Il “family friendly” viene spesso frainteso nell’internet (YouTube), in particolare nel campo dei videogiochi. Spesso viene confuso con l’assenza di violenza fisica, ma non tiene conto di altre dinamiche, come quella economica e sociale.
“family friendly” vs monetizzazione predatoria
Il concetto di “family friendly” è molte volte usato come etichetta di marketing. Viene ignorata la monetizzazione predatoria: molti titoli apparentemente adatti ai ragazzi (Fornite), utilizzano meccaniche camuffate che rimandano al gioco d’azzardo (pass stagionali a tempo limitato). Il fatto di avere una specifica “skin” è diventato uno status symbol, portando molti dei più piccoli a sentirsi esclusi. Questa è una delle cause della diffusione della FOMO (fear of missing out), diffusa molto anche tra ragazzi più grandi. Da qui si genera la corsa pazza all’avere l’ultimo iPhone, ultima console o ultimo videogioco appena uscito. Tutto questo ha un unico scopo: sentirsi parte della società (o anche più banalmente del proprio gruppo di amici) ed essere accettati dagli altri.
Classificazione PEGI ed esperienza reale
Può accadere che nei videogiochi ci sia una differenza tra il contenuto e il contesto. Un gioco che viene classificato come PEGI 3 o PEGI 7 (Roblox, Fortnite), quindi prettamente adatto a bambini e ragazzi, non contiene violenza esplicita, ma può contenere interazioni non filtrate con sconosciuti, cyberbullismo e persino truffe in-game (family friendly ne abbiamo?). Argomento ancora più delicato è il PEGI 18. Basterebbe non vendere questi videogiochi ai minori, facile no? Purtroppo, nonostante i divieti di legge, la vendita di videogiochi PEGI 18 ai minori in Italia rimane ancora molto elevata. Questo fenomeno è legato alla facilità dei ragazzi di poter mettere le mani su questi tanto desiderati videogiochi. La metà dei commercianti non controlla l’età effettiva dei suoi clienti, riuscendo a vendere senza alcun problema anche a ragazzi palesemente al di sotto dell’età consentita per questo tipo di giochi.
A proposito di PEGI 18, impossibile non considerare l’arrivo di GTA 6, nuovo titolo della serie. A pochi mesi dalla sua uscita, è già finito nell’obiettivo del MOIGE (movimento italiano genitori), colpevoli i riferimenti espliciti alle droga presenti nel gioco. Considerando l’hype per l’arrivo del gioco, dopo cosi tanti anni dal precedente, sarà difficile per i ragazzi, soprattutto i più piccoli, resistere alla tentazione o comunque riflette su determinate tematiche. Il problema maggiore in questa situazione? Il mancato controllo da parte dei rivenditori e la difficoltà nell’applicazione delle norme restrittive. Il compito più grande, rimane sempre dei genitori. Sono loro a dover avere il maggior controllo su ciò che finisce in mano ai loro figli, altrimenti c’è il rischio di ritrovare proprio questi ultimi con in mano un mitra virtuale.
Educazione digitale oltre i divieti
Affidarsi cecamente dell’etichetta “family friendly” o al numero presente sulla confezione non basta più. In un sistema dove i giochi gratuiti monetizzano sulla psicologia dei ragazzi e che titoli per adulti sono alla portata di un click per chiunque, quello che crea davvero protezione, non è il solo proibizionismo, ma l’essere presenti. Genitori ed educatori non dovrebbero considerare più il videogioco come un semplice “baby-sitter digitale”: occorre parlare con i propri figli, capire cosa li spinge a volere cosi tanto una determinata skin e renderli consapevoli delle trappole del web tanto quelle del mondo reale. Perché purtroppo le trappole non esisto solo su Crash Bandicoot, ma anche nascoste sotto una subdola strategia di marketing.


