Domenica scorsa Usa e Unione Europea hanno raggiunto il famigerato accordo sui dazi!
La storia, forse ricorderete, comincia il 2 aprile, col celebre liberation day. Trump, armato di un grande cartellone su cui sono segnati paesi e numeri (totalmente a caso), annuncia l’inizio di una guerra commerciale contro… il mondo intero. All’Unione Europea (per ragioni, ad oggi, ancora difficili da spiegare) era toccato un dazio generalizzato del 20% (in aggiunta al dazio base del 10%, una specie di ticket da pagare se si vuole accedere al mercato americano), e da quel momento in poi, si è provato a far scendere Trump & co. a più miti consigli.
Arriviamo così a domenica scorsa, quando a Turnberry, in Scozia, Von der Leyen e Trump hanno finalmente raggiunto un’intesa. Dal primo agosto tutti i prodotti UE, esportati negli Usa, saranno tassati del 15%. Alcuni prodotti “strategici” saranno esentati. Inoltre l’Unione Europea si è impegnata ad acquistare dagli Usa gas naturale liquefatto per 750 miliardi $, nei prossimi tre anni. Infine le aziende dell’Unione Europea, non si capisce ancora come, si sono impegnate ad investire almeno 600 miliardi $, entro il 2029. In cambio l’Unione Europea ha ottenuto nulla.

Il disastro dell’Unione Europea
Non serve un esperto di commercio internazionale o di diplomazia per capire chi, in questo accordo (se possiamo definirlo così), c’è chi ha vinto e chi ha perso. Di solito in un accordo commerciale entrambe le parti cedono qualcosa per ottenere qualcosa in cambio. In questo caso invece c’è qualcuno, gli Usa, che hanno ottenuto quasi tutto ciò che chiedevano. Mentre l’altra parte, l’Unione Europea, ha ceduto su quasi tutte le richieste di Trump, ed in cambio non ha ricevuto nulla.
Anche in questo caso non serve un esperto di diritto o del funzionamento dell’Unione Europea per capire che la Presidente della Commissione europea NON è la responsabile del disastro. Von Der Leyen è soltanto il capro espiatorio, il parafulmine, dietro al quale si nascondono i leader europei, incapaci di fare fronte comune contro una minaccia estera, e preoccupati a difendere il loro capitale politico davanti ad elettori spesso poco e male informati.

I limiti dell’Unione Europea
Von Der Leyen è arrivata alla trattativa molto debole, e con un margine di manovra molto ridotto, a causa delle solite divisioni interne all’Unione. I 27 Stati membri si sono presentati nel solito ordine sparso. Da un lato i paesi, almeno a parole, pronti allo scontro duro (Francia in primis), dall’altro paesi come Germania ed Italia, disposti a genuflettersi agli Usa, pur di proteggere le loro esportazioni. Quindi gli Usa si sono presentati alla trattativa con un’amministrazione solida, sicura di rimanere in carica per altri 3 anni e con un obiettivo chiaro.
L’Unione Europea è invece arrivata con 27 leader diversi, che, a rotazione, cambiano ogni 3 mesi ed ognuno con i suoi obiettivi. Il disastro di Ue era scontato, anzi, è strano che non sia finita molto peggio. Inutile girarci attorno, l’Unione Europea ha un grave e persistente problema di governance, e fin quando non sarà risolto, le cose non miglioreranno. Anche se capo dell’Unione, al posto di Von der Leyen, avessimo avuto Mario Draghi, Super Man o Gesù, il risultato sarebbe stato lo stesso.
Ad oggi Ue è ancora “teleguidata” dagli Stati. Ed ai leader europei, l’Unione, “serve” per liberarsi dalle loro responsabilità e per scaricare su qualcun altro errori e problemi (sport, da anni, molto praticato in Italia).
Il lato buono dell’accordo
Arriviamo infine ai termini dell’accordo. Perchè, dopo le violente critiche a Von Der Leyen e soci ed i primi pianti dei “coraggiosi” esportatori europei (soprattutto italiani), ci si aspetta una sorta di apocalisse commerciale per l’Unione Europea. In realtà, per fortuna, non stiamo messi tanto male. Dazi al 15% significa avere condizioni leggermente peggiori del Regno Unito (dazio al 10%, ma è un paese in deficit commerciale nei confronti degli Usa, non in surplus), e stesse condizioni del Giappone.
Gli altri stanno messi molto peggio. Con la Cina si tratta ancora, ma siamo attorno al 30%. Il Canada si prende un bel dazio del 35%, la Svizzera addirittura del 39%, fino ad arrivare alla Siria (noto paese esportatore) che si prende un inspiegabile 41%. Davvero numeri a caso. Insomma le esportazioni europee non dovrebbe subire grossi danni. Parte del dazio sarà assorbito dalle aziende, ed un’altra parte (probabilmente la più grande) dai consumatori americani (i veri perdenti di questo accordo, ed in generale dei dazi).
In merito all’impegno dell’Unione di acquistare gas americano per 750 mld $, la questione è più delicata. Perché se da un lato è ciò che i paesi europei stanno già facendo da 3 anni (liberarsi dal gas russo e trovare nuove forme di approvvigionamento), dall’altro la cifra è parecchio impegnativa. Insomma non sarà una passeggiata di salute. In merito agli investimenti delle aziende europee negli Usa per 600 mld $, aspettiamo chiarimenti, perché scritta così non significa nulla.
Le ombre sull’accordo
In verità ci sono altri elementi poco chiari in questo accordo, come spesso accade con gli accordi o le dichiarazioni di Trump. Innanzitutto la versione della Casa Bianca non coincide, su alcuni punti, con quella dell’Unione Europea. Inoltre per gli europei l’accordo non è giuridicamente vincolante ed è il punto di inizio della trattativa. Mentre per Trump & Co. l’accordo è fatto e finito. Insomma quest’accordo non sembra essere la fine della guerra commerciale, cominciata da Trump il 2 aprile, ma soltanto un suo importante momento. Speriamo almeno che, oltre ad essere appassionante, la storia abbia anche un lieto fine.



