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Riccardo Iacona, tra Presa Diretta e il mestiere del giornalista

Il celebre conduttore di Presa Diretta Riccardo Iacona si è concesso ai microfoni per una intensa serata al Festival dei Teatri d’Arte Mediterranei, tra riflessioni sul futuro del giornalismo e anticipazioni della nuova stagione del programma d’inchiesta.

Fra le ruine di Caposele

Formia, 29 agosto. Porta con sé tutto il fascino e la saggezza da giornalista di grande esperienza, lui che ha avviato i primi passi della propria carriera nei lontani anni Ottanta, in una Rai che oggi non c’è più. Alla ventiduesima edizione del Festival dei Teatri d’Arte Mediterranei, per l’organizzazione del Collettivo Teatrale Bertolt Brecht, Riccardo Iacona si concede per una lunga serata raccontando le sue battaglie di oggi e di ieri, confrontandosi sulle difficoltà che nel presente attraversano il mondo dell’informazione quanto la televisione pubblica.

Così, tra le ruine antiche dell’area archeologica di Caposele, le domande di una frizzante Graziella Di Mambro trovano spazio per ogni argomento: dagli albori in Samarcanda, passando per il ruolo dei social media nel dibattito contemporaneo e l’importanza del giornalismo d’inchiesta, fino ad arrivare alle nuove puntate di Presa Diretta, in onda dal 13 settembre con la nuova stagione e di cui possiamo riportare delle anticipazioni da lui rivelate.

Dunque, riprendiamo qui alcuni momenti salienti della serata, da cui – sono convinto – emergano numerosi spunti di riflessione sulla realtà del nostro Paese.

Costruire un immaginario collettivo

Ho pensato di cominciare dalla notevole risposta sul valore della televisione come mezzo di comunicazione e di formazione del cosiddetto immaginario collettivo, in un’epoca egemonizzata dai social network, i quali hanno sicuramente rivoluzionato numerosi aspetti della nostra vita quotidiana e tra questi la maniera di fruire l’informazione. Così Iacona, con un leggero aggiustamento del parlato:

«oggi le notizie rimbombano dappertutto, creando un chiodo schiaccia chiodo»

«Io credo che oggigiorno le televisioni generaliste tendano ad inseguire i social, con il rischio di divorarsi l’un l’altro. Mi spiego: grandi racconti che ruotano attorno ai casi di cronaca sono diventati pane quotidiano attraverso un ping-pong che si autoalimenta. Ad esempio, la vicenda di Garlasco è nata nei social, per poi essere ribattuta dalla televisione giorno dopo giorno, per un racconto che non finisce mai.

Il punto è che la televisione è diventata meno importante proprio nella costruzione dell’immaginario collettivo di cui un giorno era alla base, e ciò riguarda l’informazione allo stato puro. Io ho iniziato a lavorare nel 1988, un ragazzino alla terza rete, quando questa era nata da pochi anni e alla sua guida c’era un direttore come Angelo Guglielmi che la proiettava tutta sul racconto della realtà. E io lavoravo con Michele Santoro a Samarcanda, dove portavamo solo pezzi.

Riccardo Iacona Presa Diretta

La Rai è stata per anni il luogo dove si costruiva l’immaginario del Paese, dove ci si parlava. Per questo voglio usare la piattaforma di Presa Diretta affinché il paese torni a parlarsi: c’è un vuoto che va riempito di buona informazione. Non basta la notizia, oggi le notizie rimbombano dappertutto, creando null’altro che un chiodo schiaccia chiodo. Ci vuole un posto dove la complessità di ciò che accade possa essere vissuta di nuovo assieme.

Insieme ai colleghi, nel 2009 abbiamo avviato Presa Diretta: un programma che, per sua natura genetica, ha l’ambizione di raccontare la realtà nella sua dimensione narrativa, quasi come un film, prendendosi tutti i rischi e tutto il tempo del racconto. Così è ancora oggi, e lo vedo anche nei colleghi. Tornati dalle vacanze, ci siamo ritrovati come ragazzini con i Lego: il materiale premontato tra giugno e luglio era già lì, e discutevamo impulsivamente su cosa mettere prima o dopo.»

Con il microfono e la telecamera

Un altro approfondimento molto interessante trattato da Iacona riguarda la stessa definizione di giornalismo d’inchiesta. Di Mambro, infatti, ha intelligentemente chiesto cosa voglia dire essere giornalista, e come spiegare la differenza che è data dalla specificazione d’inchiesta:

«l’inchiesta è far sì che il Paese apra gli occhi»

«La questione è che spesso noi lavoriamo per categorie, e attorno a queste costruiamo dei muri. Ma io penso l’opposto: se fossi direttore di un telegiornale, farei inchiesta anche con il pezzo di un minuto e mezzo, magari facendo un po’ meno pastoni politici e recuperando quello spazio per raccontare cosa succede a Formia, o in Sicilia, o in Nepal.

Il telegiornale, difatti, è un posto straordinario, fatto di centinaia di giornalisti e periodiche edizioni: questa cosa permette di non mollare la notizia, di non trasformarci in fiume di notizie in cui una scaccia l’altra, dimenticando cosa è successo il giorno prima. Con più edizioni si può portare avanti una campagna su alcuni temi, aggiornandoli continuamente. E questa è già una forma d’inchiesta.

Poi ci sono i pezzi più lunghi, che si trovano in luoghi sempre più rari dedicati esclusivamente al reportage. Lì cambia la dimensione del racconto, ma non l’obiettivo dell’inchiesta. Il tempo, che nell’informazione quotidiana è un ostacolo, per noi diventa una risorsa.

E l’inchiesta non è solo scoprire il malvivente o tirare fuori le carte di un processo prima sconosciute, bensì è anche far sì che il Paese apra gli occhi su una situazione che altrimenti resterebbe fuori dal dibattito pubblico, e comprendendo, ad esempio, cosa sta accadendo al settore dell’automotive, o perché abbiamo tanti gigawatt di energie rinnovabili che sono installabili ma non vengono installati, o, ancora, quale meccanismo produttivo rallenta la nostra capacità di competere in Europa.

Giusto prima di arrivare qui abbiamo ultimato un reportage sull’Electrolux, che manderemo in onda nella prima puntata. Non voglio anticipare troppo: siamo andati davanti alla fabbrica di Forlì, dove si producono le cappe, e un operaio ci ha raccontato che un tempo la produzione era artigianale, chi entrava ci metteva mesi per imparare, mentre adesso le cappe le può fare chiunque. Lui aggiunge: “…e quel chiunque non sono io“. È una frase che andrebbe scolpita: da sola, racconta i processi lavorativi nel tempo, il fatto che siamo scesi nella catena del valore, per cui quello che facciamo lo posso fare i polacchi, poi i cinesi, è così via, dappertutto – perché quel chiunque non sono io. 

Ma sono delle parole che non avresti mai ottenuto senza prendere il microfono e la telecamera per andare a parlare davanti a una fabbrica in crisi.»

Tornare a parlarsi

Oltre al servizio sull’Electrolux, però, non è mancata l’occasione per conoscere i temi e le questioni che verranno trattate nella prossima stagione di Presa diretta, in onda dal 13 settembre e fino all’ultima domenica di ottobre:

«siamo state delle Cassandre poco ascoltate, ma avevamo detto la verità»

«Vi anticipo con molto piacere alcuni temi di cui parleremo. Ormai manca poco, e queste sono settimane durissime: proprio in questi giorni abbiamo terminato il montaggio della prima puntata.

Cominciamo con un tema di grandissima attualità, e che fa parte del nostro repertorio dal momento che la trattiamo da più di dodici anni: mi riferisco al cambiamento climatico. Abbiamo iniziato a lavorarci quando la vicenda era ancora confinata tra i pannelli degli scienziati e il negazionismo imperava. Lo abbiamo fatto andando in Artico due volte per osservare lo scioglimento dei ghiacciai, oppure seguendo il comportamento del Mar Mediterraneo e le conseguenze di queste trasformazioni provocate dall’azione umana. Siamo state delle Cassandre poco ascoltate, ma avevamo detto la verità.

La puntata si chiamerà Fossili al governo, perché, dopo un periodo di attenzione a combattere le conseguenze del riscaldamento globale e a ridurre le emissioni, quello stesso impegno è venuto meno. E dal Green Deal siamo passati alla neutralità tecnologica, e ogni volta che si parla di transizione energetica c’è chi ricorre alle ideologie.

Riccardo Iacona Presa Diretta

Anche per questo abbiamo voluto che quest’anno Presa Diretta guardasse soprattutto dentro il Paese, dentro l’Italia. Ovviamente ci saranno gli esempi esteri, perché raccontare il Paese solo dal proprio punto di vista non renderebbe conto della complessità di ciò che ci accade attorno, eppure vorremmo che l’Italia tornasse a parlarsi anche attraverso Presa Diretta.

Altri temi? Ci sarà una puntata dedicata ad Epstein e alla rete che ha costruito, con l’aspetto legato alla pedofilia, già terribile di per sé, che non esaurisce il racconto della rete di potere e di ricatto attorno a lui. Parleremo di Meta e le dipendenze digitali: un approfondimento sulle conseguenze della sentenza che ha colpito il colosso di Zuckerberg, che ha dovuto patteggiare per una multa da miliardi di dollari, pur di far cadere le accuse di essere un motore di dipendenza per gli adolescenti. O, ancora, ci sarà un servizio sulla rivoluzione farmacologica, industriale ed economica innescata dall’Ozempic e dalle sue varianti: nato per combattere l’obesità, oggi questa farmaco si sta allargando alla lotta contro le dipendenze – alcol, fumo, droghe – con studi straordinari che noi presenteremo.

Ma ci sarà molto altro ancora, e noi non vediamo l’ora di mostrarvelo.»

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