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Giornata del rifugiato: l’Odissea mediterranea di Tomé

Il 20 Giugno si celebra la Giornata Mondiale del Rifugiato per commemorare l’approvazione nel 1951 della Convenzione relativa allo statuto dei rifugiati da parte delle Nazioni Unite.

Ma cosa sappiamo davvero sui rifugiati? Conosciamo davvero il fenomeno, le loro storie? 

Per questa occasione abbiamo intervistato Tomé (nome di fantasia). Tomé ci ha raccontato la sua Odissea mediterranea, intrapresa nella speranza di conquistare un angolo di felicità in questo mondo. 

Ma prima facciamo chiarezza: chi sono i rifugiati? 

I rifugiati sono coloro che hanno ottenuto protezione internazionale perché perseguitati nel loro paese a causa di razza, religione, nazionalità, opinioni politiche o appartenenza ad un gruppo sociale minoritario (donne, comunità LGBTQ+, minoranze etniche, etc.) e che non possono ottenere questa  protezione nel loro paese.

I richiedenti asilo sono invece persone che hanno presentato una domanda di protezione internazionale e sono in attesa di una risposta, dunque non hanno ancora ottenuto il riconoscimento di status come rifugiato. In Italia sono circa 207 mila.

Apolidi invece sono individui i cui la cittadinanza non è riconosciuta da alcuno stato. 

Si può essere apolidi per occupazione illecita del proprio territorio, come nel caso dei Palestinesi, oppure per dissolvimento dello stato in cui si è nati, come tutti coloro nati nell’ex Jugoslavia prima della sua dissoluzione. Gli apolidi in Italia sono poco più che 3000. 

I rifugiati ci stanno invadendo… o forse no? 

Secondo la Commissione Nazionale per il Diritto all’Asilo, i rifugiati titolari di una protezione internazionale nel 2024 in Italia sono circa 150 mila. 

Giornata del rifugiato foto barcone migranti alla ricerca di una vita migliore intervista ad un migrante

A fronte di una popolazione italiana residente di 58,9 milioni, i rifugiati rappresentano lo 0.85% della popolazione residente. 

Gli immigrati sono tutti neri… più o meno! 

La percentuale più alta di rifugiati presenti sul territorio italiano è quella della popolazione Ucraina che registra ben 164.667 presenze. Numeri ovviamente che hanno subito un incremento notevole dall’invasione russa nel 2022, a riprova del fatto che forse, se casa nostra fosse un luogo sicuro da vivere, nessuno sceglierebbe davvero di lasciarla. 

Al secondo posto con le presenze c’è la Nigeria, con ben 19.664 presenze registrate, seguita dai paesi dell’Asia centrale dell’Afghanistan (16.825), al momento sotto il controllo della dittatura talebana, e del Pakistan (15.537), recentemente scontratosi con l’India e immerso in una guerra civile. 

Mediterraneo: una strage senza fine 

Nel 2024 sono state 66 mila le persone arrivate in Italia via mare. Imbarcazioni di fortuna, viaggi lunghi mesi interi che attraversano il deserto e le carceri libiche tra mille soprusi.

Lungo la rotta del Mediterraneo, la più letale al mondo, hanno incontrato la morte oltre 1.692 persone, tra cui 79 bambini.  

Coloro che arrivano via mare non lo fanno per violare le leggi del nostro paese, ma perché è l’unico modo che hanno a disposizione per sfuggire a condizioni di vita ai limiti dell’accettabile nei loro paesi d’origine. 

Tomé ci ha raccontato la sua Odissea mediterranea: dal Camerun all’Italia

È questa la storia di Tomé, 29 anni. Il suo è un percorso come quello di tanti altri: l’Italia è solo la meta finale di un viaggio inaspettato, difficile ed aspro che mi ha raccontato al telefono.

La sua Odissea inizia la notte una notte di primavera del 2016: lascia il Camerun con destinazione Nord Africa. Il suo obiettivo? Stabilirsi in Algeria, dove però resterà solamente due mesi e mezzo alternando anche qualche periodo di permanenza in Niger.

Il Sahara: tomba e culla di speranze

Per arrivare in Nord Africa, Tomé percorre anche il deserto: « è stato un momento molto pericoloso e difficile, ho seriamente avuto paura e mi sono rifugiato molto nella religione » mi confessa al telefono. 

«Abbiamo fatto metà del viaggio in auto e poi l’altra metà a piedi, camminando per più di dieci ore di fila». 

La prigionia libica

Il viaggio nel deserto ha una destinazione ben precisa: la Libia, che però non è più la Libia di una volta, dice Tomé «Quando sono partito non conoscevo la situazione politica libica, è un paese devastato da tre governi e con una guerra civile in corso ».

Così, lui e i suoi amici vengono fatti prigionieri e tenuti in carcere per quattro mesi.

«Nel momento in cui arriviamo veniamo utilizzati come manodopera, siamo stati venduti come degli schiavi. Gli inabili al lavoro vengono uccisi a fucilate ed io ho perso molte persone a me vicine. Ricordo che nella stanza accanto alla mia c’era una donna e l’hanno uccisa sparandole, io ho assistito a tutta la scena. Lì ho capito che dovevo andare via, dovevo scappare, restare in carcere in Libia significava soltanto morire». 

E il modo per uscire dal carcere, lo trovano: «Sono stato fortunato perché lì con me c’era un ragazzo che nascondeva un telefono e ha potuto chiamare un amico che conosceva il posto e ci ha aiutati ad uscirne». 

Il Mediterraneo: le onde dell’inverno

Il racconto della sua Odissea mediterranea, però, non è ancora finito: « Siamo stati liberati una notte di inizio dicembre ed io sono subito partito per l’Italia. Abbiamo fatto 15 ore in mare aperto in inverno, sui barconi. Siamo stati salvati dalla OSS mediterranea spagnola verso le quattro del mattino e dopo due giorni in nave siamo arrivati a Palermo ».

Una nuova vita dal nome Italia

La storia di Tomé, purtroppo, è la storia di tanti altri, uomini e donne, che fuggono dai loro paesi. Guerre civili, carestie, persecuzioni, sono solo alcuni dei motivi che spingono un essere umano ad affidarsi alla dune del deserto e alle onde del mare. 

Ma le sponde europee non sono facili da raggiungere: toccare l’Italia significa salvare la propria famiglia dalla fame, dalla miseria, da un futuro che di futuro non ha nulla. 

L’Italia però per molti è solo una prima tappa: sono tanti quelli diretti in Francia, con un parente già sistemato lì e una lingua che risulta meno estranea, meno ostica, più di casa. 

Oggi Tomé vive in una città in provincia di Latina dove ha trovato nella comunità cristiana locale un supporto concreto per affrontare le avversità della vita di tutti i giorni. 

Ad oggi, cosa ti piace dell’Italia? 

«Adoro la cultura, il cibo, l’ambiente, ogni cosa. L’Italia è completamente diversa. Il modo di vivere è diverso, così come anche quello di cucinare: è semplice, buono e soprattutto veloce. Da noi a Camerun è impensabile preparare un piatto in venti minuti, ci vuole minimo un’ora o due!  Un’altra cosa che apprezzo dell’Italia sono le leggi e gli aiuti verso i cittadini in difficoltà che non hanno una fissa dimora e un lavoro stabile. Da noi se non lavori non mangi, non c’è nessuno che ti viene incontro».

Un appello al restare umani

Tuttavia, le difficoltà quotidiane continuano tra lavori precari ed esperienze di razzismo. Turni di lavoro massacranti rispetto agli autoctoni, poche possibilità di ascesa sociale e alto rischio di segregazione occupazionale. 

Nella nostra vita di tutti i giorni quindi, ogni gesto è importante per combattere i pregiudizi e promuovere l’inclusione sociale. Siamo stati e saremo tutti immigrati, restiamo umani. 

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