“Ma cosa ho appena letto?” sarà la prima frase che invaderà la vostra mente subito dopo aver terminato la lettura di “Trilogia della città di K”.
Un misto di incredulità, stordimento e frustrazione sarà ciò che dovrete sopportare dopo aver chiuso il libro della Kristof. Un romanzo chiamato appunto “trilogia” proprio perché deriva dall’insieme di tre libri: “il grande quaderno”, “la prova” e “la terza menzogna”.
Ma partiamo dal principio.
Dove, come, quando
Il romanzo si apre in periodo di guerra. Una guerra non ben specificata che potremmo identificare nella Seconda guerra mondiale, in una città non ben specificata che potremmo identificare con un’ambientazione dell’est Europa.
I protagonisti sono due gemelli di cui, inizialmente, non conosciamo i nomi, che vengono lasciati dalla madre a casa della nonna a causa della guerra. Quest’ultima tutt’altro che amorevole, identificata in città come “la strega”, prenderà con sé i nipoti pur maltrattandoli continuamente.
Questi bambini si dimostrano fin da subito molto particolari, intelligenti e indipendenti. Totalmente in simbiosi l’uno con l’altro con un’interdipendenza quasi fisica. Decideranno di mettersi alla prova psicologicamente e fisicamente in modi anche definibili brutali e bizzarri.
Seguiremo la loro coesistenza dall’infanzia fino all’adolescenza finché uno dei due abbandonerà la città e, dunque, da qui in poi continueremo a “spiare” la vita di uno solo dei due fratelli mentre l’altro sparirà nel nulla senza darci nessun tipo di notizia.
Scopriremo in seguito i loro nomi ed alcune informazioni più dettagliate circa la loro vita. Fin qui, voi direte, sembrerebbe tutto normale o no? Beh, si, se non fosse che tutto ciò che scopriamo nel secondo libro sconvolgerà completamente la storia come l’abbiamo immaginata.
Si tratta, dunque, di un narratore inaffidabile oppure siamo noi a non aver seguito attentamente la narrazione?
Al di là della trama vera e propria, le vicende che si susseguono nella narrazione, in particolar modo nel primo libro, sono estremamente crude, spinte, sessualmente esplicite e brutali. Si verificano episodi al limite del disumano descritti quasi come fossero accadimenti normali, quotidiani. La quantità di abusi cui i protagonisti sono sottoposti è talmente elevata da sembrare, in alcune scene, eccessivamente forzata.
La sterilità sentimentale che si percepisce da questo libro è metaforica, probabilmente, di una società indifferente davanti alla sofferenza, talmente abituata al dolore da esserne anestetizzata. Si presume anche per questo l’autrice abbia deciso di ambientare il romanzo in periodo di guerra.
Perché leggerlo?
La risposta a questa domanda non è semplice da dare. Principalmente è un libro che va letto per la penna della Kristof, ipnotizzante e immersiva, capace di colpi di scena così vividi che vi sembrerà di guardare un film di Nolan. Di fatti, potrebbe essere descritta come “cinematografica” nella scrittura.
Di certo la caleidoscopica discesa nella psiche del/dei protagonisti è un punto a suo favore. Per tutta la durata della lettura saremo lì a scandagliare il torbido mare dell’insensatezza e a chiederci se non stiamo, forse, impazzendo noi alla fine.
La Kristof scrive una storia disturbante e delirante in cui il protagonista reale potrebbe essere identificato nel trauma e nel meccanismo di difesa della fantasia schizoide: attività mentale in cui una persona si ritira dal mondo esterno e si rifugia in un mondo immaginario interno per difendersi da ansie o conflitti interiori. In questo stato, la persona può creare un mondo alternativo o una serie di situazioni immaginarie sulle quali ha un controllo completo, contrastando così i sentimenti di vulnerabilità o impotenza che sperimenta nella realtà.
A chi è consigliato?
Non una lettura per tutti. Per la delicatezza di alcuni temi trattati e per la bruschezza del modo in cui vengono sottoposti al lettore è bene approcciarvisi con cautela. I trigger warning non sono pochi e sono spavaldamente presenti dalle prime pagine.
In alcuni casi, in realtà, la crudezza appare fine a se stessa, quasi atta a generare la cosiddetta pornografia del dolore. Solo per il gusto di generare disgusto in chi affronta la lettura.
Se si passa sopra a questi aspetti, il libro è adatto a tutti coloro i quali sguazzano nel racconto del tormento o per coloro i quali abbiano voglia di un libro che pagina dopo pagina smentisce e riconferma in continuazione la narrazione dei capitoli precedenti fino a farci arrivare alla conclusione con più domande che risposte.
Quasi come fosse la lunga narrazione di un delirio.
Siamo nudi. Ci colpiamo l’un l’altro con una cintura. Diciamo a ogni colpo:
– Non fa male.
Colpiamo più forte, sempre più forte. Passiamo le mani sopra una fiamma. Ci incidiamo una coscia, il braccio, il petto con un coltello e versiamo dell’alcol sulle ferite. Ogni volta diciamo:
– Non fa male.
Nel giro di poco tempo non sentiamo effettivamente più nulla. È qualcun altro che ha male, è qualcun altro che si brucia, che si taglia, che soffre. Non piangiamo più.A. Kristof- Trilogia della città di K


