Spider-Man: Brand New Day segna il ritorno dell’Uomo Ragno al cinema dopo 5 anni. Gli incassi sono da capogiro e le recensioni entusiaste, ma sarà davvero un nuovo inizio per il personaggio?
Aspettative su Spider-Man: Brand New Day
Maguire aveva dalla sua un grande autore come Sam Raimi alle spalle. Andrew Garfield, invece, poteva contare sulla chimica con la sua co-protagonista, Emma Stone. Ma Tom Holland? Per cosa ricorderemo il suo Spider-Man? Prima di questo Brand New Day non avrei saputo dare una risposta certa; ma ora sì, e ci arriviamo.
Partiamo col dire che non ho mai sopportato troppo il “Bimbo Ragno” introdotto in Civil War come protégé di Tony Stark. Quest’ultimo a una certa sembrava essere diventato più importante dell’Arrampicamuri nei suoi stessi film. Inoltre ho sempre poco amato il fatto che questo Spider-Man fosse più spesso coinvolto in battaglie cosmiche/multiversali piuttosto che a New York. Però Tom Holland in sé l’ho sempre trovato un casting azzeccato: giovane, atletico, simpatico, faccia da bamboccio scemo. E mi è piaciuto ancora di più in Spider-Man: No Way Home. Uno dei migliori elementi di quel film era proprio la sua interpretazione attoriale: varia, intensa, molto fisica.
Ma, finita la prima trilogia nel MCU (che nel complesso trovo al massimo discreta), e venuto a conoscenza dei rumor che parlavano di un ritorno al lato più urbano del personaggio, di cui si sentiva tanto la mancanza, ho potuto iniziare a nutrire delle aspettative positive. Aspettative che sono addirittura aumentate dopo aver notato alcune cose promettenti nei trailer. Per esempio l’enfasi su New York e il “web swinging”, il costume pratico e non in CGI, Peter Parker afflitto da problemi quotidiani (sì, noi fan amiamo talmente tanto questo personaggio da volerlo vedere soffrire).
Avevo anche delle forti riserve, legate più che altro alla mole di personaggi e di possibili sottotrame infilateci dentro. Ricordiamoci che Spider-Man 3 e The Amazing Spider-Man 2 hanno deluso quasi tutti proprio per questo motivo. Temevo quindi l’effetto “luna park”, ma mi sono comunque seduto in sala contento di stare per vedere un film sull’Uomo Ragno.
Un Ragno a New York
Finalmente la New York difesa da questo Spider-Man prende forma, in primis esteticamente. Se nei tre film precedenti potevamo scorgerla solo grazie a poche scene, qui invece è protagonista quasi quanto Peter Parker. La Grande Mela “al neon” di No Way Home qui fa spazio a una città decisamente più credibile e riconoscibile. Nei primissimi minuti la pellicola trova un modo molto intelligente per mostrarci New York sotto quante più luci possibile: di giorno, di notte, all’alba, al tramonto, con la neve e con la pioggia. Essa acquisisce subito una tridimensionalità visiva che trova poi riscontro per tutto il resto della pellicola.
Si percepiscono anche gli echi delle versioni passate: di giorno il Sole richiama un po’ il calore quasi fiabesco di Raimi, mentre di notte il contrasto tra luce e ombra si avvicina a The Amazing Spider-Man; e a tratti mi è tornata in mente anche la New York del primissimo Avengers. Ma questa città può comunque vantare un proprio carisma molto fumettistico. Lo spettatore sa quanti personaggi assurdi vi si annidino, i quali potrebbero tranquillamente avere a che fare con l’Uomo Ragno, che siano villain o alleati.
E poi Spider-Man volteggia. Ci sono voluti solo dieci anni per vedere questo Spider-Man fare le capriole come si deve tra i grattacieli di NY, ma alla fine è successo. E che capriole poi. L’approccio al web swinging più “analogico” – si fa per dire – del regista Destin Daniel Cretton dona alle sequenze di volteggio spettacolarità e credibilità in egual misura. L’uso di inquadrature ravvicinatissime e addirittura POV esalta ancora di più il senso di immersione. Alle volte sembra proprio di star dondolando tra i palazzi con l’Uomo Ragno.

Ma soprattutto vediamo finalmente una New York viva, popolata da persone che, alzando gli occhi al cielo, ogni giorno possono notare uno strambo in calzamaglia rossa e blu fare le acrobazie sopra le loro teste. Questo aspetto non raggiunge le vette di Spider-Man 2, certo, ma si tratta già di una grande evoluzione rispetto alla scorsa trilogia con Tom Holland. Qui in newyorkesi parlano con Spider-Man come se fosse un loro vicino di casa. C’è chi lo incita, chi gli dà man forte, e ovviamente anche chi lo disprezza. Ma sono tutti lì, pronti per quando quello strambo in calzamaglia scenderà a terra.
Non solo Spider-Man
Ma come già detto, in questa New York non c’è solo Spider-Man. Nel film vediamo The Punisher, Hulk, vari villain storici del Ragno e un altro paio di sorprese, tra cui il misterioso personaggio interpretato da Sadie Sink. Per fortuna, però, non si arriva al tanto temuto “sovraffollamento” nella sceneggiatura. Ogni alleato (e non) di Spider-Man ha un ruolo circoscritto e funzionale. Per esempio il Punitore di John Bernthal è quasi un “comic relief” ma non viene affatto snaturato, mentre Hulk torna finalmente in tutto il suo splendore verde in una delle migliori scene del film.

L’unica presenza alquanto problematica nell’economia del racconto è quella della Sink. Il suo personaggio risulta anche interessante, soprattutto se affiancato a Spider-Man, ma si tratta comunque di una figura che, a livello di storia editoriale, non ha mai avuto troppo a che fare con l’Uomo Ragno. L’impressione che dà è quella di un’aggiunta un po’ forzata per dare un assaggio di quello che sarà il MCU dopo il “reset” post-Secret Wars. Il suo rapporto con Peter, poi, è forse anche il segmento più debole della sceneggiatura, che nell’ultimo atto soffre di frettolosità e confusione dopo una parte centrale decisamente più distesa.
Lo Spider-Man di Tom Holland
In questo film lo Spider-Man di Tom Holland subisce tutta una serie di trasformazioni che rendono il suo personaggio più sfaccettato e interessante. Sono passati anni dagli eventi di No Way Home, e ora Peter Parker è più solo che mai. Ed è intorno a questa solitudine che gira la trama, con Spider-Man costretto ad affrontare la vita da supereroe senza nessuno su cui poter contare. Ne nasce una frustrazione capace addirittura di mutare il suo DNA, fino a far prevalere la sua metà di aracnide su quella umana.
Tom Holland riesce benissimo nel caratterizzare diversamente Peter Parker e Spider-Man, che qui sembrano due personaggi totalmente diversi. Il primo non è più un bambino, ma un giovane uomo segnato da pesanti traumi che l’hanno portato anche volontariamente a stare lontano dagli altri. Il secondo, invece, ha finalmente acquisito i tratti caratteristici delle sue migliori versioni fumettistiche e animate. Si tratta di un amichevole Spider-Man di quartiere chiacchierone, divertente, che prende per il culo i nemici mentre combatte, ma senza mai risultare ridicolo o infantile; tutte qualità che in questo capitolo sembrano quasi ulteriori superpoteri ottenibili solamente mettendosi la maschera. E quando indossa quella maschera, Peter Parker si annulla e così i suoi problemi. Rimane solo la lotta al crimine, ma rifugiarsi in essa a quanto pare non è la risposta.

Ho amato il costume non in CGI, capace di restituire quel senso di “homemade” che mancava nei precedenti film, dove sembrava che non ci fosse nessuno sotto la tuta. Non ho amato invece il fatto che non ci venga mai spiegato come questo Peter Parker possa permettersi tutta l’attrezzatura che ha nell’appartamento, e in generale come faccia a campare. Lavora? Allora mostratecelo. Percepisce una sorta di stipendio dagli Avengers? Un’eredità da Stark?Sarebbe bastata una linea di dialogo per chiarirlo. Così, invece, viene in parte vanificata quell’idea di “supereroe con super-problemi” che ha reso grande il personaggio e che doveva – e in parte è – alla base di questo film.
Ma a parte le riserve, abbiamo finalmente uno Spider-Man degno di questo nome, in cui ogni ventenne che andrà a vederlo potrà identificarsi. Uno Spider-Man adulto, maturo, distante anni luce dal ragazzino con la tuta iper-tecnologica firmata Stark. Ed è anche arrivato il momento di rispondere alla fatidica domanda: per cosa ricorderemo lo Spider-Man di Tom Holland? Sicuramente il suo Aracnide si evolverà ancora nel corso degli anni, ma per ora ciò che più mi ha colpito di questa versione è proprio la sua crescita. Nessuna iterazione precedente poteva vantare un cambiamento così drastico – e in meglio – nel protagonista da un film all’altro.
Quindi Spider-Man: Brand New Day è una pellicola che fa un po’ il verso ai film precedenti, un po’ ai giochi di Insommiac Games (le scene d’azione sono veramente spettacolari e ben girate) e un po’ alle prime serie animate dove in ogni episodio l’Uomo Ragno aveva alleati e nemici diversi; ma mantiene comunque un proprio forte carattere legato alla crescita e alla maturazione del protagonista. Non si tratta di uno dei migliori film sul personaggio in senso assoluto: personalmente lo porrei sotto i primi due di Raimi e i due Spider-Verse; ma sicuramente si tratta del migliore tra quelli con Tom Holland.


