È appena uscito nelle sale il nuovo film di Luc Besson, “Dracula – l’amore perduto”, con Caleb Landry Jones nei panni del misterioso e sanguinario conte Vlad II, principe di Valacchia. In una pellicola avvincente, dai tratti grotteschi, carica di dramma, passione, ma anche di una forte ironia, Besson ci racconta dell’uomo, non del vampiro, e della sua drammatica storia d’amore che non conosce ostacoli. Dimenticatevi i soliti jumpscare e il classico vampiro assetato di sangue e di carne. Preparatevi sì a piangere, ma non di terrore. Il nuovo “Dracula” di Luc Besson è la storia d’amore di cui avevamo bisogno.
La trama di Dracula (2025) – ALLERTA SPOILER!
Nella Transilvania del 1480, il principe Vlad II è a capo della resistenza cristiana contro l’invasione musulmana. È il paladino di Dio, un figlio fedele pronto a difendere il suo Signore, al quale chiede solo una cosa: non essere separato dalla sua amata Elisabetta (Zoe Bleu Siedel). Piuttosto che vivere senza di lei, Vlad chiede di morire lui stesso.
“Dio mi ha donato l’amore, perché dovrebbe condannarmi se non so vivere senza di esso?”.
La battaglia va a buon fine, gli ottomani sono decimati, Vlad e Dio trionfano di nuovo. Ma c’è un problema: Elisabetta è inseguita dai nemici. Vlad corre da lei, uccide i suoi assalitori, e proprio quando l’ultimo di loro è caduto sotto i suoi colpi di spada, scopre che Elisabetta è già stata trafitta: la sua amata è morta. Dio gli ha tolto l’unica cosa di cui Vlad non riusciva a fare a meno, così il figlio più accolito di quel Dio diventa il suo primo odiatore. Mette al bando la religione dal suo cuore, la sfida, la maledice e smette di essere il principe difensore della fede, mutando a poco a poco la sua natura di uomo in bestia. Vlad è dannato a vagare sulla terra senza riuscire a morire, condannato a vivere in eterno senza la sua Elisabetta. Così, il principe decide di cercare la sua principessa in ogni corte d’Europa, convinto che un’anima pura come quella di Elisabetta potrà reincarnarsi e tornare in vita. Dopo 400 lunghi anni, la sua amata, seppur col nome di Mina, è tornata, ma quando i due potranno stare insieme l’amore e Dio, di nuovo, li separeranno.

Non “tipi” ma “caratteri”
Nel film ogni personaggio è dotato di una sua personalità che rende impossibile la caduta nello stereotipo e trasforma il tipo letterario/cinematografico a cui eravamo abituati in un “carattere”. Dracula non è più la maschera del vampiro, non è la creatura demoniaca nemica dell’umanità. Ne conosciamo i sentimenti, i dolori, persino l’ironia, che rende alcune scene spiccatamente comiche. Dracula è quindi un personaggio complesso, difficile da categorizzare, e quindi, proprio in virtù di questa sua profonda non-banalità, è profondamente umano.
Besson non costruisce l’intero film intorno ad un solo personaggio, e anzi a tutti coloro che sono inseriti nella vicenda viene dato ampio spazio nelle scene e nella trama. Il prete Van Helsing (Christoph Walz) più che il classico ecclesiastico rigido e timorato di Dio ha in sé le caratteristiche sia di uno scienziato sia quasi di un detective. Questo però non deve portarci a sminuire il dottor Seward (Guillaume de Tonquédec) , di cui ridiamo più volte nel corso del film perché incapace di approcciarsi a queste questioni.
Il regista sottolinea indirettamente che i campi di interesse del religioso e dell’uomo scientifico sono sempre separati, seppur non impossibilitati ad incontrarsi: il prete sa come muoversi perché l’occulto non rientra nelle materie dello scienziato, per questo è un personaggio positivo e pronto all’azione. Possono collaborare in maniera efficiente fra di loro, questo sì, ma è chiaro che questa storia non può avere un medico come figura vincente, perché il male che attanaglia Dracula non è una patologia fisica, ma un dilemma dello spirito.

“Dove lo avevo già visto?”
Intenzionalmente e non, la pellicola porta avanti un dialogo di ampio respiro con altre opere, sia del cinema che della letteratura. La fragranza eccezionale che dona a Dracula la possibilità di soggiogare e ammaliare chi vuole, ad esempio, non può non riportarci con la mente al film “Profumo-storia di un assassino”.
Il film, inoltre, sembra strizzi l’occhio anche alla fiaba del “La Bella e la Bestia”: Elisabetta, di fatto, è un’umana che ama una creatura soprannaturale, il mostro che tutti vorrebbero uccidere, e con cui si rifugia nel suo castello bloccato nel tempo e abitato da creature magiche. Inutile dire quanto la frase “ci siamo già visti, sì, in un sogno” sia una chiara citazione alla “Bella addormentata nel bosco”.
Ma c’è anche un’altra opera, questa volta letteraria, a cui non possiamo non pensare guardando le vicende di Dracula: l’Orlando Furioso. Come l’ariostesco eroe, Vlad perde il senno e si dimentica di essere un uomo, riducendosi ad una bestia nemica della sua stessa specie. Dracula è insieme “innamorato” e “furioso”.
Infine il personaggio di Maria, interpretato da Matilda de Angelis, è un chiaro riferimento a “Carmilla“, romanzo del 1872 che anticipò l’opera di Bram Stoker. Il suo stesso aspetto, la pelle chiarissima e la chioma rossa in cui si intravede qualche ciocca castano scura, ci rimandano alla descrizione di Carmilla, presentata nel libro come come una giovane ragazza dall’ incarnato splendente e con lunghissimi capelli scuri dai riflessi dorati. Non è un caso che venga uccisa esattamente come accade nel romanzo e che nel momento in cui il prete la trafigge a morte con un crocifisso venga inquadrata una piccola riproduzione scultorea di Teseo che uccide il centauro, simbolo della supremazia umana sulla bestialità.

L’elemento magico e fiabesco
A riconferma del fatto che questa storia ha effettivamente i tratti di una fiaba, l’impossibilità di Dracula di morire viene definita più volte dal prete come un incantesimo. E quando Van Helsing esce dal castello comunicando al medico che “l’incantesimo è stato spezzato”, i gargoyle magici che prima infestavano l’edificio, si incamminano verso l’esterno recuperando il loro vero aspetto: bambini, probabilmente i pochi che Vlad riuscì a “salvare” quando la peste dilagò in Europa. Solo dopo che il loro padrone ha posto fine alla sua esistenza bestiale per ricongiungersi con Dio e alla sua natura di uomo, le creature del castello possono tornare alla normalità. Di nuovo, viene spontaneo vederci un parallelismo con “La Bella e la Bestia.”
Dracula è un vampiro credente
Vlad non è ateo. Anzi, è la sua forte fede in Dio e la successiva delusione ad alimentare la sua follia. Quando il prete gli fa capire che Dio non lo ha abbandonato, che se si pente Dio accoglierà la sua anima, Vlad non reagisce come l’ateo cinico, ma come un figlio incredulo della possibilità di ottenere il perdono.
Elisabetta è la salvezza di Vlad, l’unica cosa che può restituire pace alla sua anima. Non è un caso infatti, che Elisabetta-Mina appaia per la prima volta a Vlad, dopo 400 anni, vestita di azzurro, una macchia di cielo in una moltitudine di abiti e cilindri scuri. Elisabetta veste il colore del firmamento, il colore di solito associato alla Madonna. E’ la sua fede, la sua Chiesa, la sua redenzione. Ma se stanno insieme, Vlad sarà la rovina della sua anima. Il cambiamento della sua amata è lampante, il passaggio da Mina a Elisabetta è tutto racchiuso nella frase :
“Dio è amore, perché dovrebbe condannarci? E se anche fosse, che vada al diavolo”.
L’anima di Elisabetta è minacciata e l’unico modo che Vlad ha per riparare all’errore compiuto 400 anni prima, è lasciare che il prete lo uccida per salvare l’anima di Elisabetta. Se davvero la ama, la lascerà andare.
L’amore perduto
“L’amore perduto” a cui allude il sottotitolo della pellicola non è solo quello di Elisabetta, ma anche quello verso Dio. Vlad insegue Elisabetta, inconsapevole di inseguire così anche Dio. Solo dopo averla ritrovata il mostro comincia a riassorbirsi, l’uomo fatto di carne e anima si risveglia. Vlad non si è ricongiunto solo con la sua amata, ma anche con Dio. A Vlad viene concesso di morire e, quindi, di accedere alla vita eterna e di realizzare in Paradiso il ricongiungimento effettivo con Elisabetta. Ma questa redenzione con Dio non sarebbe stata possibile senza la redenzione dell’uomo: prima di essere perdonato dal Padre, Vlad doveva perdonare se stesso.
E l’atto di espiazione con cui compie il suo percorso di redenzione è morire per Elisabetta. Vlad è rappresentato di nuovo dinanzi ad un crocifisso a braccia aperte, come a voler imitare l’immagine di Gesù. Il motore delle sue azioni è sempre l’amore, ma questa volta il fine è diverso: se all’inizio del film Vlad si imponeva come l’anticristo per eccellenza, alla fine diventa una figura chiaramente cristologica, perché accoglie la morte e il piano di Dio, immolandosi per salvare l’anima di qualcun altro, sacrificandosi per amore. La sua croce è Elisabetta, è il sentimento che prova per lei e che lo spinge al sacrificio estremo.
“Perché mi fai questo amore mio?“
“Perché ti amo…“
Come lui aveva stretto le ceneri di Elisabetta in un impeto di dolore all’inizio del film, nella conclusione la sua amata giace sulle sue ceneri, distrutta: un rimando al memento cristiano “cenere sei e cenere tornerai”. Vlad muore da essere umano, ritorna alla sua forma originaria, alla sostanza con cui Dio donò la vita ai suoi figli.
Vlad II o Vlad III?
In molti si sono chiesti perché Luc Besson abbia chiamato il suo protagonista Vlad II e non di Vlad III, come nel famoso romanzo. Si è davvero trattato di un terribile scivolone? No, ma anzi è una scelta voluta, in cui possiamo vedere la volontà del regista di sottolineare quanto il suo Dracula non abbia nulla a che vedere con quello di Bram Stoker. E’ una storia diversa, che si concentra su temi diversi e che non ha l’intento di spaventare ma di commuovere.
Luc Besson ha dimostrato che “remake” non significa “copia insipida” o “stravolgimento totale”, facendo della sua pellicola una commedia romantica dai tratti fiabeschi che, pur non dimenticandosi del debito che mantiene con il suo romanzo originale e con il rifacimento cinematografico del 1992, acquisisce un carattere unico che la contraddistingue. Besson ci invita non solo ad empatizzare con il mostro, ma a scovare in lui l’umano, ciò che ha in comune con noi, mostrando quanto questa tragedia romantica non sia in realtà così diversa da tutte le altre struggenti storie d’amore a cui siamo abituati: Moulin Rouge, Romeo e Giulietta, e chi più ne ha più ne metta. “Dracula – l’amore perduto” è, insomma, la storia d’amore di cui il cinema aveva bisogno.



