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I giovani secondo la filosofa Esther Basile

In un’epoca segnata dalla vertigine della performance e dalla fluidità delle identità, il confronto generazionale appare più che mai complesso, spesso privato di quel peso storico e dialettico che in passato ne definiva la portata trasformativa. A guidarci in un’analisi lucida e profonda di queste dinamiche è Esther Basile, filosofa di spicco nel panorama culturale contemporaneo, da sempre attenta alle intersezioni tra letteratura, filosofia e studi di genere.

Dottoressa Basile, se la grande letteratura del Novecento ha raccontato il conflitto generazionale come scontro ideologico, quale categoria letteraria o esistenziale definisce meglio il distacco dei giovani d’oggi dagli adulti? 

«Fortini rivendica la necessità di fare delle “prediche ai giovani” ribadendo che “proprio […] quanto essi ritengono naturale non lo è, che ogni segno è umano-storico e che quindi può-deve essere mutato”. È il “vecchio sapere” del pensiero socialista, che però può darsi concretamente solo all’interno della storia e dunque all’interno di una tradizione che per restare viva deve essere trasmessa. Dice: Lavoriamo a mutare i rapporti di produzione; e così facendo anche l’indicibile delle esperienze vitali verrà circuito, ridotto, riattualizzato, grammaticalizzato. La “civiltà” potrebbe non essere altro che questo: il discorso ininterrotto sull’indicibile e la sua trasmissione. Di fronte all’adulto l’adolescente vede innanzitutto un modello e un insegnamento da cui tende a scartare o con un ripiegamento verso il passato o con un’accelerazione verso il futuro.  Ma tutto ciò non funziona più nella società contemporanea che propone una struttura differente da quelle precedenti, basate su una dequalificazione del lavoro e del patire che aiuta a crescere, e che è dovuta alla mancanza “di una tensione verso ostacoli veri”.

Il conflitto è stato riassorbito dalla società e così privato di ogni possibilità di effetto, oppure è stato emarginato, assolutizzato, negandogli lo statuto dialettico che avrebbe potuto renderlo fecondo e condannandolo alla rimozione e ad una inutilità schizoide. Invece di individuare che cosa e chi ci è vero antagonista, invece di scegliere il conflitto, si è finito con accettare l’esistenza di un’area di antagonismo assoluto e isolato da tutto il resto della società, una menzogna di massima sicurezza, una sorta di periferia psichica. È lo scacco definitivo del sentimento che, come descrive bene lo stesso Fortini, dopo aver abdicato all’ambizione della totalità, come poteva accadere ancora nell’età di Goethe, è il perno di un’evoluzione che anziché portare, come dovrebbe nel migliore dei casi, a tradurlo in “fedeltà e in azione”, fugge dalla memoria di sé e nel peggiore dei casi giunge al sentimentalismo, “muffa della coscienza”».

Spesso la reazione dei ragazzi al disagio contemporaneo è il silenzio o il ritiro. In che modo la parola letteraria può decifrare questo silenzio e riattivare un canale di ascolto autentico?

«L’allegoria “moderna” è approfondita in quello che può considerarsi a tutti gli effetti il testamento spirituale di Walter Benjamin, il Passagenwerk, in cui vengono indagati alcuni aspetti costitutivi della modernità, studiati da quell’osservatorio privilegiato che è la Parigi del XIX secolo. Quando Benjamin nel 1940 si suicidò al confine tra la Francia e la Spagna per sfuggire alla Gestapo, l’opera era ancora priva di una stesura definitiva; secondo la testimonianza della donna che aveva guidato i transfughi tedeschi attraverso i Pirenei, lo studioso portava con sé in una borsa di pelle una versione ulteriore del lavoro, ma tale materiale non è mai stato ritrovato. Sotto il titolo di Parigi, capitale del XIX secolo.

Progetti, appunti e materiali 1927-1940 si indica la traduzione italiana dell’edizione Das PassagenWerk curata da Rolf Tiedemann sulla base di un manoscritto che Benjamin affidò a Georges Bataille prima della fuga da Parigi, nel quale sono confluiti schemi preparatori e citazioni riconducibili a diversi progetti che il critico contava di condurre a termine. Lo sforzo di questi intellettuali rende quasi obbligatorio il nostro interesse e quello della generazione contemporanea. Occorre leggere e confrontarsi».

La fluidità identitaria delle nuove generazioni sembra fuggire dalle narrazioni tradizionali. Esiste oggi una forma o un genere letterario capace di rappresentarle senza cadere nello stereotipo?

«Prendiamo in considerazione gli studi di genere. Tra le maggiori studiose che, storicamente, si sono occupate di Studi di genere, partendo da una prospettiva prevalentemente al femminile, ricordiamo Judith Butler, Luce Irigaray, Teresa de Lauretis, Maria Zambrano per quanto riguarda un approccio filosofico e letterario, tra le numerose voci italiane, Carla Lonzi e la comunità filosofica femminile Diotima, tra cui possiamo nominare Luisa Muraro e Anna Maria Piussi. Allo stesso modo, possiamo annoverare tra gli studiosi che si sono occupati del più recente filone al maschile degli studi di genere Michael Kimmel e Raewyn Connell nell’ambito internazionale, e Stefano Ciccone in quello nazionale. Sebbene alla fine degli anni Settanta l’approccio dei Gender Studies fosse prevalentemente sociologico, questi studi si sono aperti col tempo a diverse discipline che includono la pedagogia, la letteratura, la storia, la filosofia, la linguistica, l’antropologia, coniugando non soltanto una prospettiva di stampo femminile, ma considerando entrambi i generi in una loro possibile parità e mescolanza. 

Sulla questione delle differenze sessuali, ci si chiede se donne e uomini imparino a essere diversi tra loro attraverso percorsi di crescita e apprendimento influenzati dalla cultura e dalla società di appartenenza, oppure se le basi di questa dicotomia siano naturali. Il frutto di questa riflessione è la differenziazione tra sesso e genere: il primo è una categoria biologica, a sfondo anatomico e fisiologico; il secondo è invece un costrutto sociale che agisce sull’apprendimento di mascolinità e femminilità a livello perlopiù indiretto, è un prodotto della cultura umana mutevole nel tempo e nello spazio e, quindi, un processo di differenziazione sostenuto e legittimato dall’intero insieme di valori propri di ogni società. Nel loro studio sul tema, Simonetta Piccone Stella e Chiara Saraceno definiscono il genere “l’insieme dei processi, adattamenti, modalità di comportamento e di rapporti, con i quali ogni società trasforma la sessualità biologica in prodotti dell’attività umana e organizza la divisione dei compiti tra gli uomini e le donne, differenziandoli l’uno dall’altro”. Un’altra importante definizione legata al concetto di genere è data dalla studiosa Vivien Burr, che lo descrive come un significato sociale assunto dalle differenze sessuali».

Nel saggio e nella narrativa contemporanea emerge spesso il paradosso di una gioventù “iper-connessa ma isolata”. Dal suo osservatorio, questo fenomeno è il sintomo di una mutazione antropologica o una difesa dall’ostilità del mondo reale?

«L’uomo ricerca costantemente l’essenza stessa della tecnica e quindi la sua natura: se dovessimo definire, infatti, quest’ultima, le sue caratteristiche, la sua struttura, non potremmo non tenere in considerazione ciò che Martin Heidegger ha sostenuto a tale riguardo: secondo un’antica dottrina, l’essenza di qualcosa è il che cosa una certa cosa è. Poniamo il problema della tecnica quando domandiamo che cosa essa sia. Tutti conoscono le due risposte che si danno alla nostra domanda. La prima dice: la tecnica è un mezzo in vista di fini. L’altra dice: la tecnica è un’attività dell’uomo. Queste due definizioni della tecnica sono connesse. Proporsi degli scopi e apprestare e usare i mezzi in vista di essi, infatti è un’attività dell’uomo. All’essenza della tecnica appartiene l’apprestare e usare mezzi, apparecchi e macchine, e vi appartengono anche questi apparati e strumenti stessi, come pure i bisogni e i fini a cui essi servono. La totalità di questi dispositivi è la tecnica. Essa stessa è un dispositivo o, in latino, un instrumentum (Heidegger, 2019, p. 5).

Dietro tali definizioni si cela quell’unione della visione strumentale e antropologica della stessa tecnica, che la delinea come mezzo tramite cui l’uomo raggiunge determinati fini in vista di specifici bisogni. Se rimanessimo, però, sempre in linea con il pensiero heideggeriano, al livello del fare e del manipolare la natura, non coglieremmo ancora il fulcro della téchne stessa, perché essa, proprio nel momento in cui viene adoperata come strumento, allo stesso tempo compie sull’ambiente circostante quel processo di disvelamento che pone l’individuo in una condizione di attesa e ascolto della natura, per svelare il suo Essere, le sue potenzialità, attuando un approccio di accoglienza ed escludendo il dominio: proprio tale disvelamento, dunque, rappresenta la vera essenza della tecnica, la quale conduce alla verità».

L’ossessione odierna per la performance e il successo visibile nega ai giovani il diritto all’errore. La letteratura, che da sempre si nutre del fallimento e della fragilità dei suoi antieroi, come può aiutare a scardinare questo mito della perfezione?

«Tra i pensatori del ‘900 quello che ha analizzato la coscienza del limite dell’uomo come condizione per diventare umani è Heidegger. L’uomo diventa autentico nel momento in cui, scoprendo la propria morte prende coscienza del suo destino. Morire significa per Heidegger essere consapevoli della propria finitezza, del proprio limite. La morte è la possibilità ultima, quella che chiude ogni possibilità, diventa quindi la misura della nostra finitezza. Dobbiamo ritrovare il limite. Vuol dire passare da un sistema mentale che considera l’errore, l’insuccesso, il limite come nemico della vita, ad una cultura che considera il limite come un dato che fa parte essenziale dell’esistenza. Nel senso esistenziale indica qualcosa di relativo, finito. Il limite indica imperfezione. La perfezione è un’illusione, è una costruzione mentale determinata dal nostro ambiente, ma anche dalla nostra esperienza. 

La presa d’atto delle proprie e altrui fragilità per quanto dolorosa, rappresenta un valore per le relazioni. Il limite può diventare un’occasione per far spazio alle contraddizioni e ad esperienze più autentiche, attraverso cui sperimentare il bisogno dell’altro senza doversi nascondere dietro le illusioni come scrive spesso Z. Bauman».

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