti i bambini e anche di molti adulti. Tutti noi desideriamo immergerci in un mondo spettacolare accompagnati dai personaggi dei nostri film e cartoni preferiti. Un tempo il famoso parco divertimenti era un obiettivo da raggiungere. Ora… ci viviamo dentro. No, non siamo impazziti, è solo una recente teoria sociologica: la Disneyficazione.

Disneyization: di cosa si tratta?

La Disnaylandizzazione, o Disneyficazione, dall’inglese Disneyization, è il processo per cui la realtà viene ripulita e semplificata, con l’obiettivo di trasformarla in un’esperienza piacevole, divertente e possibilmente instagrammabile, proprio come i parchi Disney. No alla noia e ai conflitti: tutto deve essere rassicurante e riconoscibile. E ovviamente consumabile.

Il termine Disneyization viene usato e sistematizzato dal sociologo britannico Alan Bryman, che nel suo libro The Disneyization of society esplora come la società contemporanea non funzioni più in virtù della vita realmente vissuta, e neanche solo secondo logiche di efficienza e razionalità: ormai segue logiche di spettacolo, esperienza ed emozione. In poche parole, la Disneyficazione della società è il passaggio da una società che vive la realtà a una società che la mette in scena per poterla vendere.

Disney quindi non è più solo un’azienda o un fenomeno di intrattenimento, ma è un vero e proprio paradigma culturale che non è rimasto solo a Disneyland, ma ha colonizzato tutto il mondo.

I quattro pilasti

Secondo Bryman, la Disneyfication della società e delle città funziona grazie a 4 pilastri fondamentali:

  1. Theming
    Le città sono organizzate come parchi a tema: ogni spazio racconta una storia facile da capire e il tema sostituisce la complessità reale. Le città seguono un concept, non necessariamente vero, e i quartieri seguono uno storytelling preciso e coerente con se stesso, ma non necessariamente con il resto. Proprio come le varie zone dei parchi divertimento.
  2. Hybrid Consumption
    Deve avvenire tutto insieme, nello stesso posto, possibilmente senza uscire mai: ti diverti, compri, mangi, impari, compri, compri, compri. E, prima tra tutte, compri l’esperienza. O almeno ciò che ti vendono come tale.
  3. Merchandising
    Se non puoi portarti via un pezzo dell’esperienza è come se non l’avessi vissuta. Le città, come i parchi divertimenti, diventano veri e propri brand, con i loro gadget e il loro merch ufficiale (più o meno…) Alla fine tutti noi cerchiamo il negozio dei souvenir, anche solo per la calamita da portare alla nonna.
  4. Emotional Labor
    Guai a chi si mostra triste. Chi lavora in questi spazi deve produrre emozioni che i consumatori devono acquistare e fare proprie: entusiasmo, gentilezza, affetto. Anche se non ne hai voglia. Basta fingere.

E chi è il villain?

Il risultato è un mondo bellissimo da vedere e facilissimo da consumare. Ma forse parecchio difficile da abitare. Nelle città-brand i cittadini sono semplici comparse, i turisti diventano protagonisti, e il cattivo… beh, il cattivo è il sistema stesso. Si perde l’autenticità, tutto è costruito, tutto è fittizio. Eppure funziona, perché in fondo ammettiamolo: i villain sono sempre degli strafighi pazzeschi.

E quindi questo mondo disneylandizzato sotto sotto ci piace. È ordinato, prevedibile, senza troppe sorprese. Alla fine lo sappiamo tutti: anche se c’è il cattivo, tutte le storie Disney hanno un happy ending (che palle).

Lascia un commento