Settimana decisamente piena di sorprese. Tra la tregua nella tregua tra Stati Uniti ed Iran, vertici Nato conclusi con regali improbabili e le mille vite dei leader dei populisti europei, questi ultimi giorni ci hanno stupito più di una dodicenne col primo vibratore. Per non perdersi niente di tutto questo caos, c’è YPOSTA, la rubrica di Young Popular Opinion, che prova ad evitarvi attacchi di panico e a raccontarvi gli eventi più importanti della settimana in maniera semplice ed ironica (per quanto possibile). Speriamo di riuscirci (soprattutto per gli attacchi di panico). Potrete ricevere questo articolo direttamente sulla vostra casella postale tramite una newsletter, che verrà inviata ogni domenica. Per riceverla direttamente, basta inserire la vostra mail qui.
Spari ad Hormuz
In settimana Iran e Stati Uniti hanno ripreso a spararsi. E così ora siamo alla tregua della tregua. Ormai nel golfo Persico siamo alle creature mitologiche. In breve tra mercoledì e giovedì l’iran ha attaccato alcune navi che hanno osato attraversare lo stretto di Hormuz senza seguire le “indicazioni” dei guardiani della rivoluzione. A quel punto gli Stati Uniti hanno attaccato l’iran, che si è sentito autorizzato ad attaccare le basi americane negli altri paesi del golfo, tra cui anche la Giordania.
Non possiamo realmente definirci sorpresi per ciò che sta accadendo. Diciamoci la verità, la tregua poggiava (o poggia per i più ottimisti) su basi non proprio solidissime, cioè il celebre memorandum of understanding del 17 giugno 2026. L’accordo (o per meglio dire l’accordo per cominciare a negoziare l’accordo) è al tempo stesso elementare (una paginetta e mezza) e generico (per la serie poche idee ma confuse).
L’articolo 5 del testo è la plastica rappresentazione della “qualità” del testo: “Con la firma del presente Memorandum d’Intesa, la Repubblica Islamica dell’Iran adotterà disposizioni, compiendo i massimi sforzi, per garantire il passaggio sicuro delle navi commerciali, senza alcun costo e per la durata esclusiva di 60 giorni, dal Golfo Persico al Mar d’Oman e viceversa. Il traffico delle navi commerciali inizierà immediatamente e, considerata la necessità di rimuovere gli ostacoli tecnici e militari e di effettuare le operazioni di sminamento da parte della Repubblica Islamica dell’Iran, sarà pienamente ripristinato entro 30 giorni. La Repubblica Islamica dell’Iran avvierà un dialogo con il Sultanato dell’Oman per definire la futura amministrazione e i servizi marittimi nello Stretto di Hormuz, consultandosi con gli altri Stati costieri del Golfo Persico, in linea con il diritto internazionale applicabile e con i diritti sovrani degli Stati costieri dello Stretto”.
Poche idee ma confuse
In sostanza è chiaro come l’articolo, per come è stato scritto, è interpretabile in due modi diversissimi. Se leggiamo la prima parte, ci sembra chiaro l’obbligo per l’Iran di riaprire lo stretto di Hormuz e di rendere libero il passaggio alle navi (come vorrebbero gli Stati Uniti). Ma se ci concentriamo sulla seconda parte, pare esattamente il contrario. Cioè che l’Iran ha il controllo dello stretto. Naturalmente l’elevato grado di ambiguità dell’articolo non è una spiacevole coincidenza, ma conseguenza di un non accordo tra le due parti sul punto chiave dell’intero memorandum. In pratica non riuscendo a raggiungere un compromesso, la questione non è stata risolta. Così ogni “incidente” all’interno dello stretto (tipo una nave che vuole attraversare liberamente) riapre la questione.
Questo succede quando ci si lancia in maniera molto allegra in avventure militari contro paesi molto grandi e molto complessi, avendo in mano solo un mezzo piano. E quando quel mezzo piano fallisce, non sai che pesci prendere. E finisci col prendere i pesci in faccia.
Nato e dintorni
Altro evento importante della settimana è stato il vertice Nato ad Ankara. L’alleanza Atlantica tra liti interne e minacce esterne non sta vivendo momenti brillantissimi. Secondo alcuni funzionari, per ridurre i motivi ed i momenti di attrito, sarebbe meglio organizzare questi vertici meno spesso. Insomma meno ci si vede, meno si litiga. Un pò come in molti matrimoni. In questa occasione però le cose sono filate lisce. Cioè ovviamente ci sono stati i soliti episodi di “colore” legati a Trump (lui che continua a pretendere la Groenlandia o gli insulti e le minacce nei confronti dei suoi alleati, o a questo punto possiamo serenamente definirli presunti tali), ma oltre questo l’incontro è stato piuttosto fruttuoso.
Arrivano i patrioti (più o meno)
Alla fine del vertice Trump ha annunciato che gli Stati Uniti concederanno le licenze per costruire i missili patriot all’Ucraina. I patriots sono missili intercettori e servono per neutralizzare i missili mandati da Putin. Purtroppo però gli ucraini dovranno resistere ancora a lungo sotto i missili russi. Infatti un conto è ottenere le licenze. Un altro è negoziare modi, tempi e possibilità di produrre questi patriots (su cui bisognerà trovare evidentemente un accordo con gli Stati Uniti) ed ancora un altro conto (probabilmente la parte più difficile) sarà trasformare le parole in realtà, cioè produrre i missili patriot. Quindi, nella migliore delle ipotesi, serviranno un po’ di anni, perché l’Ucraina riesca a dotarsi dei missili. Nonostante ciò questa è la classica situazione per cui piuttosto che niente, meglio piuttosto.
Regali sorprendenti e dove trovarli
Momento decisamente interessante del vertice di Ankara è stato quello dei saluti. Erdogan (il padrone di casa) infatti ha voluto omaggiare i suoi ospiti con un regalo non banale. Il Presidente turco ha infatti regalato ai suoi cari alleati una bella pistola completa di proiettili e su cui è stato inciso il nome del ricevente. Che pensiero originale. Gli alleati pur non apprezzando troppo il gesto, non lo hanno dato a vedere. Quasi tutti infatti hanno consegnato la pistola alle rispettive ambasciate, perché venisse catalogata e conservata tra gli altri regali che si ricevono in queste occasioni. Il primo ministro inglese, Keir Starmer, è stato l’unico a rifiutarlo in maniera palese. Prima infatti di tornare nel Regno Unito, ha lasciato la pistola all’ambasciata britannica perché venisse distrutta.

Come abbiamo già scritto qualche settimana fa, Starmer magari non è un buon primo ministro ma sicuramente è una brava persona. E da brava persona qual è ha rifiutato un regalo decisamente controverso. Bisogna però tenere a mente che anche la sua posizione di primo ministro dimissionario gli ha consentito di fare ciò che forse anche gli altri capi di Stati e di governo avrebbero voluto fare ma che non erano in condizioni di fare. Dopotutto Starmer tra poche settimane non sarà più primo ministro, quindi dell’avere buoni rapporti con Erdogan gli importa il giusto.
Passaggio al bosco
Questa settimana facciamo un “giro” nella politica dei sovranisti di destra europei, per via di due vicende piuttosto significative accadute in Francia e nel Regno Unito.
Le Pen ci riprova
In Francia Marine Le Pen, leader del Rasseblement National (partito di estrema destra francese) ha annunciato la sua candidatura alle elezioni presidenziali, in programma il prossimo anno. La cosa non era assolutamente scontata. Le Pen infatti un paio di anni fa era stata condannata in primo grado a 5 anni di ineleggibilità a 4 anni di carcere e a pagare una multa di 100K €, per aver usato dei fondi del parlamento europeo (e da utilizzare in ambito europeo) per fare un po’ di attività politica in Francia. In realtà il meccanismo era stato costruito già dal padre, mentre lei si era limitata ad usarlo.
La condanna
La condanna praticamente non permetteva di candidarsi alle presidenziali del 2027. In settimana invece il tribunale d’appello ha modificato la pena. Secondo i giudici Marine Le Pen in questi anni non si è arricchita personalmente, perciò la pena è stata fortemente ridotta. Dai cinque anni di ineleggibilità si è passati a 45 mesi. Tra l’altro di questi 45 mesi, 15 li ha già scontati mentre gli altri 30 sono sospesi. Quindi lei ora è nuovamente eleggibile e si potrà candidare alle prossime elezioni, per la “gioia” di Jordan Bardella, che già si vedeva all’Eliseo a fare l’imperatore assieme alla fidanzata Carolina di Borbone. Ed infatti al TG delle 20 di martedì Marine Le Pen ha annunciato che correrà per l’Eliseo.
La strada per Le Pen però è tutt’altro che spianata. Oltre all’ineleggibilità, infatti, Marine era stata condannata anche a quattro anni di carcere. Questi quattro anni di carcere sono stati ridotti a tre, di cui due sospesi. Ne rimane però uno da scontare con il braccialetto elettronico. Lei però ha sempre detto che non si sarebbe candidata, se fosse stata costretta a fare la campagna elettorale col braccialetto elettronico (decisamente scomodo da indossare, senza contare la rottura di dover comunicare al giudice tutti gli spostamenti). Quindi Le Pen, assieme ai suoi avvocati, ha deciso di fare ricorso e portare il caso dinanzi alla Cassazione. Ciò da la possibilità alla leader di RN di fare la campagna elettorale senza il braccialetto, ma potrebbe diventare presto un problema.
La sentenza della Cassazione però dovrebbe arrivare all’inizio del 2027, a campagna elettorale già iniziata. E se la corte dovesse confermare la condanna allora lei si ritroverebbe a concludere la campagna con l’odiato braccialetto, ma forse con il boost che ti garantisce il martirio.
Martiri ed eroi
La sentenza mi ha lasciato un pò perplesso, lo confesso. Perché evidentemente assieme a motivi di natura giuridica (che naturalmente ci si aspetta), la sentenza è stata influenzata da motivi di natura politica (cosa meno prevedibile). Come hanno pacificamente ammesso gli stessi giudici francesi, la pena alla Le Pen è stata ridotta non solo perché il meccanismo non era finalizzato all’arricchimento personale, ma anche per non condizionare le elezioni francesi e per non trasformare Marine le Pen in un martire politico. Insomma la legge è uguale per tutti, ma solo fino ad un certo punto.
Nigel il cavallo
Proseguiamo il nostro giro per la destra sovranista Europea, fermandoci questa volta nel Regno Unito, paese ultimamente in grado di regalarci grandi gioie. Stavolta il protagonista della storia è Nigel Farage. “L’eroe” della brexit, secondo un’indagine condotta dal comitato etico del parlamento britannico, avrebbe dimenticato di dichiarare 5 milioni di sterline, ricevuti da un magnate delle criptovalute. Non mi pare nulla di grave. Dopotutto a causa delle vite frenetiche che abbiamo, può capitare a tutti. Tra il corso di yoga il lunedì, la palestra il martedì, la riunione di condominio il mercoledì è difficile rimanere sempre sul pezzo.
In ogni caso Farage, oggi leader del partito restore Uk e membro della Camera dei comuni, ha fatto la classica mossa del cavallo. Quindi prima di essere espulso dal parlamento, ha fatto armi e bagagli ed è andato via. Momentaneamente. Perché si è subito ricandidato alle elezioni suppletive, necessarie per via del suo abbandono, nel collegio di Clacton-on-Sea. In questo modo Farage cerca di tornare subito in parlamento “ripulitosi” dello scandalo e con un nuovo e forte mandato popolare.
La mossa naturalmente è piuttosto rischiosa, anche se Farage ha molte possibilità di vincere. Non solo perché è un politico molto popolare e con molto consenso (reform uk è dato al primo posto nei sondaggi nazionali), ma anche perché i partiti non populisti non hanno intenzione di presentare un loro candidato. Per non alimentare questa deriva nazional populista (e forse perché hanno paura di prendere un’altra batosta) non si vogliono presentare.
L’eroe di cui avevamo bisogno
Per colmare questo vuoto si è proposto (lanciando un messaggio alla Batman) un improbabile eroe: count binface (letteralmente il conte con la faccia da cestino). Personaggio satirico ormai noto nel Regno Unito, si candida spesso alle elezioni, per sfidare i rappresentanti politici tradizionali e per prenderli in giro. Ha sempre perso, ma questa volta ha qualche piccola speranza. Count binface infatti ha chiesto a tutti i partiti tradizionali (che non presentano candidati) di far confluire i loro voti su di lui. Naturalmente la missione rimane ai limiti dell’impossibile, però sognar non costa nulla.

Altre notizie della settimana
In Italia spicca il caso Mario Adinolfi. Personaggio decisamente eclettico ed in un modo o in un altro, spesso al centro dell’attenzione. Il giocatore di poker professionista, ma anche giornalista, opinionista televisivo e leader del partito “il popolo della famiglia” di ispirazione evidentemente cattolica è finito agli arresti domiciliari. Secondo la procura di Roma, Mario Adinolfi negli ultimi anni avrebbe organizzato una truffa. In breve avrebbe convinto migliaia di persone a dargli i loro soldi, con la promessa poi di far lievitare il capitale (attraverso un misterioso meccanismo legato alle scommesse), per poi restituire il malloppo con gli interessi. In questo modo avrebbe raccolto 5 milioni di euro. Purtroppo però per gli “investitori” Mario Adinolfi avrebbe speso molto per sé, restituendo molto poco o quasi nulla agli altri.
keep calm…siamo solo alle indagini
Naturalmente siamo solo alle indagini, quindi prima di gridare al colpevole, meglio aspettare. Anche perché se da un lato è lecito non avere troppa fiducia nei confronti di Mario Adinolfi, dall’altro è quasi obbligatorio non averne troppa nei confronti della magistratura italiana. In ogni caso si prevedono mesi difficili per Mario Adinolfi, che negli ultimi mesi stava provando a creare un nuovo polo politico (come se ne sentissimo il bisogno) assieme a Roberto Vannacci in vista delle elezioni del prossimo anno. Al momento però possiamo dire che è stato molto bravo a sintetizzare le posizioni dei due partiti. Infatti tra la remigrazione e la Bibbia lui forse finirà a Rebibbia.
Per questa settimana è tutto. Se volete rimanere in contatto con noi, possiamo continuare a “vederci” su questa newsletter, basta iscriversi inserendo qui la vostra mail. Buona domenica!


