Metal Gear Solid 2: Sons of Liberty approdò ben 25 anni fa sulla seconda console di casa Sony. Non solo il diretto sequel di uno dei videogiochi più apprezzati e iconici di sempre, ovvero Metal Gear Solid del 1998, ma un titolo ancora attualissimo e per certi versi profetico dato quello che sta succedendo oggi nel mondo.
Metal Gear Solid 2 : un capolavoro incompreso
Metal Gear Solid 2: Sons of Liberty non fu accolto benissimo all’uscita, nel lontano 2001. I fan del primo capitolo della saga fremevamo dalla voglia di riprendere il controllo di Solid Snake dopo gli eventi di “Shadow Moses”. E invece no: il trailer del nuovo gioco mostrava sì Solid Snake, ma le immagini provenivano dal solo prologo, dopo il quale Snake esce di scena. Una vera e propria “trollata” che costò al game director Hideo Kojima quella che definiremmo oggi una “shit-storm”. Il main-character di Sons of Liberty è infatti Raiden, che è agli antipodi di Snake: giovane, inesperto, biondino e quasi effemminato.

Dopo la scomparsa di Snake, Raiden prende il suo posto. Sotto la guida del Colonnello Campbell si infiltra nella “Big Shell”: una gigantesca struttura di decontaminazione in mezzo all’oceano. La missione è la seguente: salvare il Presidente degli Stati Uniti. Egli è tenuto lì in ostaggio da un gruppo di terroristi che si fa chiamare – appunto – “Sons of Liberty”.
Da questo punto in poi, il gioco prosegue in maniera coerente col primo Metal Gear Solid. Raiden va avanti nella sua missione, facendo fuori in maniera silenziosa svariati terroristi e personaggi eccentrici in pieno stile Kojima. Poi, però, si scopre non solo che su Big Shell è presente un Metal Gear (oh, che sorpresa!), il carrarmato bipede capace di lanciare missili nucleari che dà il nome alla saga; me che ce ne sono tantissimi a bordo, e che Big Shell stessa è un Metal Gear. La struttura non è altro che la copertura per lo sviluppo di un’arma ancora più terrificante: l’Arsenal Gear, una vera e propria portaerei per Metal Gear animata dall’intelligenza artificiale “GW”.
Ed è a questo punto che il gioco cambia completamente direzione. Se per 3/4 della storia il giocatore si muove per Big Shell con un perenne senso di “déjà vu”, nell’atto finale l’atmosfera si fa quasi horror. Niente sangue, nessun mostro o assassino: solo la dura realtà del mondo, la quale prima investe Raiden e poi il giocatore. Non sei tu a giocare a Metal Gear Solid 2: è quest’ultimo a giocare con te. Tutta la situazione di Big Shell si rivela essere orchestrata dai “Patriots”, che in Metal Gear Solid rappresentano una sorta di “nuovo ordine mondiale”. Tutto all’insaputa di tutti, compresi i Sons of Liberty e il loro capo, Solidus Snake (che no, non è Solid Snake ma una sorta di suo “fratello malvagio”, e nemmeno l’unico o tantomeno il più cattivo).

«Raiden, spegni subito la console! La missione è fallita!», e il sangue ti si gela. Il Colonnello Campbell, che comunica a distanza con Raiden, si rivela per quello che è. Si tratta di un’IA mossa da Arsenal Gear e quindi dai Patriots, ora impazzita a causa di un virus informatico che ha infettato GW. “GW”, come “George Washington”, primo Presidente degli Stati Uniti d’America, che 220 anni prima degli eventi del gioco – ambientato nel 2009 – salì al potere. Finalmente i Patriots si decidono, attraverso la voce distorta del Colonnello e di Rose – la fidanzata di Raiden – a svelare i loro piani.
I Patriots, attraverso Arsenal Gear e la sua IA, vogliono porre un filtro sull’informazione mondiale, che nella nascente era di internet – ricordiamo che era il 2001 – secondo loro necessita di una “mano invisibile” che la governi. In quest’ottica, la questione di Big Shell non è altro che un esperimento volto a capire quanto la mente umana possa essere manipolabile. Non si tratta di salvare il Presidente, né di distruggere l’ennesimo Metal Gear o tantomeno una simulazione per trasformare Raiden nel nuovo Solid Snake. Si tratta del progetto S3: “Selection for Societal Sanity”, uno spettacolo di burattini da replicare su scala planetaria. Il giocatore stesso viene manipolato, attraverso Raiden, nel compiere azioni senza farsi troppe domande. Questo solo perché il gioco “ci dice di fare così”. Paradossalmente l’unica soluzione per battere il gioco sarebbe smettere di giocare.
In Metal Gear Solid 2, i Patriots non si mostrano mai in carne e ossa, ma solo tramite la voce del Colonnello e di Rose. Delle inquietanti entità estranee, quasi lovecraftiane, che negli ultimi momenti di gioco si lasciano andare in un lungo monologo dove espongono le loro distorte ragioni:

Ci sarebbero una marea di spunti di riflessione tra queste parole, ma il concetto su cui l’opera pone di più l’attenzione per tutta la sua durata è quello di “meme”. La vostra mente vi starà sicuramente indirizzando verso tutta una serie di template diversi, dal “Doge” a Spongebob, su cui scrivere la qualunque per poi postarli sui social sperando in qualche like o faccina che ride con le lacrime agli occhi. Non si tratta di quello, o almeno non in origine. Per “meme” il biologo Richard Dawkins, nel suo saggio Il Gene Egoista del 1976, intende “un’unità di trasmissione o imitazione culturale”. Praticamente il corrispettivo culturale del “gene”, che invece era il fulcro delle vicende del primo Metal Gear Solid. Un “meme” può essere un’idea, un concetto, ma anche un tormentone, una melodia o una moda.
A differenza del gene, dicono i Patriots, il “meme” non subisce alcuna selezione naturale, soprattutto non nell’era digitalizzata. Internet è una discarica di informazioni spesso superflue e fuorvianti, che allontanano l’umanità dalla verità e dalla sua “versione migliore”. In poche parole: qualcuno deve controllare questo flusso di informazioni. Qualcuno deve controllare la verità.
Il presente tra meme, IA e manipolazione della realtà
Era il 2001: il nuovo millennio si apriva con il Nokia 3310 nelle case di tutti, il debutto di Windows XP e una situazione tesissima tra Occidente e Medio Oriente. Osama bin Laden aveva infatti sconvolto l’America e il mondo intero, dando a George W. Bush un motivo per invadere l’Afghanistan. Poco più di 2 mesi dopo l’attacco alle Torri Gemelle uscì su PlayStation2 Metal Gear Solid 2: Sons of Liberty, ma con una scena tagliata. Il gioco, infatti, nel finale prevedeva un filmato dove l’Arsenal Gear si schiantava su New York, provocando la distruzione di una parte della città. Sequenza poi ovviamente rimossa in fase di sviluppo a causa dell’11 settembre.
È il 2026: il nuovo millennio è già a un quarto del suo primo secolo. In tutte le case c’è una friggitrice ad aria, Windows è alla sua undicesima versione e la situazione tra Occidente e Medio Oriente è ancora tesissima. Pochi giorni fa, le forze congiunte di USA e Israele hanno sferrato un violento attacco all’Iran per una non meglio precisata “minaccia nucleare”. Tantissime le vittime, tra cui la Guida Suprema del paese, Alī Ḥoseynī Khāmeneī. Ma cosa c’entra questo con Metal Gear Solid 2?
Oggi i Patriots non esistono (per quanto ne sappiamo). Ma ci sono deepfake, IA generative, algoritmi, strumentalizzazione dell’informazione e campagne di disinformazione capaci di creare realtà alternative in pochi minuti. Nel 2001 era fantascienza, ma nel 2026 è semplicemente internet. I media odierni colgono ogni pretesto, in particolare i conflitti armati, per portare avanti narrazioni che non vogliono più raccontare la realtà, ma piuttosto plasmarla. La verità diventa di conseguenza un pendolo che oscilla tra bandiere di colore diverso.

Esempi recenti sono le immagini generate con IA del corpo di Khāmeneī recuperato tra le macerie dopo l’attacco di USA e Israele, condivise dai media iraniani. Oppure la condotta di Israele per quanto riguarda la situazione a Gaza. Nella lista abbiamo: impossibilità di accesso ai giornalisti nel territorio palestinese, diffusione di fake-news riguardo i gazawi e Hamas ( New York Times), controllo e censura dei media domestici (Al Jazeera). O ancora Donald Trump, che più volte ha alimentato teorie del complotto (sul vero luogo di nascita di Barack Obama), diffuso notizie non verificate (presunte frodi elettorali nel 2020) o condiviso contenuti alterati per screditare i suoi avversari, soprattutto durante la campagna presidenziale del 2024. E si potrebbe continuare per ore, citando qualsiasi media, piattaforma o personaggio politico.
Viviamo in un presente dove l’informazione rischia sempre di più la monopolizzazione totale da parte di pochi attori con interessi ben precisi. Abbiamo la famiglia di Rupert Murdoch che controlla l’impero mediatico News Corp, che comprende Fox News, The Wall Street Journal, il New York Post e il The Sun. Oppure il gruppo tedesco Axel Springer in Europa, che dal 1946 a oggi si è allargato fino a possedere testate internazionali come Politico, Business Insider e Bild.
Ma se vogliamo rimanere in territorio nostrano possiamo guardare a un passato non troppo remoto e fare il nome di Silvio Berlusconi. Il “Cavaliere” per molto tempo ebbe contemporaneamente un piede nella televisione privata – con il gruppo Mediaset – e uno nel Governo del paese, e di conseguenza in RAI e quindi nell’informazione pubblica. Oggi le cose non sono cambiate troppo in Italia, con i più grandi quotidiani controllati da gruppi industriali o finanziari. Il gruppo GEDI detiene La Repubblica e La Stampa. Ma non solo: anche radio come Deejay e Capital con i rispettivi canali televisivi. Nel 2020 GEDI è stato acquisito da Exor, della famiglia Agnelli-Elkann. O, ancora, RCS MediaGroup, con Il Corriere della Sera e La Gazzetta dello Sport. RCS, a sua volta, fa parte di Cairo Communication di Urbano Cairo, proprietario di La7.

Ma i veri “Charles Foster Kane” del 21esimo secolo (guardate Quarto Potere, fatevi un favore) sono oggettivamente i padroni degli algoritmi. Gente come Elon Musk con X, Mark Zuckerberg con Meta (e quindi Facebook, Instagram, Threads e Whatsapp), o aziende come Alphabet Inc. (che controlla Google, il motore di ricerca più usato al mondo) e ByteDance, proprietaria di TikTok. TikTok che, tra l’altro, nel territorio statunitense si affida alle infrastrutture per la gestione dati di Oracle Corporation, fondata da Larry Ellison. La famiglia Ellison, molto legata a Donald Trump, a sua volta (sì, è uno dei tanti rabbit-hole di questa faccenda) – dopo la disdetta di Netflix – probabilmente acquisirà Warner Bros Descovery attraverso il gruppo Paramount-Skydance, guidato da David Ellison – figlio di Larry – rafforzando la sua posizione nell’industria dell’intrattenimento.
L’algoritmo è, a conti fatti, una forma di filtro per l’informazione. Un codice che seleziona al posto nostro, in base alle nostre interazioni precedenti, i contenuti e le notizie che appariranno nella home dei nostri social. Possiamo dire che Hideo Kojima, con Metal Gear Solid 2: Sons of Liberty, ci avesse visto lungo 25 anni fa. Ovviamente la radice di queste tematiche risale a opere ben precedenti, come 1984 di George Orwell. Ma Kojima – con il suo gioco – è riuscito non solo ad attualizzare determinati argomenti, ma anche a prevedere, in maniera abbastanza precisa seppur estremizzata per ragioni narrative, una deriva quasi distopica per la nostra società.
Ma Metal Gear Solid 2 non sarebbe stata l’ultima volta: nel 2019, con Death Stranding, Kojima ha anticipato un mondo dove una sorta di cataclisma ha costretto l’umanità a dividersi e a rintanarsi in casa, con la conseguente sparizione del contatto fisico. Sappiamo tutti cosa sarebbe successo da lì a poco.

Ora, dando per scontato che il game designer giapponese non disponga di abilità di preveggenza o divinazione (in caso contrario non mi stupirei comunque), chiudiamo il discorso con una riflessione finale. Viviamo in un presente dove ogni singola notizia, anche la più piccola, è un grado di raggiungerci in pochi minuti e polarizzare l’opinione pubblica. Che sia l’ennesimo bombardamento in Medio Oriente o un’inondazione in un angolo remoto del pianeta, sarà sui nostri telefoni in un battere di ciglia.
Abbiamo tutti i mezzi necessari per comprendere, o quantomeno intuire, cosa stia accadendo nel mondo. Al punto che basta ragionare – più una certa dose di creatività – per prevedere con largo anticipo precisi meccanismi politici, mediatici e sociali. Certamente determinate opere di finzione “profetiche” possono essere catalogate come “casi limite”, ma è importante capire cosa noi – in quanto cittadini del mondo – nel nostro piccolo possiamo fare per salvaguardare la libertà che ci resta.
Sarà anche un appello banale, ma nella nostra epoca è più che mai cruciale approcciarsi all’informazione in maniera estremamente consapevole. Consultare sempre più di una fonte, mai prendere per oro colato le parole di qualcuno solo perché ci sta simpatico, o anche – ed è forse la cosa più importante al giorno d’oggi – utilizzare tool che smascherino immagini, video o testi realizzati con l’IA: sono tutti atteggiamenti che forse vi faranno perdere qualche minuto in più del vostro prezioso tempo, ma ne vale la pena. Sicuramente meglio che contribuire agli interessi di qualcuno che non ha a cuore il bene comune.


