Questa settimana a Davos ne abbiamo viste (e sentite) di ogni. Trump a caccia della Groenlandia, Zelensky in versione sveglia per l’Europa e l’improbabile Bord di Gaza. Non è un incubo o una delle liste di Salvini. È tutto vero (purtroppo). Per non perdersi niente di tutto questo caos, c’è YPOSTA, la rubrica di Young Popular Opinion, che prova ad evitarvi attacchi di panico e a raccontarvi gli eventi più importanti della settimana in maniera semplice ed ironica (per quanto possibile). Speriamo di riuscirci (soprattutto per gli attacchi di panico). Potrete ricevere questo articolo direttamente sulla vostra casella postale tramite una newsletter, che verrà inviata ogni domenica. Per riceverla direttamente, basta inserire la vostra mail qui.
Effetto Donald a Davos
Noi abbiamo a lungo ironizzato sulla storia di Trump ed il Nobel per la pace, probabilmente alle volte sovrastimando il ruolo che questo premio, a cui Donald evidentemente tiene molto, avrebbe giocato nelle scelte del Presidente americano. Forse però non ci siamo andati molto lontano.
In settimana infatti Trump ha mandato un messaggio al primo ministro norvegese (il Nobel per la pace viene assegnato dalla Norvegia) in cui, in maniera piuttosto schietta, ammette di comportarsi da cattivo ragazzo in quanto, a fare i buoni, si ottiene poco e soprattutto non si vince il Nobel. “Caro Jonas, il messaggio comincia così, considerando che il tuo paese ha deciso di non assegnarmi il Premio Nobel per la Pace per aver fermato otto guerre E ANCHE DI PIÙ, non mi sento più in dovere di pensare esclusivamente alla pace, anche se questa rimarrà sempre predominante, ma ora posso pensare a ciò che è bene e giusto per gli Stati Uniti d’America”.
Sono molte le cose che non vanno in questo messaggio. Innanzitutto il Primo Ministro norvegese non centra una mazza col comitato norvegese del Nobel per la pace. Quindi Donald o ha sbagliato il destinatario, o non ha ancora capito come funziona la procedura per l’assegnazione del premio da lui tanto ambito. Anche il “tono” vendicativo è difficile da giustificare, per non parlare poi dell’improbabile conteggio dei conflitti risolti. Nessuno ha capito come siamo arrivati ad 8 (ed anche più).
L’ottimismo è il profumo della vita
Noi però, ottimisti fino al midollo, possiamo affermare, senza tema di smentita, che c’è ancora speranza. Il messaggio di Trump, in fondo, è una dichiarazione d’amore per la pace. Certo non sarà più il suo solo pensiero (anche se, riflettendoci su, agli elettori americani aveva promesso di occuparsi esclusivamente di rendere l’America di nuovo grande. Ma vabbè probabilmente questa promessa l’avrà dimenticata, dopotutto parliamo di un signore di 80 anni ed anche più), ma la pace rimarrà, nonostante l’enorme torto subito, l’obiettivo predominante. Non è molto, lo sappiamo, ma visti i tempi che corrono, è pur sempre meglio di niente.
Missione Groenlandia

In settimana Donald è sceso a più miti consigli in merito alla sua nuova isola del cuore. Al world economic forum di Davos, dopo aver insultato a lungo gli europei (il suo nuovo sporto preferito, dopo il Golf), aver fatto più volte confusione tra Groenlandia ed Islanda ed aver sparato le solite 5/6 balle, alla fine una cosa degna di essere ascoltata l’ha detta. Ha infatti promesso di non voler prendere la Groenlandia con la forza e di lavorare con la Danimarca per un accordo. Quindi niente dazi ai paesi europei ribelli (quelli che avevano osato inviare “truppe”, 15 soldati, sull’isola) e tutto a posto, almeno per ora.
Per quanto sia piuttosto complesso immaginare cosa giri per la testa di Trump (forse molte volte non lo sa neppure lui), probabilmente sono stati i pesanti cali dei mercati finanziari, dovuti ad una possibile nuova guerra commerciale Usa Ue, a convincere Donald a scendere a più miti consigli e a trovare un accordo con la Danimarca. Accordo poi che da agli USA ciò che hanno già, cioè la possibilità di costruire basi militari sull’isola. Insomma, a questo giro, a vincere sono stati i paesi europei, e questa è una notizia.
Avere a che fare coi bulli
Dall’inizio del secondo mandato di Donald, infatti, avevamo assistito ad una inquietante schema: Trump minaccia e gli europei, spaventati dallo zio d’America cattivo, cedono a tutte le sue richieste. Però cedere dinanzi ad un bullo non è quasi mai una buona idea. Non solo non si ottiene nulla, ma il bullo, prima o poi, si farà vivo nuovamente. Tornerà con altre richieste, probabilmente più esose, scommettendo sul fatto di poter avere tutto, senza rischi o fatica. Se si vuole fermare un bullo, bisogna resistergli. Bisogna fargli capire che c’è un prezzo da pagare. Un prezzo, per lui, inaccettabile.
Gaza, dove eravamo rimasti
A Gaza, tra un bombardamento israeliano e l’altro, la tregua regge. Ora sarebbe il caso di procedere con la fase due del piano di pace di Trump, la parte difficile. La road map di ottobre prevedeva la creazione di un Comitato nazionale per l’amministrazione di Gaza (praticamente il governo) e del Consiglio di pace, organo composto da esperti e persone autorevoli, per supervisionare il Comitato stesso. Fin qui, tutto ok. Difatti questi organismi internazionali sono comuni. Le cose però si sono complicate quando si è trattato di comporre il Consiglio di pace. La prassi suggerirebbe di inserire nel Consiglio studiosi, membri di ong, politici e diplomatici. Però Trump va poco d’accordo con la prassi ed ancora peggio con gli studiosi. Per questo motivo il Consiglio di pace si sta trasformando in una strana creatura.

Il board dovrebbe essere composto dai leader dei più grandi paesi del mondo. Ma dato che non c’è spazio per tutti, si sta nel comitato per un anno, poi il seggio passa a qualcun altro. Se qualcuno vuole conservare la poltrona, deve pagare 1 miliardo $. La questione Gaza sarebbe poi soltanto la prima operazione di un comitato che, dovrebbe sostituire l’Onu. L’organizzazione delle Nazioni Unite, secondo Trump, sarebbe un fallimento (su questo è difficile dargli torto). Perciò bisogna creare un organismo alternativo , in grado di gestire le complicate relazioni internazionali. Ultima cosa del Consiglio (tutt’altro che ultima per importanza), nel Board Trump avrebbe un potere pressoché assoluto. Lui potrebbe invitare e cacciare membri oppure mettere veto sulle decisioni. Insomma qualsiasi cosa. In pratica la sua organizzazione privata.
Per ora l’iniziativa ha avuto un successo limitato. I leader europei (compresa Meloni) hanno declinato l’invito. Soltanto alcuni autocrati (Erdogan, Lukashkeno, e d altri) hanno accettato. Ma c’è ancora tempo per iscriversi, quindi è troppo presto per parlare di fallimento.
A Davos un po’ di spazio per la cara vecchia Ucraina
Al World economic forum di Davos non c’è stato però solo lo show di Donald Trump. In settimana infatti si è fatto vivo anche Zelensky. Il Presidente ucraino, con un discorso non proprio memorabile, ha provato a svegliare l’Europa dal suo torpore (tra qualche anno i discorsi contro l’Europa probabilmente diventeranno una nuova disciplina olimpica). Ha elencato tutte le cose realizzabili da un’Europa forte ed unita (tipo la pace in Ucraina), che però, non essendo nè forte nè unita, non fa (e spoiler non farà).
Nel frattempo però c’è ancora qualcuno che non si è arreso (faccio riferimento alla pace in Ucraina, ovviamente. Per l’Europa forte e unita, forse, è troppo tardi). Infatti ad Abu Dhabi si è tenuto un nuovo incontro tra le delegazioni di Ucraina e Russia, con gli Stati Uniti a fare da “pacere”, quindi meglio non farsi illusioni. Anche perché le cose non sono cambiate. I russi si vogliono prendere tutto il Donbass, senza concedere nessuna garanzia di sicurezza all’Ucraina, che, naturalmente, non può accettare un simile accordo (a meno di non voler accettare la propria scomparsa come paese).
Ovviamente i colloqui si sono chiusi con un nulla di fatto. Insomma anche oggi la pace in Ucraina si fa domani.
L’Italia oltre Davos
Asse Roma-Berlino, di nuovo
Venerdì Meloni e Mertz (cancelliere tedesco) si sono incontrati a Roma, per siglare un accordo tra Italia e Germania. Si tratta di un piano d’azione strategico per rafforzare la competitività dei due paesi e dell’intera Ue (quindi stiamo calmi con le aspettative). L’accordo è un po’ vago e riguarda tutto (difesa, energia, produttività, industria) e niente.
Come spesso accade, questi documenti hanno un valore più politico che pratico. Infatti dovrebbe fungere da base, per le discussioni del Consiglio Europeo di febbraio. Ma, soprattutto, serve per definire nuove alleanze all’interno dell’Unione Europea. Le difficoltà della Francia di Macron, infatti, stanno spingendo i tedeschi ad abbandonare il tradizionale asse con Parigi, e a rafforzare l’asse con Roma. Nonostante oggi il governo italiano appaia stabile e disciplinato, consiglierei agli amici tedeschi di lasciar perdere e provare con qualcun altro. Dopotutto l’ultima volta che tedeschi ed italiani si sono alleati, le cose non sono andate bene.
La tassa pacco
In questa newsletter abbiamo scritto diverse volte della legge di bilancio 2026 del nostro governo. Una manovra irrisoria, scritta e votata in ritardo, utile all’economia del paese quanto una mutanda in un film porno. La legge di bilancio, in realtà, aveva poco a che fare con l’economia. Serviva molto di più alla politica e, nello specifico, a tenere in piedi la maggioranza. Purtroppo, però, quando usi l’economia per tenere in piedi la baracca (politica), le cose finiscono male.
Questo è il caso della nuova tassa da 2 € sui pacchi provenienti dai paesi extra europei. Questo provvedimento era stato introdotto per fare cassa (il nostro Stato ha un cronico e disperato bisogno di soldi) e per eliminare la tassa sui dividendi finanziari (che rischiava di spaccare la maggioranza). La tassa però, entrata in vigore il 15 gennaio, sta danneggiando molto poco la Cina e molto di più l’Italia. Infatti prima ancora che la nuova tassa venisse applicata, era stato già trovato un modo per non pagarla (tra l’altro piuttosto banale). Basta infatti far arrivare i pacchi in qualche altro areoporto europeo (dove, almeno fino a giugno 2026, non ci saranno imposte di questo tipo) e portarli poi in Italia tramite tir (per fortuna, il mercato unico europeo permette di trasportare merci all’interno dell’Unione liberamente), ed il gioco e fatto.
Quindi per ora la nuova imposta non solo non sta portando gli introiti previsti (chissà adesso dove il povero Giorgetti raccatterà i soldi mancanti), ma sta anche svuotando gli aeroporti italiani di voli cargo (i voli che portano i pacchi).
Insomma anche questa volta il tentativo di usare l’economia per aggiustare la politica è stato un fallimento. I nostri eroi però, di questo siamo sicuri, non impareranno la lezione e ci riproveranno non appena ne avranno la possibilità. E falliranno ancora.
Per questa settimana è tutto. Se volete rimanere in contatto con noi, possiamo continuare a “vederci” su questa newsletter, basta iscriversi inserendo qui la vostra mail. Buona domenica!


