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YPOSTA: Settimana di rivelazioni

Tra il piano segreto (ormai non più tale) per piegare l’Iran finito malissimo, le primarie dei repubblicani in Kentucky e l’emorragia di parlamentari ed elettori nella Lega, questa settimana abbiamo scoperto un può di cose, E non ci è piaciuto quasi nulla. Per non perdersi niente di tutto questo caos, c’è YPOSTA, la rubrica di Young Popular Opinion, che prova ad evitarvi attacchi di panico e a raccontarvi gli eventi più importanti della settimana in maniera semplice ed ironica (per quanto possibile). Speriamo di riuscirci (soprattutto per gli attacchi di panico). Potrete ricevere questo articolo direttamente sulla vostra casella postale tramite una newsletter, che verrà inviata ogni domenica. Per riceverla direttamente, basta inserire la vostra mail qui.

Il mondo di Donald

Un accordo per Hormuz

Un’altra settimana è volata via e la guerra nel golfo Persico è ancora lì. Certo la tregua regge e le trattative di pace proseguono, tra mille difficoltà, ma la situazione è in stallo. Nel frattempo lo stretto di Hormuz rimane chiuso e la crisi energetica, già molto grave, peggiora inesorabilmente. Qualcosa però si muove, e non per forza nella giusta direzione. Pare infatti che Iran ed Oman stiano trattando per “privatizzare” lo stretto di Hormuz. In sostanza i due paesi stanno creando uno schema per obbligare tutte le navi che attraversano lo stretto a pagare un pedaggio. Questo sarebbe un grosso problema per gli Stati Uniti, impegnati ormai da molte settimane per riaprire lo stretto. Ma non solo. In verità sarebbe un problema per il mondo intero.

Settimana di rivelazioni: la mappa dello stretto di Hormuz
Lo stretto di Hormuz

Sempre più stretti

Lo stretto di Hormuz è uno stretto naturale. Quindi secondo la convenzione di Montego Bay del 1982 la navigazione dev’essere libera. Ora mi rendo conto della natura ormai puramente decorativa del diritto internazionale, però, un eventuale accordo Iran Oman metterebbe in crisi l’intera convenzione e creerebbe un precedente decisamente pericoloso. Infatti qualsiasi paese che si trova nei pressi di uno stretto potrebbe decidere di “nazionalizzare” il passaggio e chiedere un pedaggio. In questo modo il commercio internazionale (il motore della crescita economica) andrebbe a scatafascio. Per la tristezza di noi liberi scambisti (parlo sempre di commercio internazionale, non di scambi di coppia) e per la gioia di autarchici, centralisti e comunisti. Insomma alla fine vincerebbero i cattivi.

La pace impossibile

Anche per questo motivo gli Stati Uniti ed i paesi del golfo stanno sudando le famose 7 camicie per trovare un accordo. Lo aveva confermato persino Trump ad inizio settimana. Il presidente americano infatti, almeno a suo dire, era prontissimo a ricominciare i bombardamenti sull’Iran. Ma sul più bello (per Trump quelli sono i momenti più belli. Che ci vuoi fare, ognuno ha i suoi gusti) i paesi del Golfo lo avrebbero pregato di fermare tutto, in quanto sarebbero ad un passo dall’accordo. Quindi Donald ha lanciato il settimo (o forse l’ottavo, ormai ho perso il conto) ultimatum all’Iran: o accetta la proposta americana, gelosamente custodita dal Pakistan, oppure la loro civiltà sarà annientata. Naturalmente qui non si mette in discussione l’incredibile potenza dell’esercito americano (ad oggi il più potente del mondo). Ma dopo 7 finti ultimatum, non mi sorprenderebbe vedere l’Iran fregarsene della minaccia e continuare a resistere. Esattamente come sta facendo da un paio di mesi a questa parte. In ogni caso sono piuttosto insistenti le voci (non parlo di quella di Trump, a cui ormai non crede più nessuno) secondo cui questa volta la pace sarebbe davvero vicina.

Eterogenesi dei fini

Col conflitto in stallo, alcuni giornalisti del New York times si sono industriati, per scoprire il celebre piano che avrebbe dovuto potare gli Stati Uniti ad una vittoria totale sull’Iran. Piano poi evidentemente fallito. Ed oggi sappiamo anche cosa sarebbe andato storto. Secondo un articolo pubblicato in settimana sul New York Times, il piano prevedeva di “usare” Ahmadinejad, Presidente dell’iran nel 2005, come “testa di legno“. Un pò come sta facendo Delcy Rodriguez in Venezuela. Come però abbiamo più volte scritto, l’Iran non è il Venezuela e Ahmadinejad non è Delcy Rodriguez. Ahmadinejad infatti era ed è un oltranzista anti israeliano di ferro. Secondo lui l’olocausto è un’invenzione degli ebrei, mentre lo Stato di Israele dovrebbe scomparire dalle cartine geografiche. (Gli Stati Uniti volevano mettere a capo del nuovo regime iraniano uno così. Cosa sarebbe mai potuto andare storto). Trump puntava molto però, non senza un’elevata dose di ottimismo, sul risentimento covato da Ahmadinejad nei confronti della Repubblica islamica. Il vecchio leader infatti negli ultimi anni è stato ostracizzato e messo da parte. E lui l’avrebbe presa malissimo, tanto da essere disposto a tradire il suo paese e a fare un’incredibile salto della quaglia. Come sappiamo in realtà le cose sono andate poi in maniera diversa.

Il piano

Durante i primissimi giorni della fallimentare operazione Epic Fury (ormai possiamo pacificamente definirla così), gli israeliani hanno effettivamente bombardato la casa di Ahmadinejad, uccidendo i soldati di guardia e ferendo l’ex presidente. A quel punto sarà stato per il ferimento, sarà stato per il vecchio odio, chi lo sa (e molto probabilmente non lo sapremo mai) Ahmadinejad è scappato ed ha fatto perdere le sue tracce. Quindi cari saluti alla testa di legno, al regime change ed all’intera operazione.

Il modus operandi

E’ tutto molto deprimente, lo so. Pensare che il Presidente degli Stati Uniti, a capo dell’esercito più forte del pianeta, leader del mondo libero, possa lanciare il suo paese (ed anche il mondo intero) in un’operazione militare con tanta disinvoltura e sciatteria è davvero inquietante. Eppure non tutti la pensano così.

Nel Regno di Donald

In settimana infatti si sono tenute in Kentucky le primarie del partito repubblicano, per scegliere il candidato alle prossime elezioni di metà mandato, che si terranno a novembre e a cui Trump non arriva proprio benissimo. La guerra in Iran sta andando male, il prezzo della benzina continua ad aumentare, l’inflazione sale e l’occupazione scende. Ed anche quando Donald prova a rompere un po’ la monotonia andando all’estero, i guai non mancano. Infatti all’incontro con il presidente cinese Xi Jinping, summit ricordiamolo totalmente inutile, Trump è riuscito comunque a fare una figuraccia. Si è presentato in Cina senza sapere nulla del paese, esattamente come un ragazzino che voleva marinare la scuola per saltare l’interrogazione ma, scoperto all’ultimo momento, è costretto ad entrare e a fare scena muta davanti a tutti.

Nonostante tutto ciò, però, almeno a casa sua Donald rimane ingiocabile. Dicevamo delle primarie in Kentucky. Nel 4 distretto si vota tra due candidati molto diversi tra di loro. Thomas Massie, veterano libertario in Congresso dal 2012, noto per la sua indipendenza e per aver criticato più volte Trump (in alcuni casi ha anche chiamato a raccolta gli anti maga, per opporsi alle “politiche” del presidente). Mentre lo sfidante era Ed Gallrein, un ex Navy SEAL, praticamente sconosciuto a tutti. Era lì solamente perchè fortemente sostenuto da Donald Trump. La campagna è stata dura, entrambi non hanno fatto prigionieri ed in verità non hanno neppure badato a spese. Alla fine della “festa” sono stati spesi 32 milioni di $, ed a vincere è stato Ed Gallrein. Le elezioni in Kentucky confermano, ancora una volta, il dominio incontrastato di Donald Trump all’interno del partito repubblicano. Caos itlChiunque prova a criticarlo o ad opporsi a lui è politicamente morto. E ciò, lo confesso, non è per nulla rassicurante.

Caos Italia

Parlando di partiti di destra e di persone politicamente morte non possiamo non parlare un po’ del governo del nostro paese. Non che in settimana ci siano state clamorose svolte, Anzi. Fratelli d’Italia, Lega e Forza Italia non perdono occasione per litigare su tutto. Dalla cittadinanza alla legge elettorale, non c’è tema all’interno della maggioranza su cui si riesce a trovare un accordo. A dire il vero nemmeno un punto. Ma, oltre alle ormai solite baruffe e ai soldi (pochi) buttati nel cesso ancora sull’Ilva e sulla proroga degli sconti sulle accise della benzina (misura stupida, prim’ancora che anti economica), stanno succedendo altre cose.

Nella Lega di Salvini, per esempio, prosegue l’esodo di parlamentari verso Futuro Nazionale, il partito fondato da Roberto Vannacci, eurodeputato lanciato, politicamente parlando, proprio dalla Lega e da Matteo Salvini. Questa volta è stato il turno di Laura Ravetto che, forse nostalgica dei bei tempi passati assieme al generale, ha mollato tutto ed ha cambiato casacca. Certo a dirla tutto, Ravetto non è poi nuova a questo tipo di azioni. Già nel 2020 passò da Forza Italia alla Lega. Secondo molti Ravetto avrebbe fatto armi e bagagli perché messa in disparte nell’ultimo periodo e perché teneva di non essere ricandidata in un collegio sicuro (come se al momento esistessero seggi sicuri per la Lega). Il suo abbandono, però, è sintomo di un’insofferenza sentita da molti parlamentari all’interno della Lega. Si vocifera infatti di alcune difficoltà nella gestione del partito, il cui segretario è Matteo Salvini. Infatti altri parlamentari sarebbero pronti a seguire le orme di Ravetto. Ma questo per Salvini, al momento, è il minore dei mali.

Emorragia

La lega infatti in questa settimane non sta perdendo solo parlamentari, ma anche elettori. Tutti i sondaggi danno in grossa difficoltà il partito di Matteo Salvini ed in grande ascesa proprio Futuro Nazionale. Ed è facile capirne il motivo. Roberto Vannacci non è al governo. Quindi può promettere la remigrazione, la fine della criminalità, un nuovo boom economico e persino la possibilità di mangiare come se non ci fosse un domani senza ingrassare. Salvini invece, attualmente vice Presidente del Consiglio e Ministro dei trasporti, non può. Certo in questo momento probabilmente sente una voglia matta di mollare tutto e passare all’opposizione (in settimana ha addirittura aperto alla possibilità di elezioni anticipate), ma sarebbe una mossa troppo stupida persino per i suoi standard. Con quale faccia poi tornerebbe dai suoi “alleati”, dopo aver fatto cadere il governo. E quindi al momento rimane lì, piuttosto immobile a sbraitare cose molto di destra, per inseguire vanamente Vannacci, spalancando così le porte alla sconfitta. Perché in politica, come d’altronde nella vita, tra la copia e l’originale le persone sceglieranno sempre l’originale. Ed oggi il generale può permettersi di mostrarsi come il solo duro e puro esponente della vera destra italiana, magari anche con un pizzico di fascinazione verso il ventennio. Salvini invece n’è soltanto la copia sbiadita.

Altre notizie della settimana

In settimana, nel Regno Unito, l’ormai celebre sindaco di Manchester Andy Burhnam, deciso a sfidare Keir Starmer per la leadership del partito laburista, ha ufficialmente avviato la campagna elettorale per le suppletive nel collegio di Makerfield. Dovesse vincere, potrebbe entrare alla camera dei Comuni e quindi sfidare l’attuale primo Ministro. In Ucraina le cose vanno sempre peggio per Putin. Ormai non solo il leader russo l’avanzata verso Kiev se la può soltanto sognare, ma anzi deve anche stare attento a non prenderne troppo da Zelensky. In Italia una campagna promozionale di quel demone di Matteo Renzi ha fatto infuriare Meloni. Si tratta di cartelloni che si rifanno esplicitamente al ventennio e la nostra Presidente non l’ha presa bene. In Congo l’epidemia di Ebola continua a dilagare, tanto da mettere in discussione la presenza della nazionale di calcio ai prossimi Mondiali. E forse chissà la competizione stessa.

Settimana di rivelazioni: la campagna pubblicitaria di Italia Viva
Cartelloni della campagna pubblicitaria per il 2×1000 ad Italia Viva

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